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A ottanta chilometri, risplendevano ancora isolate nubi nottilucenti. La temperatura era di -113 °C. Lassù, nulla lasciava intuire presenze umane, se si escludevano gli occasionali passaggi di veicoli spaziali in partenza o in arrivo. Il blu scuro tendeva sempre più al nero. Oltre gli ottanta chilometri e fino ai cinquecento c'era la termosfera, regno di quegli dei pagani che erano poi stati smascherati dalla scienza moderna e riconosciuti come luci polari e fiammeggianti meteoriti. Era un luogo le cui particolarità fisiche erano ideali per suggerire la creazione di miti e leggende. In effetti, però, non poteva essere adatto come residenza né per le divinità né per nessun'altra forma di vita. Niente e nessuno poteva resistere lassù. Raggi gamma e raggi X cadevano senza trovare ostacoli. Non si trovavano quasi neppure molecole di gas.
In compenso, però, c'era altro.
A centocinquanta chilometri d'altezza, sfrecciavano a ventottomila chilometri all'ora i primi satelliti. Erano prevalentemente satelliti spia, che, per loro natura, cercavano di mantenersi il più vicino possibile alla superficie terrestre. Ottanta chilometri sopra di loro, la sonda Space Radar Topography Mission riprendeva il profilo altimetrico della superficie terrestre e lavorava alla carta del mondo del XXI secolo. A quell'altezza, l'atmosfera ancora relativamente compatta rallentava la velocità dei satelliti, che, per non precipitare, avevano bisogno della spinta del propellente. Trecento chilometri più in alto il propellente non serviva più. In quel punto la forza centrifuga e la gravità terrestre si equivalevano e ciò rendeva possibile mantenere rotte stabili. Così il cielo si riempiva. Era come una rete di autostrade stratificate e, più si andava in alto, più il traffico era intenso. Due piccoli ed eleganti oggetti volanti dal nome di Champ e Grace osservavano il campo magnetico e gravitazionale. Seicento chilometri sopra i poli, l'ICESat riceveva i riflessi della superficie terrestre e dava informazioni sui cambiamenti del manto di ghiaccio. Settanta chilometri più in alto incrociavano i satelliti Lacrosse dell'esercito americano, che esaminavano il terreno con radar ad alta risoluzione. A settecento chilometri d'altezza le sonde LANDSAT della NASA osservavano continenti e coste, misuravano l'espansione e il ritiro dei ghiacciai, l'estensione delle foreste e del pack e fornivano rappresentazioni dettagliate della distribuzione globale delle temperature. Il SeaWiFS, con strumenti fotografici a infrarossi, era sulle tracce delle concentrazioni di alghe negli oceani. I satelliti della NOAA erano stati sistemati in un'orbita a ottocentocinquanta chilometri di altezza e sincronizzati col sole. Da polo a polo si muovevano tutti i possibili satelliti meteorologici. C'era un gran traffico fin oltre la magnetosfera, che superato il confine dei novecento chilometri, attirava particelle cosmiche ed emissioni solari in due fasce di radiazioni, le cosiddette fasce di Van Allen, che si erano sviluppate fino a diventare un curioso fenomeno mediatico. Una gran parte della popolazione americana le considerò la prova decisiva che gli astronauti non erano stati sulla luna; persino noti scienziati dubitarono che gli uomini sulla navicella spaziale fossero sufficientemente protetti per poter attraversare quella regione di radiazioni mortali. Nella terminologia dei satelliti, quella regione è definita con l'acronimo LEO, Low Earth Orbit, ed è seguita dalla zona della Middle Low Orbit, ampiamente trafficata dai satelliti GPS che volano a un'altezza di ben ventimila chilometri, finché, a 35.888 chilometri, si trovavano fissati, come se fossero appesi, i satelliti geostazionari, primo tra tutti l'Intelsat per le comunicazioni mondiali.
La distanza tra Mozart e tutto ciò era incommensurabile.
Mentre il suono del pianoforte si perdeva, la conversazione di Judith Li col presidente era risalita fino allo spazio e poi era ridiscesa. Allo zenit della loro telefonata, i due si erano intrattenuti nella parte esterna dello spazio e si erano scambiati informazioni che appunto provenivano dallo spazio. Senza l'esercito dei satelliti, l'America non avrebbe potuto condurre la Guerra del Golfo, né quelle in Kossovo e in Afghanistan. Senza il supporto dallo spazio, l'Aeronautica non sarebbe riuscita a colpire con precisione. Senza l'obiettivo ad alta risoluzione di Crystal, detto anche KH-12, il comando generale sarebbe stato cieco rispetto ai movimenti del nemico nelle inaccessibili regioni montuose.
KH stava per Keyhole. I precisi satelliti spia americani costituivano il corrispondente ottico del radar del sistema Lacrosse. Riconoscevano oggetti delle dimensioni di quattro o cinque centimetri e facevano anche fotografie con gli infrarossi, così erano attivi anche di notte. A differenza degli altri satelliti oltre l'atmosfera, erano dotati di propulsione a razzo che permetteva loro di posizionarsi anche su orbite basse. Normalmente ruotavano intorno al pianeta a trecentoquaranta chilometri di altezza tra il Polo Nord e il Polo Sud, così potevano fotografare tutta la Terra in ventiquattr'ore. Con l'inizio degli attacchi al largo di Vancouver Island erano stati abbassati a duecento chilometri. Keyhole, Lacrosse e altri ventiquattro nuovi satelliti ottici ad altissima precisione, lanciati dall'America in orbite vicinissime alla Terra in risposta all'attacco dell'11 settembre, formavano una costellazione con un rendimento che superava quello del famoso sistema tedesco SAR-Lupe.
Alle 20.00, ora locale, due uomini in una sala sotterranea al Buckley Field, nei pressi di Denver, ricevettero una chiamata. La Buckley Field Station apparteneva a una serie di stazioni di terra dell'NRO — la National Reco
I due uomini stavano sotto una gigantesca ante
La chiamata informava i due uomini su un peschereccio in difficoltà al largo della punta nord di Long Island. Se la notizia era vera, all'altezza di Montauk c'era stata una collisione provocata da un capodoglio. L'isteria collettiva sfociava in un flusso contìnuo di falsi allarmi. Sembrava che sul luogo della disgrazia si stesse indirizzando una grande nave, ma anche quella notizia non era verificata. Il contatto con l'equipaggio si era interrotto qualche secondo dopo l'SOS.
Il KH-12-4, uno dei satelliti del sistema Crystal-Keyhole, si avvicinava da sud-ovest di Long Island. Era in una posizione favorevole. Chi aveva chiamato ordinò alla squadra a terra di orientare immediatamente il telescopio verso la zona dell'incidente.
Uno dei due uomini diede una serie di comandi.
Centonovantacinque chilometri al di sopra della costa dell'Atlantico sfrecciava il KH-12-4, un tubo fornito di un telescopio lungo quindici metri, con un diametro di quattro metri e mezzo e pesante quasi venti to
I due uomini fissarono il monitor.
Videro Mountak, una pittoresca località la cui attrattiva principale era il suo faro, il più antico nello Stato di New York. Da quasi duecento chilometri di altezza, però, Montauk non era più pittoresca di un segno su una carta stradale. Strade diritte e sottili attraversavano un paesaggio caratterizzato da puntini chiari. I puntini erano gli edifici. Lo stesso faro era appena percepibile come un punto bianco al termine di una lingua di terra.
Tutt'intorno si stendeva l'Atlantico.
L'uomo che guidava il satellite definì la zona in cui doveva essere avvenuto l'attacco alla nave, inserì le coordinate e passò al grado superiore d'ingrandimento. La costa sparì dal campo visivo. Si vedeva solo acqua. Niente navi.
Anche l'altro uomo guardava, mangiando pesce fritto che prendeva da un sacchetto di carta. «Muoviti», disse.
«Calma.»
«Niente calma. Vogliono subito le informazioni.»
«Al diavolo quello che vogliono.» L'uomo ai comandi spostò ancora di una minuzia lo specchio davanti al telescopio. «Ci vorrà una vita, Mike. Merda. Bisogna muoversi! Come dovremmo fare? Dobbiamo cercare in tutto quel maledetto mare di merda per trovare un minuscolo peschereccio di merda.»
«Non è necessario. È stata una richiesta d'aiuto satellitare fatta attraverso la NOAA. Non può essere che qui. Se non c'è, vuol dire che quel barcone è affondato.»
«Una merda ancora più grossa.»
«Sì.» L'altro si leccò le dita. «Poveracci.»
«Poveracci loro? Siamo noi i poveracci. Se quel barcone è affondato, bisognerà cominciare una merdosissima ricerca del relitto.»
«Cody, sei davvero un bastardo.»
«Verissimo.»
«Prendi un pezzo di pesce… Ehi, ma che cos'è quello?» Mike indicò il monitor con un dito unto. In acqua si riconosceva chiaramente qualcosa di scuro e allungato.
«Guardiamo meglio.»
Il telescopio zoomò finché, tra le onde, non fu possibile riconoscere il profilo di una balena. Nell'immagine entrarono altre balene. Sopra le loro teste si allargava una macchia chiara. Le balene sfiatavano.
Poi s'immersero.
«Che cos'era?» chiese Mike.
Cody ingrandì ancora la sezione dell'immagine. Adesso erano al maggiore ingrandimento possibile. Videro un uccello marino cavalcare sulle onde. Per la precisione, era un insieme di quasi due dozzine di pixel quadrati, ma nel complesso riproducevano senza possibilità di equivoco un uccello.
Esaminarono i dintorni, ma non riuscirono a scoprire né la nave né i relitti.
«Forse è andata alla deriva», ipotizzò Cody.
«Difficile. Se la notizia è vera, dovremmo trovare qualcosa qui. Forse sono riusciti ad andare avanti.» Mike sbadigliò, accartocciò il sacchetto e cercò di fare canestro nel cestino della spazzatura. Lo mancò clamorosamente. «Forse un falso allarme. Comunque adesso vorrei essere laggiù.»
«Dove?»
«A Montauk. Un posto bellissimo. Sono stato là coi ragazzi l'a
«Ogni tuo desiderio è un ordine.»
«Che vorresti dire?»
Cody gli sorrise. «Vuoi la tua merdosa Montauk? Accidenti, comandiamo tutto l'esercito del cielo. E visto che siamo già da quelle parti…»