Страница 105 из 206
«Della tua teoria.»
Johanson esitò. Poi con un doppio clic aprì una finestra e inserì la sua password: CHÂTEAU DISASTER 000 550 899-XK/0. «Trallallà», canticchiò a bassa voce. «Benvenuti nel Paese delle meraviglie.»
Ingegnoso. Un castello pieno di scienziati, agenti segreti e soldati col compito di salvare il mondo da mostri, ondate e catastrofi climatiche. Château Disaster. Non avrebbero potuto dare una definizione più azzeccata.
Lo schermo si riempì d'icone. Johanson studiò i nomi dei file ed emise un debole fischio. «Accidenti. Ci da
«Dimmi un po', possiamo anche guidarli?»
«Non dire sciocchezze. Ma possiamo richiamare i loro dati. Guarda. Abbiamo a nostra disposizione GOES-W e GOES-E, tutta la squadriglia della NOAA. Guarda, QuikSCAT, anche questo non è male. E ci sono anche i satelliti Lacrosse. Per concederci questi devono proprio aver fatto violenza alla loro natura. E qui, c'è SAR-Lupe. È…»
«Va bene, fine del trip. Credi davvero che abbiamo accesso illimitato alle informazioni dei servizi segreti e ai programmi dei governi?»
«Ovviamente no. Solo a quello che ci vogliono lasciar vedere.»
«Perché non hai detto a Vanderbilt quello che pensi?»
«Perché è troppo presto.»
«Ma non abbiamo più tempo, Sigur.»
Johanson scosse la testa. «Karen, bisogna convincere gente come Judith Li e Jack Vanderbilt. Vogliono risultati, non ipotesi.»
«I risultati li abbiamo…»
«Ma la situazione sarebbe stata troppo sfavorevole. Oggi era il loro grande momento. Avevano messo insieme tutto il possibile e montato il loro gran gala della catastrofe. Vanderbilt ha tirato fuori dal cilindro un coniglio arabo bello grasso e, maledizione, come ne era orgoglioso! Se avessi parlato, lui avrebbe interpretato le mie parole come se fossero state dettate dalla volontà di contraddirlo. Voglio che siano loro ad avere dei dubbi su quella ridicola teoria del complotto, e questo accadrà prima di quanto credi.»
«Va bene.» Karen a
«Della mia teoria?»
«Non lo sei più?»
«Certo che lo sono. Ma al momento dobbiamo indebolire l'opinione degli americani.» Johanson fissava concentrato lo schermo. «Tra parentesi, ho l'impressione che Vanderbilt in questo gioco non conti molto. Dobbiamo convincere Judith Li. Penso che alla fine sia lei a decidere.»
Judith Li
Come prima cosa andò sul tapis roulant. Programmò il computer sui nove chilometri all'ora, un ritmo blando. Poi fece preparare il collegamento con la Casa Bianca. Due minuti dopo, sentì nelle cuffie la voce del presidente.
«Jude! È un piacere sentirla. Che cosa sta facendo?»
«Corro.»
«Corre. Perdio, lei è la migliore, ragazza mia. Tutti dovrebbero prendere esempio da lei. Tra
«Sì, signore.»
«Avete raccontato quello che ipotizziamo?»
«Era inevitabile che venissero a sapere quello che ipotizza Vanderbilt.»
Il presidente rise di nuovo. «La smetta con la sua piccola guerra contro Vanderbilt», disse.
«È un imbecille.»
«Ma fa il suo lavoro. Non deve sposarlo.»
«Se servisse alla sicurezza nazionale, lo sposerei», replicò Judith, nervosa. «Ma non posso condividere le sue opinioni.»
«No, naturalmente no.»
«Non ci si può vantare di aver dato voce a ipotesi non ancora mature sul terrorismo. Ora gli scienziati sono compromessi. Inseguono una teoria anziché svilupparne una propria.»
Il presidente tacque. Judith sapeva benissimo che stava valutando quello che lei aveva appena detto. Non gli piacevano le iniziative individuali, e Vanderbilt si era reso colpevole di un'iniziativa individuale. «Ha ragione, Jude. Sarebbe stato decisamente meglio tenere nascoste queste ipotesi.»
«La penso come lei, signore.»
«Bene. Ne parli con Vanderbilt.»
«Ci parli lei. Non mi ascolta. Non posso impedirgli di parlare, anche se dice cose stupide e sconsiderate.»
«Va bene. Parlerò con lui.»
Judith sorrise dentro di sé. «Naturalmente non voglio creare difficoltà a Jack…» aggiunse, per essere politicamente corretta.
«È tutto a posto. Basta con Vanderbilt. Lei cosa pensa? La sua schiera di accademici riuscirà a prendere in pugno la situazione? Che impressione le ha
«Sono tutti altamente qualificati.»
«Qualcuno ha attirato la sua attenzione?»
«Un norvegese. Sigur Johanson, un biologo molecolare. Non so ancora che cosa abbia di particolare, ma sulla faccenda ha un punto di vista ben preciso.»
Il presidente gridò qualcosa dietro di sé. Judith aumentò la velocità del tapis roulant.
«Ho sentito poco fa al telefono il ministro degli Interni norvegese», riprese il presidente. «Non sa
«E chi dovrebbe guidare questa federazione?»
«Il cancelliere tedesco propone di autorizzare le Nazioni Unite.»
«Davvero? Hmm.»
«Non mi sembra una cattiva proposta.»
«No, è addirittura buona.» Judith fece una pausa. «Però lei, poco tempo fa, ha dichiarato che, in tutta la loro storia, le Nazioni Unite non ha
«Sì, lo so. Mio Dio, quante pe
«Dicevo solo così…»
«Lei non dice le cose solo così. Forza, quale sarebbe l'alternativa?»
«Vuole dire l'alternativa a un'assemblea in cui siedono dozzine di rappresentanti del Medio Oriente?»
Il presidente tacque per un momento, poi disse: «Gli Stati Uniti».
Judith finse di riflettere. «Credo che sia una buona idea, signore», mormorò.
«Ma così avremo di nuovo addosso i problemi di tutto il mondo, non crede, Jude?»
«Li abbiamo comunque addosso. Siamo l'unica superpotenza. Se vogliamo continuare a esserlo, dobbiamo anche continuare ad assumerci le responsabilità. Inoltre i tempi cattivi sono tempi buoni per i forti.»
«Lei e i suoi proverbi cinesi…» sospirò il presidente. «Non riceveremo questo incarico su un piatto d'argento. È ancora troppo presto. Dobbiamo impegnarci per rendere credibile il motivo per cui desideriamo metterci al vertice di una commissione d'indagine mondiale. Come crede che verrà presa nel mondo arabo, in Cina, in Corea, una simile iniziativa? Oh, a proposito di Asia, ho sfogliato il dossier sui suoi scienziati. Ce n'è uno che sembra asiatico. Non avevamo detto che asiatici e arabi dovevano starne fuori?»
«Un asiatico? Come si chiama?»
«Ha un nome ridicolo… Wakawaka o qualcosa del genere.»
«Oh, Leon Anawak. Ha letto il suo curriculum?»
«No, gli ho dato solo una scorsa.»
«Non è asiatico.» Judith aumentò la velocità a dodici chilometri all'ora. «Io sono di gran lunga la più asiatica in tutto il gruppo del Whistler.»
Il presidente rise. «Ah, Jude. Potrebbe anche venire da Marte e io le concederei comunque i pieni poteri. È un vero peccato che non possa venire quaggiù a vedere la partita di baseball. Ci troviamo tutti al ranch, se non succede nulla. Mia moglie sta facendo marinare le costate.»
«La prossima volta, signore», disse Judith.
Si intratte
Dopo la conversazione, corse ancora per qualche minuto, poi, sudata com'era, si mise al pianoforte e appoggiò le dita sulla tastiera. Si concentrò.
Qualche secondo dopo, la sonata per pianoforte in Sol maggiore di Mozart riempì la suite.
KH-12
Il suono del pianoforte di Judith Li si perdeva nei corridoi del nono piano, come un vapore che diventasse sempre meno denso, e usciva anche dalla finestra semiaperta delia suite. A cento metri di altezza dalla superficie terrestre, le onde sonore si diffondevano in cerchi. Un orecchio allenato avrebbe potuto sentirle, seppure debolmente, anche dal punto più alto dello Château che, come un castello delle fiabe, aveva una torre abitabile col tetto a spioventi. Al di sopra del tetto, il suono cominciava a disperdersi. Dopo un centinaio di metri si era già mescolato con moltissime altre onde sonore e più andava verso l'alto, più diventava debole. Un chilometro al di sopra della superficie terrestre, si sentivano ancora il rombo dei motori, lo scoppiettante rumore di piccoli aerei a elica e i rintocchi della campana della chiesa presbiteriana nel villaggio di Whistler, normalmente pieno di turisti, ma ormai entrato a far parte della zona vietata. Il crepitio degli elicotteri militari, che costituivano il collegamento principale col mondo esterno, s'indeboliva solo a duemila metri.
Da quell'altezza, si godeva di una vista mozzafiato sull'hotel, così bello che pareva una costruzione da sogno, maestoso in mezzo alla foresta. Sulle montagne, invece, si vedevano zone splendenti di neve e attraversate da solchi.
Là sparivano anche gli ultimi rumori provenienti dalla Terra.
Si sentivano solamente i jet in fase di decollo o atterraggio. A dieci chilometri di altezza, lo Château era completamente fuso col paesaggio. Gli aerei di linea percorrevano le loro rotte. L'orizzonte iniziava nettamente a curvarsi. I banchi di nuvole basse somigliavano a nevai, terreni inga