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— Non sono partiti… Non sono vicino alla città… Alcuni… alcuni lo sono… — Alla Pasfal parlava con voce spessa, e sul collo le pulsavano le vene; aveva la faccia grigia come la cenere. Tra tutti i Nati Lontano era colei che era meglio allenata in ciò che essi chiamavano ascolto mentale: poteva udire i pensieri della gente più lontano di ogni altro, e poteva ascoltare una mente che non sapeva di essere spiata.

Questo è proibito, aveva detto Agat molto tempo prima… una settimana prima?… e si era espresso contro il tentativo di scoprire se i Gaal fossero ancora accampati nei pressi di Landin. — Non abbiamo mai infranto questa legge — aveva detto. — Non l'abbiamo mai infranta in tutto l'Esilio. — E aveva aggiunto: — Sapremo dove sono i Gaal non appena la neve cesserà di cadere; nel frattempo resteremo di sorveglianza.

Ma gli altri non erano d'accordo con lui, e la sua volontà ve

Ora la vecchia tremava, con gli occhi che non vedevano, e cercava di mettere in forma di parole le mezze cose indicibili che vedeva in menti straniere i cui pensieri venivano formulati in un linguaggio sconosciuto, la comprensione rapida e inarticolata di ciò che toccavano le mani di uno straniero: — Tengo in mano… in mano… una corda… — balbettò.

Rolery rabbrividì di paura e di disgusto; Agat sedeva voltato dall'altra parte, senza guardare Alla, ritirato in se stesso.

Infine Alla tacque, e rimase immobile a sedere per lungo tempo, con il capo chino.

Seiko Esmit versò per ciascuno dei sette Alterra e per Rolery la piccola tazza cerimoniale di tii; ciascuno, limitandosi a sfiorarla con le labbra, la passò a un concittadino, e questi a un altro, finché la tazza fu vuota. Rolery guardò affascinata la tazza che Agat le diede, prima di bere e di passarla avanti. Azzurra, fragile come una foglia, permetteva che la luce le passasse attraverso, come un gioiello.

— I Gaal se ne sono andati — disse Alla Pasfal a voce alta, sollevando la faccia segnata dal tempo. — Adesso sono in cammino, in qualche valle tra due montagne… questa immagine mi è giunta assai chiaramente.

— La valle del Giln — mormorò uno degli uomini. — Circa dieci chilometri a sud delle Paludi.

— Sta

— Ma la legge è stata spezzata — disse Agat, e la sua voce, divenuta roca, passò come una lama in mezzo al mormorio di speranza e di giubilo. — Le mura si possono riparare. Be', vedremo…

Rolery lo accompagnò giù per le scale e attraverso l'ampia Sala delle Assemblee, affollata ora di tavole e cavalletti, poiché la mensa comune era stata allestita laggiù, sotto gli orologi dorati e i disegni di cristallo dei pianeti che ruotavano intorno ai loro soli. — Andiamo a casa — egli disse, e infilandosi il grosso cappotto di pelliccia che era stato distribuito a tutti, prelevato dai magazzini sotto il Palazzo Vecchio, uscirono insieme nell'accecante vento della Piazza. Prima ancora che avessero potuto fare dieci passi, una grottesca figura sporca di bianco e di strisce rossastre uscì dalla tempesta e si precipitò verso di loro, urlando: — La Porta del Mare, sono dentro le mura alla Porta del Mare…

Agat rivolse una sola occhiata a Rolery e scomparve nella tempesta. In un attimo, il clamore del metallo contro il metallo si alzò bruscamente dalla torre che li sovrastava, rimbombando nell'aria resa pesante dalla neve. Chiamavano campana quel grande rumore, e prima ancora che iniziasse l'assedio, tutti avevano imparato i suoi segnali. Quattro colpi, cinque, e poi silenzio, poi cinque ancora, e altri cinque: tutti alla Porta del Mare, la Porta del Mare…

Rolery trascinò di lato il messaggero, sotto il porticato del Palazzo della Lega, prima che gli uomini accorressero dalla porta, senza pelliccia o sforzandosi di infilarla mentre correvano, armati e disarmati, precipitandosi nella neve turbinosa, e svanendo in essa prima ancora di essere giunti a metà della Piazza.

Non giunsero altri. Ella poté udire del rumore in direzione della Porta del Mare, rumore che sembrava molto lontano in mezzo al suono del vento e l'effetto ovattante della neve. Al riparo sotto il porticato, il messaggero si appoggiava a lei. Sanguinava da una profonda ferita al collo, e sarebbe caduto se ella non l'avesse tenuto. Riconobbe la sua faccia; era l'Alterra chiamato Dipilota, ed ella si servi del suo nome per tenerlo cosciente e per farlo muovere mentre cercava di portarlo all'interno dell'edificio. Egli inciampava per la debolezza e mormorava come se volesse ancora comunicare il suo messaggio: — Sono dentro, ha