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CAPITOLO DODICESIMOL'assedio della piazza

L'alta, stretta Porta del Mare ve

Si affrettarono a raccogliere i loro morti e feriti e ritornarono alla Piazza. In quella tormenta, non si poteva esercitare alcuna sorveglianza contro le scale e i nemici che cercassero di arrampicarsi: sulle mura la visibilità era ridotta a cinque o sei metri. Un Gaal o un gruppo di Gaal si era insinuato all'interno, proprio sotto gli occhi delle guardie, e aveva aperto agli assalitori la Porta del Mare. L'assalto era stato ricacciato indietro, ma il prossimo poteva avere luogo in qualsiasi punto, in qualsiasi momento, con forze assai maggiori.

— Io credo — disse Umaksuman, camminando insieme con Agat in direzione della barricata tra il Tiatro e il College, — che la maggior parte dei Gaal si sia diretta a sud, oggi.

Agat a

— Alla porta non erano più di un migliaio — disse l'indigeno, perplesso, — ma possono essercene altri. E tutti sara

— Io sì — disse il tevarano, concisamente, e sollevò una scure Gaal, intarsiata d'osso, che prima non aveva. Alta sulle loro teste, la campana della torre del Palazzo continuava a mandare rintocchi sordi e lenti attraverso la neve: uno, due… uno, due… uno, due… Ritirarsi nella Piazza, nella Piazza… Tutti coloro che avevano combattuto alla Porta del Mare, coloro che erano di sentinella sulle mura e alla Porta di Terra, o che dormivano nelle loro case o cercavano di sorvegliare dai tetti, erano giuriti o si stavano recando nel cuore della città, la Piazza tra i quattro grandi edifici. A uno a uno ve

Il vento era calato. A volte, attraverso lo strano e complesso silenzio della tempesta, la gente radunata nella Piazza poteva udire rumori di vetri infranti, il colpo di un'ascia contro una porta, provenienti da una delle strade che si perdevano nella neve che ancora cadeva. Molte delle case erano aperte, a disposizione dei saccheggiatori; in esse i Gaal avrebbero trovato ben poco, oltre a un riparo dalla neve. Ogni briciola di cibo era stata trasferita ai magazzini del Palazzo, una settimana prima. I tubi che portavano acqua e gas naturale alle case, eccetto quelli dei quattro edifici della Piazza, erano stati chiusi la notte prima. Le fontane di Landin erano asciutte, sotto i loro anelli di ghiaccioli e il loro peso di neve. Tutti i magazzini e i granai erano sottoterra, nelle cantine e gallerie scavate generazioni prima, al di sotto del Palazzo Vecchio e del Palazzo della Lega. Vuote, gelide, buie, le case deserte non offrivano nulla agli invasori.

— Possono vivere delle nostre mandrie per una fase lunare… anche senza foraggio per le bestie; abbattera

— Per prima cosa dovra

— Cosa vuoi dire?

— Voglio dire che abbiamo aperto le porte delle stalle pochi minuti fa, mentre eravamo alla Porta del Mare, e abbiamo lasciato fuggire gli animali. Il Pastore Paol era con me, e ha trasmesso un'onda di panico. Sono scappati via come una freccia, precipitandosi nella tempesta.

— Hai lasciato fuggire gli ha

— Paol ha trasmesso anche a te il panico degli ha

— Jakob — mormorò Seiko Esmit, ponendosi fra lui e il vecchio. Si accorse che aveva urlato contro Dermat, e cercò di ricomporsi. Ma era maledettamente difficile arrivare da un combattimento sanguinoso come la difesa della Porta del Mare e doversi occupare di un caso di isterismo maschile. La testa gli faceva male, violentemente; la ferita al cuoio capelluto che si era fatto in una delle incursioni contro l'accampamento dei Gaal gli faceva ancora male, anche se avrebbe già dovuto essersi rimarginata; alla Porta del Mare non aveva ricevuto ferite, ma era sporco del sangue di altri uomini. Sulle alte finestre, prive di imposte, della biblioteca, la neve formava strisce e bisbigliava. Era mezzogiorno; sembrava il crepuscolo. Sotto le finestre si stendeva la Piazza con le sue barricate ben sorvegliate. Al di là di queste si allargavano le case abbandonate, le mura indifese, la città della neve e delle ombre.

Quel giorno della loro ritirata nella Città Interna, il quarto dell'assedio, rimasero all'interno delle barricate; ma già quella notte, quando la caduta di neve s'interruppe per qualche tempo, una squadra d'esplorazione lasciò la Piazza, passando per i tetti del College. La tormenta riprese allo spuntar dell'alba, o forse si trattò di una seconda tormenta che seguiva a brevissima distanza la prima, e nascosti dalla neve e dal freddo gli uomini e i ragazzi di Landin si dedicarono al gioco della guerriglia nelle strade della loro stessa città. Uscirono a squadre di due o tre, e andarono alla ricerca dei nemici lungo le strade e i tetti e le stanze, ombre fra le ombre. Si servirono di coltelli, dardi avvelenati, bolas, frecce. Fecero irruzione nelle loro case medesime e uccisero i Gaal che vi avevano trovato rifugio, o furono uccisi da loro.

Poiché non soffriva di vertigini, Agat era uno dei migliori nel gioco della guerriglia nella variante da tetto a tetto. La neve rendeva alquanto scivolose le tegole oblique, ma la prospettiva di colpire i Gaal con i dardi era irresistibile, e il rischio di essere ucciso non era superiore a quello delle altre versioni dello stesso sport: nascondersi dietro gli angoli o penetrare nelle case.

Il sesto giorno dell'assedio, quarto della tempesta: questa volta la neve era fine, sparsa, spinta dal vento. I termometri, nell'Archivio del Palazzo Vecchio, che ora veniva usato come ospedale, segnavano 4 °C sotto zero, all'esterno, e gli anemometri riportavano raffiche superiori ai 100 km/h. Fuori era spaventoso, il vento scagliava sulla faccia come pietrisco la neve sottile, la spingeva nelle case attraverso i vetri rotti delle finestre, ormai prive di imposte perché queste erano state utilizzate per fare un falò, l'accumulava sui pavimenti rotti. C'era poco calore e poco cibo in qualsiasi punto della città, eccetto i quattro palazzi della Piazza. I Gaal si affollavano in stanze vuote, bruciando materassi e porte e finestre spaccate e bauli nel mezzo del pavimento, aspettando che la tempesta finisse. Non avevano provviste… il cibo disponibile se n'era andato con la Migrazione. Quando il tempo fosse cambiato, essi avrebbero potuto recarsi a caccia, spegnere la resistenza degli abitanti della città, e da allora in poi vivere delle scorte invernali di Landin. Ma finché durava la tempesta, gli attaccanti pativano la fame.

Erano padroni del viadotto, se la cosa poteva rallegrarli. Le sentinelle, dalla Torre della Lega, avevano osservato la loro unica ed esitante incursione diretta all'isola, che era immediatamente finita in una pioggia di lance e in un ponte levatoio sollevato. Pochi di loro erano stati visti avventurarsi sulle spiagge di bassa marea, sotto il promontorio di Landin; probabilmente avevano visto le onde precipitarsi e ruggire, e non avevano idea della frequenza del fenomeno, e di quando si sarebbe ripetuto, poiché erano popoli dell'interno. Cosicché l'Isola era al sicuro, e alcuni dei paraverbalisti esperti della città erano in contatto con l'uno o l'altro di coloro che si erano rifugiati laggiù: quel tanto che bastava per sapere che tutto andava bene e per riferire a qualche genitore preoccupato che nessun bambino era malato. L'isola era a posto. Ma la città era espugnata, invasa, occupata; più di cento dei suoi abitanti erano morti per difenderla, e gli altri erano intrappolati in un pugno di edifici. Una città di neve e di ombre e di sangue.

Jakob Agat era accovacciato in una stanza dalle pareti grige. Era vuota, ad eccezione di un mucchio di feltro stracciato e di vetri rotti su cui si era accumulata una neve sottile. La casa era muta. Laggiù, sotto la finestra dove c'era il materasso, egli e Rolery avevano dormito una notte; Rolery l'aveva destato la mattina. Mentre era laggiù accovacciato, dopo essere penetrato come un ladro nella sua stessa casa, egli pensò a Rolery, con amara tenerezza. Una volta… gli pareva assai addietro nel tempo, forse dodici giorni… Agat aveva detto in questa stessa stanza di non poter vivere senza di lei; ed ora non aveva nemmeno il tempo, né di giorno né di notte, di pensare a lei. Lasciate che pensi a lei adesso, lasciatemi almeno pensare a lei, disse rabbiosamente al silenzio; ma l'unica cosa a cui poté pensare fu che entrambi erano nati nel periodo sbagliato. Nella stagione sbagliata. Non potete cominciare un amore all'inizio della stagione della morte.

Il vento fischiava stizzoso contro le finestre rotte. Agat rabbrividì. Aveva avuto la febbre tutto il giorno, oppure si era sentito gelare. Il termometro continuava a scendere, e numerosi tra i guerriglieri dei tetti avevano dei problemi con quello che i vecchi chiamavano congelamento. Si sentiva meglio se continuava a muoversi. Pensare non serviva a niente. Con abitudine inveterata si diresse alla porta, poi, riprendendo il controllo delle proprie azioni, si recò silenziosamente alla finestra da cui era entrato. Nella stanza al piano terreno della casa accanto alla sua era accampato un gruppo di Gaal. Egli poteva scorgere la schiena di uno di loro, accanto alla finestra. Erano gente dalla pelle chiara; i loro capelli erano scuriti e irrigiditi da qualche specie di catrame o di pece, ma il collo piegato e muscoloso su cui Agat posò lo sguardo era bianco. Era strano come egli avesse avuto, in realtà, ben poche occasioni di vedere il nemico. Si sparava da lontano, o si sferrava un colpo e poi si fuggiva, oppure, come alla Porta del Mare, si combatteva troppo in fretta, troppo vicino per poter guardare. Si chiese se i loro occhi fossero giallastri o ambrati come quelli dei tevarani; aveva l'impressione che invece fossero grigi. Ma non era il momento migliore per sincerarsene. Salì sul davanzale, si afferrò al cornicione e lasciò la propria casa per la via dei tetti.

La solita strada da cui faceva ritorno alla Piazza era bloccata: anche i Gaal avevano imparato il gioco dei tetti. Riuscì a distaccare tutti gli inseguitori con facilità, eccettuato uno che, armato di cerbottana, gli ve