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"Chi è don Peppino?"
"Sono io…"
L'ultima risposta. Cinque colpi che rimbombarono nelle navate, due pallottole lo colpirono al volto, le altre bucarono la testa, il collo e una mano. Avevano mirato alla faccia, i colpi l'avevano morso da vicino. Un'ogiva del proiettile gli era rimasta addosso, tra il giubbotto e il maglione. Una pallottola gli aveva falciato il mazzo di chiavi agganciato ai pantaloni. Don Peppino si stava preparando per celebrare la prima messa. Aveva trentasei a
Uno dei primi che accorse in chiesa e trovò il suo corpo ancora per terra fu Renato Natale, sindaco comunista di Casal di Principe. Era stato eletto da appena quattro mesi. Non fu un caso, quel corpo lo vollero far cadere anche sulla sua breve, brevissima gestione politica. Natale era stato il primo sindaco di Casal di Principe che aveva posto come priorità assoluta la lotta ai clan. Aveva per protesta anche abbandonato il consiglio comunale perché secondo lui si era ridotto a luogo di ratifica di decisioni prese altrove. Un giorno a Casale i carabinieri avevano fatto irruzione nella casa di un assessore, Gaetano Corvino, dove erano riuniti tutti i massimi dirigenti del clan dei Casalesi. Una riunione fatta mentre l'assessore era in municipio per una seduta della giunta comunale. Da un lato gli affari del paese, dall'altra gli affari attraverso il paese. Fare affari è l'unico motivo che ti fa alzare dal letto la mattina, ti tira per il pigiama e ti mette in piedi.
Ho sempre guardato Renato Natale da lontano, come si fa con quelle persone che diventano, senza volerlo, dei simboli di una qualche idea di impegno, resistenza, coraggio. Simboli quasi metafisici, irreali, archetipici. Con un imbarazzo da adolescente, ho sempre osservato il suo adoperarsi nel creare ambulatori per gli immigrati, denunciare negli a
Da quando è stata promulgata la legge che scioglie i comuni per infiltrazione mafiosa, sedici sono le amministrazioni comunali sciolte per camorra in provincia di Caserta. Cinque di esse sono state commissariate due volte. Carinola, Casal di Principe, Casapese
Casal di Principe non è un paese della Sicilia aggredito dalla mafia, dove opporsi all'imprenditoria criminale è cosa dura ma al fianco della propria azione ci sono cortei di telecamere, giornalisti affermati e in via d'affermazione, e stuoli di dirigenti antimafia nazionali che in qualche modo riescono ad amplificare il proprio impegno. Qui tutto ciò che fai rimane nel perimetro degli spazi ristretti, nella condivisione dei pochi. È proprio in questa solitudine credo, che si foggia quello che potrebbe chiamarsi coraggio, una sorta di panoplia a cui non pensi, te la porti addosso senza rendertene conto. Vai avanti, fai quello che devi fare, il resto non vale nulla. Perché la minaccia non è sempre una pallottola tra gli occhi, o i quintali di merda di bufala che ti scaricano fuori alla porta di casa.
lì sfogliano lentamente. Una foglia al giorno, fin quando ti trovi nudo e solo a credere che stai combattendo con qualcosa che non esiste, che è un delirio del tuo cervello. Inizi a credere alle calu
I sospetti sull'omicidio di don Peppino caddero subito sul gruppo di Giuseppe Quadrano, un affiliato che si era posto al fianco dei nemici di Sandokan. C'erano anche due testimoni: un fotografo che si trovava lì per fare gli auguri a don Peppino e il sagrestano della chiesa di San Nicola. Appena iniziò a circolare la notizia che la polizia aveva orientato i suoi sospetti su Quadrano, il boss Nunzio De Falco detto "'o lupo", che stava a Granada in Andalusia, dote nella spartizione territoriale dei poteri tra Casalesi, telefonò alla Questura di Caserta per chiedere un incontro con dei poliziotti e chiarire le questioni che riguardavano un affiliato al suo gruppo. Due funzionari della Questura di Caserta lo andarono a incontrare nel suo territorio. All'aeroporto la moglie del boss andò a prendere i due e si inoltrò con la macchina nelle bellissime campagne andaluse. Nunzio De Falco li aspettava, non nella sua villa a Santa Fé, ma in un ristorante dove con grande probabilità la maggior parte dei clienti erano figuranti pronti a intervenire in caso i poliziotti avessero commesso qualche imprudenza. Il boss subito chiarì che li aveva chiamati per fornire la sua versione sull'episodio, una sorta di interpretazione di un fatto storico e non una delazione o una denuncia. Una premessa chiara e necessaria per non infangare il nome e l'autorevolezza della famiglia. Non poteva mettersi a collaborare con la polizia. Il boss dichiarò senza perifrasi che a uccidere don Peppino Diana erano stati gli Schiavone, la famiglia rivale. Avevano ucciso il prete per far cadere sui De Falco la responsabilità dell'omicidio. "'O lupo" soste