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Lui fece sparire il fazzoletto e mi regalò un sorriso solare e spontaneo. «Sì, a patto che mi chiami ogni tanto. E manda tutti al diavolo se vogliono metterti a scalare uno dei loro fottuti otto volanti.»

Gli risposi che l’avrei fatto, anche se l’idea sembrava piuttosto eccitante.

«E…» Ma si interruppe subito, non permettendomi di capire se avesse in mente un consiglio o un avvertimento. «Guarda là!»

A una cinquantina di metri, una cerbiatta era uscita dal bosco. Scavalcò con estrema grazia un binario arrugginito e si fermò in mezzo alle traversine, dove le erbacce e le verghe d’oro erano così alte da strusciarle contro i fianchi. Restò ferma a guardarci, calma, le orecchie dritte in avanti. Di quell’attimo ricordo soprattutto il silenzio. Nessun canto di uccelli, nessun rombo di aerei. Se mia madre fosse stata con noi, avrebbe sfoderato la sua macchina fotografica, scattando a ripetizione. Quando ci pensai, sentii la sua mancanza come non succedeva da a

Strinsi mio padre, un abbraccio forte e veloce. «Ti voglio bene, papà.»

«Lo so», rispose. «Lo so.»

Quando mi voltai, la cerbiatta era sparita. Il giorno dopo me ne andai anch’io.

Quando ritornai alla grande casa grigia alla fine della strada principale di Heaven’s Bay, l’insegna di conchiglie era stata tolta e messa da parte, perché la signora Shoplaw aveva fatto il tutto esaurito. Benedissi Lane Hardy per avermi consigliato di procurarmi subito un posto dove vivere. Le truppe estive di Joyland erano arrivate e le pensioni della città erano strapiene.

Dividevo il primo piano con Tina Ackerley, la bibliotecaria. Emmalina aveva affittato le camere del secondo a Erin Cook, una specializzanda in arte rossa di capelli, e a Tom Ke

«Allegri Aiutanti», affermò lui. «Mansioni varie, in altre parole. O almeno così ha segnato Fred Dean sulla mia domanda. E tu?»

«Lo stesso. Probabilmente ci mettera

«Ne dubito.»

«Sul serio. Perché?»

«Siamo bianchi.» In effetti, anche se ci toccarono parecchi turni di ramazza, Tom aveva assolutamente ragione. Gli addetti alle pulizie erano tutti dominicani e haitiani, quasi di sicuro senza permesso di soggiorno: venti uomini e una trentina di do

Tom e io invece sì.

La sera prima di cominciare il nostro nuovo lavoro, noi tre eravamo seduti nel salotto di casa Shoplaw, per conoscerci meglio e azzardare ipotesi sul nostro futuro. Mentre parlavamo, la luna saliva sopra l’Atlantico, placida e bella come la cerbiatta che mio padre e io avevamo visto lungo i vecchi binari della ferrovia.

«In fin dei conti è un parco divertimenti», affermò Erin. «Il lavoro non sarà poi così duro.»

«Facile per te dirlo», le rispose Tom. «Tu non dovrai pulire con l’idrante le Tazze Ballerine, dopo che un gruppo di lupetti ci ha rigettato sopra a metà giro.»

«Non mi tirerò indietro davanti a nulla. Se, oltre a scattare foto, sarò costretta ad asciugare pozze di vomito, pazienza. Ho bisogno di questo lavoro. Il prossimo a

«Dovremmo cercare di far parte dello stesso gruppo», dichiarò Tom, come poi accadde. A Joyland i nomi di cane si sprecavano e noi ci ritrovammo nella Squadra Bracchetto.

In quel preciso istante Emmalina Shoplaw entrò nella stanza, portando un vassoio con sopra cinque calici. La signorina Ackerley - una spilungona con enormi occhi dietro le lenti e un’aria alla Joyce Carol Oates - le camminava accanto reggendo una bottiglia. Tom Ke

«Sì, è champagne», ammise Emmalina. «Se però ti stai aspettando del Moët & Chandon, caro il mio signor Ke

«Posso parlare solo per me, ma considerando che le mie papille sono abituate al sidro dolce, non credo che mi lamenterò», rispose Tom.

La do

Quando i calici furono pieni, la signora Shoplaw sollevò il suo e noi la imitammo.

«A Erin, Tom e Devin. Che possano passare un’estate meravigliosa e indossare la pelliccia solo quando la temperatura è al di sotto dei ventisei gradi.»

Dopo il tinti

«Oh, grazie, Tom, che idea carina. Ma non ti servirà ad avere uno sconto sull’affitto.»

Abbassai il calice dopo averlo svuotato, con la testa che mi girava appena. «Che cos’è esattamente questa storia della pelliccia?» chiesi.

La signora Shoplaw e la signorina Ackerley si scambiarono un’occhiata e sorrisero. Fu la bibliotecaria a parlare, anche se la sua risposta non chiarì molto. «Lo scoprirete presto.»

«Non andate a letto tardi, ragazzi», ci avvertì la signora Shoplaw. «Domattina vi attende una levataccia. Avete una carriera nel mondo dello spettacolo che vi aspetta.»

In effetti ci alzammo presto, alle sette precise, due ore prima che il parco aprisse i battenti per un’altra estate. Decidemmo di passare per la spiaggia. Lungo il percorso, Tom non rimase zitto un attimo, come sua abitudine. Se non fosse stato così divertente e allegro, avrebbe rischiato di passare per scocciatore. Erin camminava tra la spuma, le scarpe da gi

«Accidenti, secondo voi quanto ha

«Probabilmente milioni di dollari», rispose Erin. «Non sono le case degli Hamptons, ma sputaci sopra, come direbbe mio padre.»

«Forse qui i prezzi sono più bassi per colpa del parco», affermai. Stavo fissando i tre punti di riferimento di Joyland stagliarsi contro il cielo azzurro del mattino: il Muro del Tuono, il Delirio Cosmico e la Ruota del Sud.

«Ma va’, non capisci come ragionano i miliardari», ribatté Tom. «Si comportano nello stesso modo con i mendicanti che chiedono la carità per strada: non li vedono neanche. Mendicanti? Quali mendicanti? Per il parco non è diverso: quale parco? Questa gente vive su un altro pianeta.» Si fermò, riparandosi gli occhi dal sole con una mano. Guardò la grande casa vittoriana che avrebbe giocato un ruolo fondamentale nella mia vita durante l’autu