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Quei tre non erano umani.

La navetta morfizzò due ali, modificò in un guscio aerodinamico la propria struttura esterna, attraversò il terminatore e passò a velocità 3 mach nella parte illuminata del pianeta. Bosco Divino, un tempo il mondo dei templari, era un susseguirsi di cicatrici d’incendi, di campi di ceneri, di colate di fango, di ghiacciai in ritirata, di verdi sequoie che si sforzavano di riprendere possesso del territorio desertificato. La navetta rallentò a velocità subsonica, volò sopra la stretta fascia del clima temperato, nei pressi dell’equatore, coperta di vitale vegetazione, e seguì il corso di un fiume fino al ceppo di quello che era stato l’Albero Mondo. Il ceppo, del diametro di ottantatré chilometri e alto ancora un chilometro malgrado lo scempio dell’albero originario, si alzava sull’orizzonte meridionale come una nera mesa. La navetta evitò il ceppo dell’Albero Mondo e seguì il fiume, verso ovest; diminuì gradualmente quota e atterrò su un macigno tondeggiante nei pressi del punto dove il fiume entrava in una stretta gola.

I due uomini e la do

«Attenti» disse uno degli uomini, mentre i tre scendevano alla riva del fiume. «I monofilamenti piazzati qui da lei dovrebbero essere ancora al loro posto.»

La do

«Dove dobbiamo lavorare non ce ne sono» disse la do

Uno degli uomini scese nella cavità, si distese sulla liscia pietra e accostò l’orecchio alla roccia. Dopo un secondo si alzò e rivolse agli altri due un ce

«Fatevi indietro» disse la do

I tre erano arretrati di cinque passi, quando la lancia di pura energia saettò dallo spazio. Uccelli e arboricoli fuggirono tra gli alberi, schiamazzando di terrore. L’aria si ionizzò e si surriscaldò in pochi secondi, produsse un’onda d’urto in ogni direzione. Rami e foglie presero fuoco a cinquanta metri dal punto di contatto del raggio di energia. Il conoide di vivido splendore coprì esattamente il diametro della conca circolare nel masso e ne mutò la liscia superficie in un lago di fuoco fuso.

I due uomini e la do

«Ora» disse la do

Uno degli uomini piegò il ginocchio e parve tendere l’orecchio. Poi rivolse agli altri un ce

Il primo uomo mutò di fase e non fu più una sagoma argento e cromo; l’attimo dopo la do

«Dov’è la piccola bastarda?» domandò la do

«Tutti spariti» rispose l’uomo che l’aveva ripescata. Lui e il suo compagno parevano fratelli o cloni della stessa persona. «Ha

Rhadamanth Nemes reagì con una smorfia. Fletteva le dita e muoveva le braccia come per riprendersi dai crampi. «Almeno ho ucciso il maledetto androide» commentò.

«No» disse l’altra do

Nemes a

«Non era… piacevole… là dentro» disse Nemes. «Non ho potuto muovermi, schiacciata dalla forza del raggio d’energia della nave, e poi non ho potuto mutare di fase, circondata com’ero dalla roccia. È stata necessaria una concentrazione immensa, per ridurre al minimo l’energia e mantenere ancora attiva un’interfaccia di mutamento di fase. Per quanto tempo sono rimasta sepolta?»

«Quattro a

Rhadamanth Nemes inarcò il sopracciglio, non tanto per la sorpresa quanto per chiedere spiegazioni. «Eppure il Nucleo sapeva dov’ero…»

«Il Nucleo sapeva dov’eri» confermò l’altra do

Nemes sorrise a denti stretti. «Allora i quattro a

«Un promemoria» precisò l’uomo che l’aveva estratta dalla roccia fusa.

Rhadamanth Nemes mosse due passi, come per saggiare l’equilibrio. Parlò in tono neutro. «Perché siete venuti a prendermi?»

«La ragazza» spiegò l’altra do

Nemes a

L’uomo che l’aveva ricuperata le posò la mano sulla spalla. «Tieni presente che quattro a

Nemes lo fissò a lungo, senza parlare. Poi tutti e quattro, girando le spalle alla roccia fusa e alle fiamme, con un movimento che pareva disposto da una precisa coreografia, all’unisono, tornarono alla navetta.