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— Però tu e gli altri lavorate per il signor Sileno, qui, di nascosto — insistetti.

— Sì, signore. Ma lo faccio per libera scelta. Sono stato progettato per servire la razza umana. Faccio bene il mio lavoro. E ne traggo soddisfazione.

— Allora sei rimasto qui di tua spontanea volontà.

A. Bettik a

Con un sospiro mi staccai dalla finestra. Ormai fuori era buio pesto. Immaginai che fra non molto sarei stato chiamato a cena dal vecchio poeta. — E continuerai a stare qui e a badare al vecchio fino alla sua morte — dissi.

— No, signore — replicò A. Bettik. — Se sarà chiesto il mio parere sulla faccenda.

Esitai, sorpreso. — Davvero? E dove andrai, se sarai consultato in proposito?

— Se accerterà la missione che il signor Sileno le ha offerto, signore — disse quell’uomo dalla pelle azzurra — sceglierei di venire con lei.

Quando fui accompagnato di sopra, scoprii che quel piano non era più la camera d’un malato, ma era stato trasformato in una sala da pranzo. La poltrona di flussoschiuma a cuscino d’aria era scomparsa, i monitor medici erano svaniti, i quadri comando per le trasmissioni non si vedevano e il soffitto era aperto al cielo. Con l’occhio addestrato dell’ex pastore localizzai subito le costellazioni del Cigno e delle Due Gemelle. Davanti a ogni finestra di vetro colorato c’erano bracieri posti su alti tripodi, le cui fiamme davano alla sala altra luce e calore. Al centro della stanza c’era un tavolo da pranzo lungo tre metri. Porcellane, argenteria e cristallerie risplendevano alla guizzante luce di candele poste in due candelabri lavorati. Alle estremità del tavolo erano apparecchiati due posti. In quello più lontano, Martin Sileno era già accomodato su di una sedia dall’alto schienale.

Il vecchio poeta era a stento riconoscibile, pareva essersi liberato di vari secoli in poche ore. Da una sorta di mummia con pelle di pergamena e occhi infossati, si era trasformato in un normale anziano signore… affamato, a giudicare dalla luce che gli brillava negli occhi. Mentre mi avvicinavo, notai le sottili ca

Nel vedere la mia espressione, Sileno ridacchiò. — Questo pomeriggio mi hai sorpreso nel momento peggiore, Raul Endymion — gracchiò. La sua voce era ancora roca per l’età, ma molto più energica di prima. — Mi stavo ancora riprendendo dal gelido so

— Crio-fuga? — dissi scioccamente, mentre aprivo il tovagliolo di lino e me lo sistemavo in grembo. Da a

— La merdosa crio-fuga, certo — disse il vecchio poeta. — Come credi che passo questi dece

Presi fiato. — Se non sono indiscreto — dissi — quanti a

Il poeta non badò alla domanda e chiamò l’androide maggiordomo (non A. Bettik), che fece un ce

Arrivarono gli antipasti, due per ciascuno. Riconobbi lo yakitori di pollo cotto a fuoco vivo e il tenero carpaccio di manzo del Maine con ruchetta. In aggiunta, Sileno si servì di foie gras sauté avvolto in foglie di mandragora, sistemato sul tavolo accanto a lui. Presi lo spiedino di metallo decorato e assaggiai lo yakitori. Era squisito.

Martin Sileno poteva anche avere ottocento o novecento a

Mi accorsi d’avere una gran fame. Evidentemente la pseudorisurrezione o l’esercizio fisico per arrampicarmi fino alla finestra della torre mi avevano stimolato l’appetito. Per alcuni minuti non ci fu conversazione, solo il lieve fruscio di passi degli androidi che servivano a tavola, lo scoppiettio delle fiamme nei bracieri, un occasionale refolo di brezza notturna dall’alto e il rumore delle nostre mascelle.

Mentre gli androidi portavano via i piatti degli antipasti e servivano scodelle di bisque di cozze, nera e fumante, il poeta disse: — Ho saputo che oggi hai fatto conoscenza della nostra nave.

— Sì — dissi. — Era proprio la nave privata del Console?

— Naturalmente — rispose Sileno. Rivolse un gesto a un androide. Fu messo in tavola pane ancora caldo di forno. Il suo profumo si mescolò con il vapore della bisque e con l’aroma di fogliame autu

— E lei si aspetta che usi quella nave per salvare la bambina? — domandai. Pensavo che a quel punto il poeta mi avrebbe domandato quale decisione avessi preso.

Lui disse invece: — Cosa pensi della Pax, signor Endymion?

Sorpreso, rimasi col cucchiaio a mezz’aria. — La Pax? — ripetei.

Sileno attese in silenzio.

Posai il cucchiaio e mi strinsi nelle spalle. — Non mi pare d’averci pensato molto.

— Neppure dopo che un suo tribunale ti ha conda

Invece di esporre ciò che avevo pensato poco prima, cioè che non era stata l’influenza della Pax a conda

Il vecchio poeta a

— In che senso?

— Anche la Chiesa non ha influenzato molto la tua vita?

— No, direi. — Mi accorsi di fare la figura dell’adolescente impacciato, ma le domande parevano meno importanti di quella che in teoria avrebbe dovuto rivolgermi e della risposta che avrei dovuto dargli: la mia decisione.

— Ricordo la prima volta in cui sentimmo parlare della Pax — disse Sileno. — Aenea era scomparsa da qualche mese. Giunsero in orbita navi della Pax e i militari occuparono Keats, Port Romance, Endymion, l’università, tutti gli spazioporti e tutte le città importanti. Poi decollarono su skimmer da guerra e capimmo che cercavano i crucimorfi dell’altopiano Punta d’Ala.

A

— Ma le navi che scesero qui durante l’espansione della Pax — continuò il poeta — quali storie portarono! L’espansione della Chiesa da Pacem nei mondi della vecchia Rete, poi nelle colonie della Periferia…

Gli androidi portarono via le scodelle di bisque e tornarono con piatti di cacciagione disossata con mostarda e manta del Kans al gratin con mousse di caviale.

— Anatra? — domandai.

Il poeta mostrò i denti ricostituiti. — Pareva appropriata, dopo il tuo… ah… guaio della settimana scorsa.