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«Un minuto e trenta secondi all’accelerazione iniziale» dice la voce metallica. De Soya capisce di parlare a una macchina idiota. Si affretta ad agganciare le cinghie, larghe, spesse, quasi sicuramente per figura. Il campo di contenimento penserà a trattenere lui, o i suoi resti, al posto giusto.

«Trenta secondi» dice la voce priva d’intelligenza. «Sappia che la traslazione C-più sarà letale.»

— Grazie — risponde il Padre Capitano Federico de Soya. Il cuore gli batte con forza tale da rimbombargli nelle orecchie. Su vari strumenti lampeggiano spie luminose. De Soya non le guarda nemmeno: lì non c’è un solo strumento munito di comandi ausiliari manuali per sostituire temporaneamente le funzioni automatiche.

«Quindici secondi» a

— Vaffanculo — sbotta de Soya. Non ha fatto che pregare, da quando ha lasciato la sala rianimazione della nave torcia. Ora dice un’ultima preghiera per espiare l’imprecazione.

«Cinque secondi» dice la voce. «Non ci sara

— Amen — conclude il Padre Capitano de Soya. Chiude gli occhi, mentre l’accelerazione ha inizio.

8

La sera scese presto. Dalla torre nella città in rovina di Endymion, dove m’ero svegliato a metà di quel giorno che pareva non finire mai, guardai l’ultima luce autu

— È ora? — domandai.

— Non proprio, signore — rispose l’androide. — Prima mi aveva chiesto di tornare per una conversazione.

— Ah, sì — dissi. Indicai il letto, l’unico mobile della stanza. — Sediamoci.

L’androide rimase accanto alla porta. — In piedi sono del tutto a mio agio, signore.

Incrociai le braccia e mi appoggiai al davanzale. Dalla finestra entrava aria fresca, odorosa di chalma. — Non chiamarmi signore — dissi. — Raul basta e avanza. — Esitai. — A meno che tu non sia programmato per rivolgerti agli… ah… — stavo per dire "umani", ma non volevo dare l’impressione di pensare che A. Bettik fosse "non" umano — … alla gente in quel modo — conclusi alla meno peggio.

A. Bettik sorrise. — No, signore. Non sono affatto programmato… non sono una macchina. A parte diverse protesi sintetiche… per aumentare la mia forza fisica, per esempio, o per consentirmi di resistere alle radiazioni… non ho parti artificiali. Mi è stata insegnata la deferenza nello svolgimento delle mie mansioni, tutto qui. Potrei chiamarla signor Endymion, se preferisce.

Scrollai le spalle. — Non importa. Mi dispiace sapere tanto poco sugli androidi.

A. Bettik sorrise di nuovo. — Non c’è bisogno di scusarsi, signor Endymion. Pochissime persone ancora in vita ha

"Della mia razza" notai. Interessante. — Parlami della tua razza — dissi. — Nell’Egemonia la biocostruzione di androidi non era illegale?

— Sì, signore. — Vidi che aveva assunto la posizione di riposo e mi domandai oziosamente se per caso non avesse fatto il militare. — Ancora prima dell’Egira — continuò A. Bettik — la biocostruzione di androidi era illegale sulla Vecchia Terra e su molti mondi dell’Egemonia. Ma la Totalità permise la biocostruzione di un certo numero di androidi da usare nella Periferia. A quel tempo Hyperion faceva parte della Periferia.

— Ne fa parte tuttora.

— Sì, signore.

— Quando sei stato biocostruito? In quali pianeti sei vissuto? Quali compiti avevi? — Esitai un istante. — Se non sono domande indiscrete.

— No, certo, signor Endymion — rispose lui, con calma. Nella voce aveva la traccia di un dialetto per me nuovo. D’altri mondi. Antico. — Fui creato nell’a

— Nel XXV secolo della Vecchia Terra — dissi, sorpreso. — 694 a

A. Bettik a

— Perciò sei nato… sei stato biocostruito… dopo la sua distruzione — dissi, più a me stesso che all’androide.

— Sì, signore.

— E Hyperion è stato la tua prima… ah… destinazione di lavoro?

— No, signore. Nel primo mezzo secolo d’esistenza, ho lavorato su Asquith, al servizio di Sua Altezza Reale Arthur VIII, sovrano del regno in esilio di Windsor, e anche al servizio di suo cugino, principe Rupert del principato in esilio di Monaco. Alla morte di re Arthur, passai in eredità a suo figlio, Sua Altezza Reale William XXIII.

— Re Billy il Triste.

— Sì, signore.

— E sei venuto su Hyperion quando re Billy il Triste fuggì a causa della rivolta di Horace Gle

— Sì. A dire il vero, i miei fratelli androidi e io siamo stati mandati su Hyperion trentadue a

— E fu allora che incontrasti il signor Sileno — suggerii, con un gesto verso il soffitto, rivedendo nella mente il vecchio poeta dentro la rete d’apparecchiature che lo manteneva in vita.

— No — disse l’androide. — Negli a

— E da allora sei sempre stato su Hyperion. Cinquecento e passa a

— Sì, signor Endymion.

— Sei immortale? — domandai. Sapevo che era una domanda impertinente, ma volevo la risposta.

A. Bettik mostrò quel suo sorriso appena acce

— Per questo gli androidi ha

— No, signore. Abbiamo pelle azzurra perché al tempo della nostra biocostruzione nessuna razza umana era di quel colore e i progettatori ritenevano d’estrema importanza che fosse possibile distinguerci a occhio dagli esseri umani.

— Non ti consideri umano?

— No, signore. Mi considero androide.

Sorrisi per la mia ingenuità. — Continui a svolgere prestazioni tipiche dei servi — dissi. — Eppure da secoli la schiavitù androide è stata dichiarata illegale in tutta l’Egemonia.

A. Bettik rimase in silenzio.

— Non vorresti essere libero? Una persona a buon diritto indipendente?

A. Bettik si accostò al letto. Pensai che si sarebbe seduto, ma lui si limitò a piegare e ammucchiare i vestiti che avevo indossato poco prima. — Signor Endymion — disse poi — dovrei farle notare che, per quanto le leggi dell’Egemonia siano morte con l’Egemonia, ormai da alcuni secoli mi ritengo persona libera e indipendente.