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Come aveva previsto, i due avversari gli agguantarono subito le gambe. Ender prese l’altro per le spalle della tuta, lo trasse a sé e lo colpì con una testata in piena faccia. Ancora un gemito, ancora gocce di sangue che fluttuavano attorno. Gli altri due lo stavano percuotendo sui fianchi e cercavano di girarlo. Ender sbatté loro addosso il ragazzo che perdeva sangue dal naso, scalciò più volte e le sue gambe furono libere. Poi fu solo questione di usare lo stesso avversario come punto di appoggio, e spingendolo via si proiettò in direzione della porta. La manovra non fu pulita e veloce come quelle eseguite in allenamento, e lo fece roteare in modo antiestetico, ma poco importava. Nessuno lo stava inseguendo.
Alla porta si trovò in mezzo ai compagni. Dieci mani lo presero e lo dirottarono nel corridoio. I ragazzi ridevano sollevati e gli davano grandi manate sulle spalle. — Da
— Be’, basta con l’addestramento, per oggi — disse Ender.
— Domani quelli tornera
— Non otterra
— Però — disse Alai, — scommetto che gli insegnanti non lo permettera
Ender tornò a ripensare alle parole di Dink, e si disse che forse Alai aveva visto giusto.
— Ehi, Ender! — gli gridò dietro uno dei ragazzi anziani, mentre lui se ne andava. — Tu non sei nessuno, pivello. Sei zero!
— È il mio ex comandante, Bonzo — sospirò Ender. — Sembra che io non gli sia simpatico.
Quella sera Ender chiese sullo schermo del suo banco il rapporto dell’infermeria. Quattro ragazzi s’erano presentati per ricevere cure. Uno con una costola incrinata, uno con un testicolo dolorante, uno con l’orecchio destro lacerato, e uno col naso rotto e un incisivo spezzato. La causa riferita al medico era la stessa nei quattro casi:
Se gli insegnanti avallavano quel palese falso nelle registrazioni ufficiali, era ovvio che non intendevano prendere provvedimenti contro chi aveva partecipato alla zuffa in sala di battaglia. Possibile che non facciano niente? Non gli importa quel che succede in questa scuola?
Visto che era tornato in camerata prima del solito, chiamò la partita libera sul suo banco. Da un po’ di tempo non la giocava più, e forse per quel motivo la sua figura non cominciò nel posto in cui l’aveva lasciata. La vide prender forma presso il corpo del Gigante. Soltanto che adesso era a stento identificabile come un corpo, a meno che uno non indugiasse a esaminarlo. La massa mummificata s’era trasformata in una collinetta su cui crescevano erbacce e rampicanti. Il cranio era invece ancora riconoscibile per i tratti di osso nudo e bianco, simile a roccia gessosa levigata dalla pioggia.
Ender proseguì, aspettandosi di dover eliminare i bambini licantropi, ma giunto al parco giochi ebbe la sorpresa di trovarlo vuoto. Forse una volta uccisi restavano morti per sempre. Questo lo rese un po’ triste.
Attraversò la foresta, scese nel pozzo, uscì dalla caverna piena di gemme e si trovò sul cornicione che sovrastava il meraviglioso panorama campestre. Di nuovo si gettò nel vuoto, la nuvoletta lo prese al volo e lo trasportò nella stanza in cima alla torre del castello.
Il serpente cominciò a sciogliere le sue spire di
Trovò invece uno specchio. E in esso vide comparire una faccia che riconobbe all’istante. Era Peter. Sul suo mento ruscellavano gocce di sangue, e da un angolo della bocca gli sporgeva la coda di un serpente.
Con un grido di spavento Ender respinse il banco. I pochi ragazzi che c’erano in camerata si volsero di scatto, allarmati, e lui dovette scusarsi spiegando che non era successo nulla. Ma quando trasse di nuovo il banco a sé gli tremavano le mani. La sua figura era sempre nella stanza, davanti allo specchio. La fece voltare e cercò di usare un mobile per rompere il cristallo, ma non riuscì a spostarlo. Inutile fu anche il tentativo di staccare lo specchio dal muro. Alla fine Ender vi scaraventò contro il serpente. Lo specchio andò in frantumi e dietro di esso comparve un foro sbrecciato nei mattoni. Dall’apertura guizzarono fuori dozzine di serpentelli che si gettarono sulla figura di Ender, mordendola dappertutto. Strappandosi i rettili di dosso con movimenti frenetici la figura barcollò, cadde morta e fu ricoperta da un viluppo di forme verdi che la nascosero.
Lo schermo diventò nero, e apparve una scritta:
Ender spense il banco e lo mise nell’armadietto.
Il giorno dopo parecchi comandanti ve
Quella sera invece di dodici ragazzi ce n’erano quarantacinque, più dei componenti di un’orda. E sia che fosse per la presenza di quelli che avevano affiancato Ender, sia che la sera prima ne avessero avuto abbastanza, nessuno dei loro provocatori si fece vivo.
Ender non chiamò più sul suo banco la partita libera. Ma essa continuava a svolgersi nei suoi sogni, mista al ricordo di come aveva ucciso il Gigante, alla ferocia con cui aveva schiacciato il serpente e affogato i licantropi, ai calci che aveva dato a Stilson, all’indifferenza con cui aveva rotto un braccio a Bernard. E terminava col volto di Peter che lo fissava orribilmente dallo specchio. Questo gioco sa troppe cose di me. Questo gioco dice delle sporche bugie. Io non sono Peter. Io non ho l’istinto omicida nel mio cuore.
Ma restava la paura più raggelante, il sospetto di essere un killer, e perfino migliore dello stesso Peter. Il pensiero che proprio quella sua dote compiacesse maggiormente gli insegnanti. È di killer che ha
Be’, io sono il vostro uomo. Sono io il bastardo sanguinario che volevate quando avete autorizzato la mia nascita. Io sono il vostro strumento, e che differenza fa se odio la parte di me della quale avete più bisogno? Che differenza fa se quando i serpentelli della partita mi ha