Страница 8 из 82
Dalle grandi finestre si vede la pista che scintilla di luci: luci verdi e rosse sulle punte delle ali degli aeroplani, file di luci quadrate e più opache lungo i loro fianchi, a indicare dove sono i finestrini, fari dei piccoli veicoli che tirano i carrelli dei bagagli. Luci ferme e luci ammiccanti.
— Adesso puoi parlare? — chiede Marjory mentre io guardo le luci.
— Sì. — Posso sentire il suo calore… lei mi è molto vicina. Socchiudo gli occhi un momento. — Vedi, talvolta rimango confuso. — Indico un aereo che si sta dirigendo verso una porta. — È quello il nostro?
— Credo di sì. — Fa un passo di lato e adesso mi sta davanti. — Stai bene?
— Sì. Sai… certe volte mi succede così. — Mi imbarazza il fatto che mi sia accaduto stasera, la prima volta che sono solo con Marjory. Ricordo quando mi succedeva al liceo, le volte che volevo parlare con qualche ragazza che non voleva parlarmi. Adesso anche Marjory se ne andrà? Potrei prendere un taxi per tornare da Tom e Lucia, ma non ho molto denaro con me.
— Sono contenta che tu stia bene — dice lei, e poi la porta si apre e la gente comincia a uscire dall'aeroplano. Lei cerca con gli occhi Karen e io guardo lei. Eccola: Karen è una do
Quando torniamo alla casa di Tom e Lucia, dov'è la mia macchina, Don se n'è andato e gli ultimi schermidori si sta
Saluto Tom, Lucia e Marjory e mi dirigo verso casa.
3
Il mio schermo sta lampeggiando quando arrivo a casa. È il codice di Lars: vuole che esamini la mia e-mail. È tardi e non vorrei rischiare di non svegliarmi in orario e non arrivare in tempo al lavoro domani mattina. Lars però sa che il mercoledì io vado a lezione di scherma e di solito non mi chiama mai. Deve trattarsi di qualcosa d'importante.
Accendo e trovo il suo messaggio. Mi ha inviato un articolo ritagliato da un giornale: parla di una ricerca sulla reversione dei sintomi di tipo autistico nei primati adulti. Lo leggo in fretta, col cuore che mi batte furiosamente. Oggi è diventata comune la reversione dell'autismo genetico nel neonato o di una lesione cerebrale che abbia dato luogo a sindromi di tipo autistico nei bambini piccoli; però mi avevano detto che per me era troppo tardi. Se l'articolo dice la verità, invece, non è troppo tardi. Proprio alla fine l'autore dell'articolo istituisce questa co
Mentre leggo, altre icone si accendono sullo schermo: il logo della società autistica locale, quello di Cameron e quello di Dale. Allora anche loro ha
Quando guardo l'orologio, è passata mezzanotte. Devo andare a letto, devo dormire. Spengo lo schermo, carico la sveglia; nella mia mente i fotoni corrono dietro al buio ma non lo raggiungono mai.
Al campus il giorno dopo siamo tutti riuniti dell'atrio, senza guardarci in viso. Tutti sa
— Credo sia un'impostura — dice Linda. — Non è possibile che funzioni.
— Ma se funzionasse… — suggerisce Cameron — se funzionasse, potremmo essere normali.
— Io non voglio essere normale — si oppone Linda. — Io sono così, e sono felice. — Ma non ha un'aria felice: ha un'aria cupa e decisa.
— Anch'io — dice Dale. — Anche se funziona per le scimmie, cosa significa? Le scimmie non sono persone, sono più primitive di noi. Le scimmie non parlano. — La sua palpebra vibra più del solito.
— Noi già comunichiamo meglio delle scimmie — dice Linda.
— A me però piacerebbe non dover farmi vedere da un psichiatra ogni quadrimestre — dice Cameron.
Penso alla dottoressa Fornum: sarei tanto più felice se non dovessi andare da lei. E lei, sarebbe felice di non dovermi vedere?
— Lou, e tu che ne dici? — chiede Linda. — Tu già vivi in parte nel loro mondo.
Ma tutti noi lo facciamo, noi che abbiamo un lavoro e conduciamo una vita indipendente. Linda però non ama far nulla con gente che non sia autistica, e già prima ha detto che secondo lei io non dovrei farmela col gruppo di schermidori di Tom e Lucia o con la gente della mia Chiesa. Se sapesse quali sono i miei sentimenti verso Marjory, probabilmente direbbe cose cattive.
— Io me la cavo abbastanza bene. Non capisco perché dovrei cambiare. — Sento che la mia voce è più dura del solito, e vorrei che questo non mi accadesse quando sono turbato. Non sono in collera e non mi va di avere la voce di uno in collera.
— Vedi? — dice Linda rivolta a Cameron, che distoglie lo sguardo.
— Devo lavorare — dico, e vado nel mio ufficio dove accendo il ventilatore e guardo le lucine colorate girare e ammiccare. Vorrei rimbalzare un po', ma non voglio essere in palestra nel caso arrivasse il signor Crenshaw. Mi sento il petto oppresso e non riesco a interessarmi al problema al quale sto lavorando.
Mi chiedo come sarebbe essere normale. Allorché uscii dalla scuola mi costrinsi a non pensarci più; adesso, quando mi ritorna in mente, mi affretto a scacciare l'idea. Ora però… cosa significherebbe non doversi preoccupare che la gente pensi che sono matto quando balbetto o quando non posso rispondere e devo scrivere sul mio taccuino? Cosa significherebbe non dover portare sempre in tasca quel mio cartoncino? Essere in grado di vedere e sentire tutto? Sapere cosa pensa la gente solo interpretando la sua espressione?
L'insieme di simboli su cui sto lavorando di colpo mi appare del tutto privo di significato.
È questo forse? È per questo che le persone normali non fa
Ecco che i simboli riacquistano vita, significato e io mi tuffo nel lavoro.
Quando torno a emergere è passata l'ora del pranzo. Ho mal di testa per essere rimasto fermo troppo a lungo e per non aver mangiato. E non ho neppure fame, ma so che devo mangiare. Vado nel cucinino a
Mangio una mela e qualche chicco d'uva, mordicchio la carne. Il mio stomaco non reagisce bene. Mi piacerebbe andare in palestra, ma ci trovo Linda e Chuy e torno indietro.
Il pomeriggio pare trascinarsi all'infinito. Esco in stretto orario e mi dirigo verso la mia macchina. Nella mia mente c'è una musica tutta sbagliata, acuta e stridente. Vedo uscire anche gli altri, e tutti mostrano segni di tensione. Nessuno parla. Entro in macchina e parto.