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L’uomo subito dietro Wututu nella fila che aveva le guance coperte di cicatrici disse: «Ci vendera
«E che cosa ci fara
L’uomo non rispose.
«Dunque?» ripeté Wututu. Agasu si guardò alle spalle. Mentre camminavano non potevano parlare né cantare.
«È possibile che ci mangino» disse l’uomo. «Così mi è stato detto. Per questo ha
Wututu cominciò a piangere. Agasu disse: «Non piangere, sorella. Non ti mangera
Però Wututu continuava a piangere e a camminare con il cuore pesante, in preda a dolore, rabbia e paura come solo un bambino può sentirli: sentimenti crudi e travolgenti. Non riusciva a dire a suo fratello che non era preoccupata d’essere mangiata dai diavoli bianchi. Lei sarebbe sopravvissuta, ne era certa. Piangeva perché temeva che mangiassero lui e non era sicura di poterlo proteggere.
Arrivarono a una base commerciale dove ve
Il suo primo pensiero fu di stupore per la grandezza della nave, il secondo che era troppo piccola per accoglierli tutti. Ondeggiava leggera sull’acqua. La scialuppa fece molti viaggi per imbarcare i prigionieri sulla nave dove ve
Wututu finì con i bambini, non con le do
La nave levò l’ancora e prese il largo.
Wututu si chiedeva da dove venissero quegli uomini bianchi (sebbene nessuno fosse bianco davvero: bruciati dal sole e dal mare, avevano la pelle scura). Erano così sprovvisti di cibo da dover mandare a prendere gente fin nella sua terra? Oppure lei era una prelibatezza, un bocconcino per uomini che avevano assaggiato di tutto e solo la carne nera nella pentola faceva venir loro l’acquolina in bocca?
Durante il secondo giorno di navigazione la nave incontrò una tempesta, non di quelle brutte, ma il ponte rollava e beccheggiava e l’odore del vomito si mescolò a quello dell’urina, delle feci liquide e della paura. Dalle grate di aerazione sulla coperta, dov’erano stivati gli schiavi, la pioggia cadeva su di loro a secchiate.
Dopo una settimana di viaggio, ormai molto lontani da terra, gli schiavi furono liberati dai ferri. Ogni disobbedienza, spiegarono, ogni guaio sarebbe stato punito con una severità che non immaginavano nemmeno.
Al mattino venivano nutriti con fagioli e gallette, più un cucchiaio ciascuno di succo di lime e aceto, talmente aspro da provocare smorfie e accessi di tosse; alcuni sputacchiavano e piangevano quando gli veniva ficcato in bocca. Però non potevano sputarlo: se li sorprendevano a sputarlo o a lasciarlo colare fuori venivano frustati o bastonati.
La sera mangiavano carne salata. Aveva un sapore sgradevole, e sulla superficie grigia c’era una patina con i colori dell’arcobaleno. Questo all’inizio. Nel corso del viaggio peggiorò.
Ogni volta che era possibile Wututu e Agasu si stringevano vicini, parlavano della mamma, della casa e dei compagni di gioco. A volte lei raccontava al fratello storie che la loro madre le aveva raccontato, come la storia di Elegba, il più scaltro degli dèi, che prestava occhi e orecchi al Grande Mawu, che gli portava messaggi dal mondo e riportava al mondo le sue risposte.
La sera, per ammazzare il tempo, i marinai permettevano agli schiavi di cantare ed esibirsi nelle danze.
Wututu era stata fortunata a finire con i bambini. Venivano ammassati insieme e ignorati; le do
Morirono in un centinaio tra uomini, do
La nave su cui viaggiavano Wututu e Agasu era olandese, ma loro non lo sapevano, avrebbe anche potuto essere brita
Erano gli uomini dell’equipaggio che avevano la pelle nera, perfino più nera di Wututu, a ordinare ai prigionieri dove andare, cosa fare, quando danzare. Un mattino Wututu vide che uno di loro la stava fissando. Mentre mangiava lui le si avvicinò e rimase a fissarla senza parlare.
«Perché lo fai?» gli chiese lei. «Perché servi i diavoli bianchi?»
Lui rispose con una smorfia, come se quella fosse la domanda più buffa mai sentita. Poi si piegò su di lei fin quasi a sfiorarle l’orecchio, fino a nausearla con il suo alito. «Se tu fossi più grande» le disse «ti farei gridare di piacere. Magari stanotte lo faccio. Ho visto come balli.»
Lei lo guardò con i suoi occhi color nocciola e imperturbabile, quasi sorridendo, gli disse: «Se ci provi io te lo stacco con i denti che ho lì dentro. Sono una strega, e i miei denti sono affilati». Si gustò il piacere di vedergli cambiare espressione. L’uomo si allontanò senza dire niente.
Le parole le erano uscite di bocca ma non erano farina del suo sacco: non le aveva pensate né formulate. No, erano dello scaltro Elegba. Mawu aveva creato il mondo e poi, grazie agli imbrogli di Elegba, aveva smesso di interessarsene. Era stato Elegba l’astuto con l’erezione dura come il ferro che aveva parlato attraverso di lei, che le era entrato dentro per un momento, e prima di addormentarsi, quella sera, lei gli rese grazie.
Molti prigionieri rifiutavano il cibo. Venivano frustati fino a quando non si decidevano a ingoiare quello che gli veniva cacciato in bocca a forza, anche se le frustate erano talmente tante che due di loro ne morirono. Nessun altro cercò di conquistare la libertà lasciandosi morire di fame. Un uomo e una do
Fu un viaggio lungo, tremendo per i prigionieri e spiacevole per i membri dell’equipaggio che pure si erano fatti il cuore duro e fingevano d’essere allevatori che portavano il bestiame al mercato.