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«Si poteva legare il ka di un uomo al suo corpo per cinquemila a
«Ho bisogno di una birra» disse Jacquel. Si sfilò i guanti e li gettò nel recipiente. In una cesta lasciò cadere il camice marrone e poi prese il vassoio con i barattoli dei campioni degli organi: fettine rosse, marroni e violacee. «Venite con me?»
Salirono le scale che portavano in cucina. Era una stanza tutta marrone e bianca, sobria e rispettabile, che a Shadow sembrò molto a
Versò la birra e porse un bicchiere a Shadow, poi a Jacquel. Era un’ottima birra, amara e scura.
«Buona» disse Shadow.
«La facciamo noi» spiegò Ibis. «Ai vecchi tempi erano le do
«Mi capita di incontrarlo, ogni tanto» disse Jacquel, «quando vado a ritirare un corpo.» Sorseggiò la sua birra.
«Vorrei provvedere al mio mantenimento» disse Shadow «finché resto qui. Ditemi di cosa avete bisogno e io lo faccio.»
«Ti troveremo un lavoro» conve
La gattina scura aprì gli occhi e si alzò stiracchiandosi. Attraversò la cucina e andò a strusciare la testa contro uno stivale di Shadow che allungò la mano per darle una grattatina sulla fronte, dietro le orecchie e sulla nuca. Lei inarcò estatica la schiena e poi gli saltò in grembo, si issò sul suo petto e gli sfiorò la punta del naso con il suo, freddo. Infine si acciambellò sulle ginocchia di Shadow e si riaddormentò. Lui le accarezzò il pelo morbido; era un peso caldo e piacevole sulle ginocchia, aveva l’aria di sentirsi nel posto più sicuro del mondo e Shadow lo trovò consolatorio.
La birra gli aveva lasciato un piacevole ronzio nella testa.
«La tua stanza è in cima alle scale, vicino al bagno» disse Jacquel. «Troverai appesi nell’armadio gli abiti da lavoro… Prima vorrai lavarti e farti la barba, immagino.»
Shadow si lavò e sbarbò. Fece la doccia in piedi nella vasca di ghisa e si fece la barba con un rasoio a mano libera che gli aveva prestato Jacquel. Era affilato in maniera oscena, e aveva un manico di madrcperla, e Shadow sospettò che venisse usato per dare ai cadaveri l’ultima rasatura. Era la prima volta in vita sua che usava un rasoio di quel tipo, tuttavia non si tagliò. Sciacquò quel che restava della schiuma da barba e nello specchio del bagno coperto dì puntini scuri osservò se stesso nudo. Era coperto di ecchimosi: lividi nuovi sul petto e sulle braccia e, sotto, quelli ormai sbiaditi, ricordo di Mad Sweeney. Lo specchio gli restituì uno sguardo sospettoso.
E poi, come se qualcuno gli guidasse la mano, alzò il rasoio e se l’appoggiò con la lama aperta sulla gola.
Una soluzione, pensò. Una via d’uscita. E se al mondo c’era qualcuno capace di occuparsi del caso, di ripulire il disastro e sistemare tutto erano proprio i due tizi seduti a bere birra al piano di sotto, in cucina. Farla finita con le preoccupazioni. Farla finita con Laura. Farla finita con i misteri e le cospirazioni. Con i brutti sogni. Soltanto pace e quiete ed eterno riposo. Un colpo secco, da un orecchio all’altro. Non era difficile.
Rimase lì in piedi con il rasoio puntato alla gola. Dove la lama toccava la pelle uscì una goccia di sangue. Non si era nemmeno accorto di essersi tagliato. Vedi, disse, tra sé e sé, e gli sembrò di sentire una voce che gli sussurrava all’orecchio. Non fa male. È troppo affilato per fare male. Morirò senza neanche accorgermene.
In quel momento la porta del bagno si aprì di pochi centimetri, sufficienti a lasciar passare la gattina che sporgendo la testa dalla soglia lo guardò con aria incuriosita e fece le fusa.
«Ehi» le disse Shadow. «Credevo di aver chiuso a chiave.»
Ripiegò il rasoio, lo appoggiò sul lavandino e tamponò il piccolo taglio sulla gola con un pezzetto di carta igienica. Poi si avvolse un asciugamano intorno ai fianchi e andò nella stanza.
Come la cucina anche la sua camera da letto sembrava essere stata arredata negli a
Si vestì. Erano indumenti di buona qualità, benché non nuovi. Si domandò a chi fossero appartenuti. Stava mettendosi i calzini di un morto? Si sarebbe infilato le scarpe di un morto? A
Gli sembrava inconcepibile di aver potuto anche solo pensare di tagliarsi la gola. Mentre sistemava la cravatta il suo riflesso continuava a sorridere.
«Ehi» gli disse. «Forse tu sai qualcosa che io non so?» e immediatamente si sentì sciocco.
La porta si aprì e la gatta scivolò tra stipite e battente, attraversò la stanza e saltò sul davanzale della finestra. «Ehi» le disse Shadow. «Quella porta l’avevo chiusa sul serio. Sono sicuro.» Lei lo guardò con aria interessata. Aveva gli occhi color giallo scuro, come l’ambra. Poi dal davanzale balzò sul letto, dove si acciambellò in una massa di pelo e si addormentò sopra il vecchio copriletto.
Shadow uscì lasciando la porta aperta, perché la gatta potesse andarsene e anche per arieggiare in po’, e scese al pianterreno. Le scale cigolavano e scricchiolavano, protestando sotto il suo peso, implorando di essere lasciate in pace.
«Accidenti, come stai bene» disse Jacquel. Lo stava aspettando nell’atrio vestito di tutto punto con un abito nero come quello di Shadow. «Hai mai guidato un carro funebre?»
«No.»
«C’è una prima volta per tutto. E parcheggiato qui davanti.»
Era morta una vecchia signora che si chiamava Lila Goodchild. Seguendo le indicazioni di Jacquel, Shadow portò la barella pieghevole di alluminio su per le strette scale e la aprì accanto al letto. Prese un sacco di plastica azzurro e traslucido, lo spiegò accanto alla morta e aprì la cerniera fino in fondo. La do
Shadow e Jacquel spinsero la barella fino alla stretta scala seguiti dal vecchio, che continuava a parlare di soldi, soprattutto, di avidità e ingratitudine. Ai piedi portava un paio di pantofole. Shadow iniziò a scendere le scale facendosi carico di quasi tutto il peso della barella, poi la trascinò lungo il marciapiede gelato fino al carro funebre. Jacquel aprì lo sportello posteriore e quando vide che Shadow esitava gli disse: «Spingila dentro. I supporti con le ruote si ripiegano automaticamente». Shadow eseguì e infatti la barella scivolò sul pianale. Jacquel gli mostrò come si faceva ad assicurarla e mentre Shadow richiudeva il portellone prestò ancora ascolto alle parole del vecchio vedovo di Lila Goodchild che, indifferente al freddo, protetto dai rigori invernali soltanto da un paio di pantofole e da un accappatoio, raccontava dei figli, nient’altro che avvoltoi in attesa di impossessarsi di quel poco che lui e Lila erano riusciti a risparmiare, e di come avevano vissuto prima a St. Louis, poi a Memphis, a Miami e infine a Cairo, e di quanto fosse sollevato del fatto che Lila non fosse morta in un ospizio, dove aveva paura di finire lui, invece.