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Si raggrupparono spontaneamente in base alle nazionalità, a volte alla razza, al temperamento, perfino in base alla specie. Sembravano in apprensione, sembravano stanchi.
Qualcuno parlava. Ogni tanto si sentiva una risata sporadica, subito soffocata. Circolavano confezioni di birra da sei.
Ve
Due do
La luna spuntò a oriente, al suo quattordicesimo giorno. Era grande come metà del cielo, quasi rossa, proprio sopra le montagne. Mentre l’attraversava sembrò rimpicciolirsi e impallidire fino a rimanere sospesa in alto in alto come una lanterna.
Erano in tantissimi ad aspettare, al chiaro di luna, alle pendici della montagna.
Laura aveva sete.
A volte i vivi bruciavano nella sua mente in modo costante, come le fiamme delle candele, altre volte fiammeggiavano come torce. Ciò rendeva più facile evitarli, e quando serviva, più facile reperirli. Shadow bruciava in un modo così strano, con una luce tutta sua, su quell’albero. Una volta lo aveva rimproverato, mentre camminavano tenendosi per mano, per il fatto di non essere vivo. Aveva sperato di cogliere una scintilla di emozione, di vedere qualcosa.
Ricordava che camminandogli accanto si era augurata che capisse cosa stava cercando di dirgli.
Morendo su quell’albero Shadow era stato straordinariamente vivo.
Lo aveva osservato bene, mentre la vita lo abbandonava: era concentrato, reale. E le aveva chiesto di restare con lui, di passare la notte con lui. L’aveva perdonata… forse l’aveva perdonata. Non era importante. Shadow era cambiato, di questo poteva dirsi sicura.
Le aveva detto di andare alla fattoria, dove le avrebbero dato da bere. Era tutto spento e sembrava che dentro non ci fosse nessuno, però Shadow aveva detto che le do
Si ritrovò in uno stretto corridoio bloccato da un grande pianoforte polveroso. L’odore di umidità era intenso e stantio. Riuscì a passare infilandosi tra pianoforte e muro, aprì un’altra porta ed entrò in un soggiorno in rovina, zeppo di mobili rotti. Sulla mensola del camino bruciava una lampada a olio. C’era un fuoco di carbone acceso, benché dall’esterno lei non avesse visto il fumo né sentito l’odore. Il fuoco non riusciva a riscaldare la stanza gelata, ma Laura era pronta a riconoscere che non fosse colpa della stanza.
La morte le procurava una sofferenza che consisteva soprattutto di assenze: aveva sempre sete, un’arsura che le bruciava le cellule, nelle ossa un’assenza di calore assoluta. A volte si chiedeva se le fiamme scoppiettanti di una pira, o la soffice coltre scura della terra, non avrebbero potuto riscaldarla, se il freddo mare non sarebbe magari riuscito a dissetarla…
Si rese conto che la stanza non era disabitata. Sul vetusto sofà c’erano tre do
Laura non si era aspettata di trovarle.
Qualche cosa si dimenò e le cadde nella cavità nasale. Cercò il fazzolettino di carta infilato nella manica e si soffiò il naso. Poi lo appallottolò e lo gettò nel fuoco con ciò che conteneva, restò a guardarlo mentre si accartocciava, a
Poi si girò verso le do
«Buon giorno. Questa è la vostra fattoria?» chiese.
La più alta delle tre a
«Shadow… l’uomo appeso all’albero… è mio marito… mi ha detto di dirvi di darmi un po’ d’acqua.» Qualcosa di enorme le si mosse nelle viscere, si contorse e poi tornò immobile.
La do
Laura sentì porte che si aprivano e chiudevano, e da fuori arrivarono degli scricchiolii, ognuno seguito da uno splash.
Di lì a poco la piccola do
«Grazie.» Laura si avvicinò al tavolo, si guardò intorno in cerca di una tazza o di un bicchiere, e non vedendoli afferrò la brocca. Era più pesante del previsto e conteneva un’acqua perfettamente limpida.
L’avvicinò alle labbra e cominciò a bere.
Era fredda come ghiaccio. Le gelò la lingua, i denti e l’esofago. Comunque lei continuò a berla, incapace di smettere, sentendosi gelare lo stomaco, le viscere, il cuore, le vene.
Scorreva dentro di lei come ghiaccio liquido.
Quando si rese conto con sorpresa che la brocca era vuota, la riappoggiò sul tavolo.
Le do
All’improvviso fu scossa da un brivido convulso. Tese una mano verso il tavolo per sostenersi, ma il tavolo scivolò via tutto storto e quasi le sfuggì. Quando riuscì ad appoggiare la mano cominciò a vomitare. Vomitò bile e formalina, centopiedi e vermi. E poi iniziò a defecare e urinare: il suo corpo si svuotava con violenza. Avrebbe urlato, se avesse potuto, ma a quel punto le tavole polverose del pavimento le ve
Il tempo la travolse e la percorse vorticando come un turbine di sabbia. Mille ricordi affollati insieme: si era persa in un grande magazzino la settimana prima di Natale, non trovava più suo padre; adesso era seduta nel bar, da Chi-Chi’s, a ordinare un daiquiri alla fragola mentre osservava l’uomo con cui gli amici le avevano combinato un appuntamento, l’uomo-bambino, grande e grosso e serio serio, chiedendosi come baciasse; poi era nella macchina che si ribaltava e continuava a roteare mentre Robbie le urlava qualcosa fino a quando il palo non aveva fermato la corsa della vettura, ma non quella dei corpi che conteneva…
L’acqua del tempo, che nasce dalla sorgente del destino, il fonte di Urdhr, non è l’acqua della vita. Non esattamente. Alimenta le radici dell’albero del mondo, però. E nessun’altra acqua le è pari.
Quando si risvegliò nella stanza vuota Laura tremava. Il suo respiro disegnava nuvolette nell’aria del mattino. Sul dorso della mano c’era un graffio con una macchietta umida che aveva il colore rosso del sangue fresco.