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Il sole brillava alto nel cielo e gli uccelli volavano nel vento dolce e leggero.

— Uomini di Telmar — esordì Aslan — chi desidera avere una nuova patria, ascolti bene le mie parole. Vi manderò nella vostra terra d’origine, una regione che al contrario di voi conosco bene.

— Non ci ricordiamo di Telmar. Non sappiamo dove si trovi e neppure come sia fatta — borbottarono quelli.

— Da Telmar siete venuti a Narnia, ma in origine arrivaste da un altro luogo ancora. Molte, molte generazioni fa, appartenevate allo stesso mondo cui appartiene Peter, il Re supremo.

A queste parole, molti cominciarono a rumoreggiare. — Ecco, proprio come pensavamo. Ci manderà dall’altra parte del mondo perché ci vuole morti.! — Ma altri cominciarono a parlottare fra loro, dandosi sonore pacche sulla schiena: — Che bella scoperta! Pensa, non apparteniamo al paese dove vivono creature tanto strane, i

Caspian, Cornelius e i ragazzi guardarono Aslan, divertiti.

— E pace sia! — sussurrò Aslan con una voce appena percettibile, ma che agli altri sembrò un piccolo ruggito. Per un istante la terra tremò e tutte le cose e gli esseri viventi impietrirono.

— Tu, Caspian — disse ancora il leone — dovresti sapere che si può regnare su Narnia a una sola condizione: essere figli di Adamo e provenire dal mondo dei figli di Adamo, come gli antichi re. Ebbene, questa condizione è rispettata. Molti a

— Certo. Ho sempre desiderato appartenere a un lignaggio più nobile e onorevole.

— Tu sei nato dal signore Adamo e do

Caspian a

— E adesso — proseguì Aslan — mi rivolgo a voi, uomini e do

Scese il silenzio. Uno dei soldati di Miraz, un buon diavolo grande e grosso, disse: — Bene, accetto l’offerta.

— Hai fatto la scelta giusta — ribatté Aslan. — E dal momento che sei stato il primo a dire di sì, la forza della magia ti accompagnerà. Avrai una bella vita e un radioso futuro in quella terra. Avanti, forza!

L’uomo, per la verità un po’ pallido, si fece avanti. Aslan e la sua corte si tirarono indietro, lasciandolo avvicinare a quella specie di soglia.

— Avanti, figlio mio, va’ — lo incitò Aslan, chinandosi verso di lui e sfiorando il naso dell’uomo con il suo. Non appena il soldato fu investito dall’alito di Aslan, una luce diversa brillò nei suoi occhi, forse stupita, sicuramente non triste o malinconica, come se cercasse di ricordare qualcosa. Poi raddrizzò le spalle e attraversò la porta.

Tutti puntarono lo sguardo su di lui. Videro i tre pezzi di legno e attraverso di essi gli alberi, l’erba e il cielo di Narnia. Poi videro l’uomo fra i due stipiti e un secondo più tardi non lo videro più.

Dall’altra parte della radura i discendenti di Telmar cominciarono a lamentarsi: — Cosa gli è successo, poveretto? Ci vogliono uccidere tutti? Ah, io da lì non passo…

Poi uno di loro, di gran lunga più scaltro degli altri, disse: — Attraverso quei bastoni non si vede un nuovo mondo. Se volete che ci crediamo, perché non mandate avanti uno di voi? Mi pare che i vostri amici se ne stiano alla larga, dalla porta.

L’uomo non aveva ancora finito di parlare che Ripicì si fece avanti e s’inchinò ad Aslan.

— Se il mio esempio può essere di qualche aiuto, Aslan, prenderò undici topi con me e a un tuo segnale passeremo dalla porta senza esitare.

— No, piccola creatura — rispose Aslan, accarezzando delicatamente la testolina di Ripicì con la zampa vellutata. — Vi farebbero cose terribili, nel nuovo mondo. Sareste fenomeni da baraccone e vi esporrebbero nei mercati e nelle fiere. Sono altri quelli che devono andare.

— Avanti — disse Peter rivolgendosi a Edmund e a Lucy. — Adesso tocca a noi.

— Che vuoi dire? — chiese Edmund.

— Da questa parte — indicò Susan, che sembrava aver capito tutto. — Venite nel bosco con me. Dobbiamo cambiarci d’abito.

— Cambiare cosa?

— I nostri vestiti — rispose Susan. — Conciati così faremmo ridere i polli, in una stazione inglese. Non vi pare?

— Ma abbiamo lasciato le nostre cose al castello di Caspian — disse Edmund.

— No — interve

— Allora è di questo che tu e Susan parlavate con Aslan quando ci siamo svegliati? — chiese Lucy.

— Sì, e anche di altre cose. — Il tono di Peter era sole

— Mai più? — gridarono Lucy e Edmund in coro.

— Voi invece potrete tornare — li tranquillizzò Peter. — Da quello che ha detto lui, mi è sembrato di capire che un giorno tornerete. Ma Susan e io non potremo accompagnarvi: siamo troppo grandi, ormai.

— Peter, questa sì che è una bella sfortuna. Potrai mai rassegnarti?

— Credo di sì — rispose Peter. — È tutto molto diverso da come avevo immaginato. Te ne renderai conto quando anche per te sarà l’ultima volta, ma adesso non c’è tempo da perdere. Ecco, questi sono i vestiti.

Fu una cosa strana e poco simpatica spogliarsi degli abiti regali e indossare la divisa della scuola (un po’ sgualcita, per la verità) ai margini della grande assemblea. Un paio di Telmarini, fra i più irriducibili, li canzonarono. Le altre creature di Narnia, invece, si alzarono in onore di Peter il Re supremo, di Susan regina del corno, di re Edmund e della regina Lucy, salutandoli.

Era l’addio fra amici che si volevano un gran bene e fu versata qualche lacrima, soprattutto da Lucy. Gli animali li baciarono, gli orsi bruni li strinsero forte, con Briscola furono scambiate calorose strette di mano e con Tartufello un abbraccio rapido e baffuto. Caspian, come c’era da aspettarsi, chiese a Susan di riprendere il corno e Susan, c’era da aspettarsi anche questo, disse che no, poteva tenerlo lui. Infine ci fu il commiato da Aslan, il saluto più straordinario ma anche più doloroso.