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— Il tuo codice è infranto. È sulla rete della polizia. Pensavo che avresti gradito saperlo. — Stephanie era un poliziotto. Non era nella polizia distrettuale, lavoro duro e sporco da effettuare giù fra i Vivi. Non la nostra Stephanie. Possedeva una ditta che forniva robot di pattuglia per la sicurezza nelle enclavi. Aveva progettato i robot personalmente. La sua impresa, che godeva di un successo stupefacente, aveva firmato contratti con un ragguardevole numero di enclavi di San Francisco, anche se non con la mia. Dirmi che il mio codice si trovava nella rete dei robot rappresentava il suo sgradevole modo di provocarmi poiché la mia enclave utilizzava una diversa forza di polizia.
Mi stesi nuovamente sulla sdraio e allungai una mano per prendere un drink. I fiori azzurri più vicini si spinsero verso la mia mano.
— Stai facendo avere loro un’erezione — disse Stephanie attraversando la portafinestra. — Oh, biscotti all’anice! Ti dispiace se ne do uno a Katous?
Il cane la seguì dalla fresca oscurità del mio appartamento, si bloccò, strizzando gli occhi nella splendente luce del sole, e a
E, in nessun caso, una qualsiasi modificazione genetica che fosse ereditaria. Nessuno voleva un altro fiasco come quello degli Inso
O, in questo caso, "i" cani. Eppure ecco lì Stephanie, teoricamente una rappresentante della legge, in piedi sulla mia terrazza affiancata da una vivente violazione da galera della ECGS, dal pelo rosa. Katous aveva quattro adorabili orecchie rosa, diritte in modo identico, auricolari Rockettes. Aveva un simpatico codino da coniglio in pelo rosa. Aveva immensi occhi marroni, di una dimensione tre volte maggiore a qualsiasi occhio da cane che il giudice Milano avrebbe approvato, che gli conferivano uno sguardo languido e afflitto. Era talmente adorabile e dall’aria così vulnerabile che avevo voglia di prenderlo a calci.
— Ho sentito che David se n’è andato — disse Stephanie, chinandosi per dare da mangiare il biscotto all’anice a quell’ammasso di pelo tremante. Mi chiesi se Stephanie sapesse che katous era il termine arabo per "gatto". Certo che lo sapeva.
— David se n’è andato — confermai io. — Eravamo arrivati a un bivio.
— E chi sarà il prossimo?
— Nessuno. — Sorseggiai il mio drink senza offrirne uno a Stephanie. — Penso di vivere da sola per qualche tempo.
— Davvero? — Toccò un fiore color acquamarina: il dito ve
— Che mi dici del tuo cane? — ribattei mordace. — Non è tremendamente illegale per essere il cane di uno sbirro?
— Ma tanto grazioso. Katous, di’ ciao a Diana.
— Ciao — disse Katous.
Staccai lentamente il bicchiere dalle labbra.
I cani non sapevano parlare. La struttura vocale non lo permetteva, la legge non lo permetteva, il QI canino non lo permetteva. Tuttavia il "ciao" latrato da Katous era stato perfettamente chiaro. Katous sapeva parlare.
Stephanie si appoggiò contro la portafinestra, godendosi l’effetto della sua granata. Avrei dato qualsiasi cosa per essere in grado di ignorarla, per proseguire con una conversazione neutrale e disinteressata. Non ci riuscii.
— Katous — dissi io — quanti a
Il cane mi fissò con enormi occhi afflitti.
— Dove abiti, Katous?
Nessuna risposta.
— Sei modificato geneticamente?
Nessuna risposta.
— Katous è un cane?
C’era forse un’ombra di triste sconcerto nei suoi occhi marroni?
— Katous, sei felice?
Stephanie disse: — Il suo vocabolario è di sole ventidue parole. Però ne capisce di più.
— Katous, vuoi un biscotto? Biscotto, Katous?
Il cane agitò il ridicolo codino e si mise a piroettare sul posto. Non aveva unghie sulle zampe. — Biscotto! Per favore!
Io allungai un biscotto della stessa marca delle madeleines di Proust. Magnifiche: croccanti, fragranti di anice, ricche di burro. Katous lo prese con gengive rosate, prive di denti. — Grazie, signora!
Guardai Stephanie. — Non è in grado di difendersi. È un ritardato mentale, sveglio abbastanza da saper parlare, ma non a sufficienza da capire il suo mondo. A che serve?
— A che servono i tuoi fiori penili? Dio, se sono sensuali! Te li ha dati David? Sono magnifici.
— Non me li ha dati David.
— Li hai comperati tu? Dopo che lui se n’è andato, immagino. Una forma di sostituzione?
— Un promemoria della fallibilità maschile.
Stephanie rise. Sapeva che stavo mentendo, ovviamente. David non era mai stato fallibile in quel campo. O in qualsiasi altro. Il fatto che se ne fosse andato era colpa mia. Non sono una persona facile con cui vivere. Stuzzico, ficco il naso dappertutto, litigo, cerco freneticamente debolezze da giustificare le mie. Peggio ancora, lo ammetto solamente ben dopo che è accaduto il fatto. Distolsi lo sguardo da Stephanie e fissai attraverso un varco tra i fiori la Baia di San Francisco, tenendo il drink ghiacciato in mano.
Suppongo che sia una grave pecca del mio carattere, quella di non sopportare di restare per più di dieci minuti nella stessa stanza con una persona come Stephanie. Lei è intelligente, piena di successo, spiritosa, audace. Gli uomini le cadono ai piedi e non soltanto per il suo aspetto modificato geneticamente, capelli rossi, occhi viola e gambe lunghe un metro e mezzo; nemmeno per la sua intelligenza potenziata. No, lei possiede la forma estrema di attrazione per i logori maschi: niente cuore. Rappresenta una sfida pere
"La gelosia" aveva sempre detto David "corrode l’anima."
Io gli avevo sempre risposto che Stephanie era priva di anima. Aveva ventotto a