Страница 29 из 107
Mentre risaliva in auto, Leisha disse a Jordan: — Mi dispiace per quell’ultima battuta.
— Non preoccuparti — rispose Jordan.
— Be’, mi dispiace per te. So che credi in quello che stai facendo qui, Jordan.
— Sì — commentò Jordan tranquillamente. — È così. Nonostante tutto.
— Quando parli così, sembri tua madre.
Non si poteva certo dire la stessa cosa di Leisha, pensò Jordan, e si sentì immediatamente sleale. Era vero, però: Alice sembrava più vecchia di una quarantatree
— Come sta tua madre? — chiese Leisha.
Jordan comprese tutte le complessità insite nella domanda. Non aveva alcuna intenzione di invischiarvisi. — Bene — rispose. E quindi aggiunse: — Andrai direttamente da qui al Rifugio?
Leisha, mezza dentro e mezza fuori dall’auto, sollevò il volto per guardare il suo. — Come fai a saperlo?
— Hai la tipica espressione di quando stai venendo o stai andando lì.
Lei abbassò lo sguardo: lui non avrebbe dovuto menzionare il Rifugio. La do
Lei ritirò le lunghe gambe all’interno dell’auto. Jordan rise, producendo un suono tale che Leisha gli lanciò una breve occhiata con un’incerta espressione interrogativa negli occhi verdi. Ma lui scosse la testa, la baciò e chiuse la portiera. Mentre l’auto si allontanava, lui si raddrizzò, senza ridere. "Carisma. Egocentrismo spropositato. Opprimenti prestanze fisiche."
Com’era possibile, dopo tutto quel tempo, che Leisha non si fosse ancora resa conto di essere anche lei una di quel genere?
Leisha appoggiò la testa contro il sedile in pelle dell’aereo aziendale delle Imprese Baker. Era l’unica passeggera. Sotto di lei, la pianura del Mississippi stava cominciando a salire ai piedi della catena dei Monti Appalachi. La mano di Leisha accarezzò il libro appoggiato sul sedile di fianco al suo e lo sollevò. Era pur sempre una distrazione da Calvin Hawke.
Avevano fatto una copertina troppo sgargiante. Abramo Lincoln, senza barba, in piedi con un cappottone e un cappello a cilindro neri contro lo sfondo di una città in fiamme (Atlanta? Richmond?) ghignava in modo orribile. Fiamme color cremisi e dorate lambivano un cielo di porpora. Cremisi, oro e fucsia. Su video, i colori sarebbero stati ancora più violenti. In un ologramma tridimensionale, sarebbero stati praticamente fosforescenti.
Leisha sospirò. Lincoln non si era mai trovato in una città in fiamme. Nel periodo degli eventi del libro, aveva avuto la barba. Il libro stesso, poi, era un approfondito studio accademico sui discorsi di Lincoln alla luce della legge costituzionale, non alla luce di una battaglia. Nel libro non c’era nulla di sogghignante. Nulla vi bruciava.
Fece scorrere le dita sul nome inciso nella copertina. Elizabeth Kaminsky.
— Perché? — le aveva chiesto Alice nel suo tipico modo diretto.
— Non ti pare ovvio? — aveva risposto Leisha. — I miei casi legali acquistano anche troppa notorietà di per sé. Voglio che il libro si guadagni quel po’ di attenzione accademica che realmente vale piuttosto che…
— Questo l’ho capito — aveva ribattuto Alice. — Ma perché quello pseudonimo tra tutti quelli che potevi scegliere? — Leisha non aveva saputo cosa rispondere. Una settimana dopo aveva pensato a una risposta ma, ormai, la striminzita visita era terminata, e Leisha non si trovava più in California per comunicarla. Fu tentata di telefonare alla sorella, ma erano le quattro del mattino a Chicago, le due a Morro Bay e, ovviamente, Alice e Beck sarebbero stati addormentati. In ogni caso, poi, lei e Alice si telefonavano raramente.
"Per una cosa che Lincoln disse nel 1864, Alice. Unito al fatto che ho quarantatré a
La verità era, tuttavia, che lei non avrebbe probabilmente mai detto una cosa simile ad Alice, né a Chicago né in California. Non si sa come, tutto ciò che lei diceva ad Alice si trasformava in ampolloso. Tutto quello che Alice diceva a lei invece, come quella mistica sciocchezza del Gruppo dei gemelli, a Leisha appariva crivellato di buchi sia nella logica sia nella sostanza. Erano come due persone che cercassero di comunicare in un linguaggio straniero per entrambe, ridotto a ce
Vent’a
Ventiduemila Inso
Vent’a
— Sono stanca — fece Leisha a voce alta, tanto per dire. Il pilota non si voltò: non era molto portato alla conversazione. Le basse colline, immutate, continuavano a scivolare via seimila metri sotto di loro.
Leisha aprì il proprio portatile. Non serviva a nulla essere stanchi: non al tormentato abisso fra lei e Alice, non a Calvin Hawke nella lotta che si era lasciata alle spalle, non al Rifugio nella lotta che l’aspettava. Quei problemi sarebbero stati ancora tutti lì e, nel frattempo, lei avrebbe potuto sbrigare un po’ di lavoro. Altre tre ore per arrivare all’interno dello stato di New York, due per tornare a Chicago, tempo a sufficienza per terminare il verbale del processo per la causa "Calder contro Metallurgica Hansen". Aveva un appuntamento con un cliente a Chicago alle quattro del pomeriggio, una deposizione alle cinque e trenta del pomeriggio, un altro appuntamento con un cliente alle otto di sera e poi il resto della notte per prepararsi al processo del giorno dopo. Forse sarebbe riuscita a farci stare tutto.
La legge era l’unica cosa di cui non si stancava mai. L’unica cosa in cui continuasse a credere, nonostante vent’a