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Sulla spinta di un’ispirazione improvvisa, Cazaril si ricordò poi del passaggio segreto che univa lo Zangre col palazzo dei dy Jironal, all’epoca in cui esso era stato di proprietà di Lord dy Lutez. Si diceva che Ias e dy Lutez lo usassero di giorno per le riunioni di Stato e di notte per gli appuntamenti amorosi. Cercò allora di capire dove fosse, ma ben presto scoprì che quel passaggio era segreto quanto la strada principale di Cardegoss, sorvegliato da guardie e difeso da porte sprangate. Tentò persino di corrompere un paio di guardie, ricevendone in cambio spinte, imprecazioni e la minaccia di altre percosse.
Sono davvero in gamba, come assassino, pensò con amarezza, mentre tornava barcollando verso la sua camera, al crepuscolo. Si lasciò cadere sul letto, gemendo, con la testa che pulsava e il corpo dolorante, rimanendo immobile per qualche tempo prima di riscuotersi quanto bastava per accendere una candela. Doveva salire al piano di sopra per controllare come stavano le dame, ma temeva di non poter reggere al loro pianto, né se la sentiva di riferire a Betriz il proprio fallimento e di fare fronte a ciò che lei gli avrebbe chiesto. Lui non era riuscito a uccidere Dondo, quindi che diritto aveva di stroncare sul nascere un tentativo da parte della fanciulla?
Morirei con gioia, se ciò impedisse l’abominio che si verificherà domani… pensò.
Dici sul serio?
Si sollevò a sedere di scatto, rigido, chiedendosi se quella voce che gli era echeggiata nella mente fosse effettivamente la sua. Be’, la lingua gli si era mossa leggermente dietro le labbra, come gli capitava di solito quando discuteva con se stesso. E la risposta era come… nata dentro di lui.
Sì.
Si portò ai piedi del letto e si lasciò cadere in ginocchio, aprendo il coperchio del baule e cominciando a frugare tra gli indumenti ripiegati e profumati con chiodi di garofano, a difesa dalle tarme, fino a trovare una sopravveste di velluto nero avvolta intorno a una veste di lana marrone… e a un librettino in codice al quale non aveva più pensato da quando il giudice corrotto era fuggito da Valenda. Gli ve
Lascia perdere tutti gli esperimenti falliti, e va’ all’ultima pagina, si disse.
A onta della rozzezza di quel codice, la disperazione del mercante di lana emergeva concreta da quelle pagine, con una sorta di strana, scintillante semplicità: abbandonando tutte le precedenti, bizzarre elaborazioni, il mercante aveva fatto ricorso alla pura e semplice preghiera, a un ratto e a un corvo come mezzi per trasmettere la sua supplica, alle candele come strumento per illuminare la via, alle erbe aromatiche per elevare il suo cuore col loro profumo. Queste ultime lo avrebbero aiutato a improntare la mente alla purezza della volontà nonché ad accantonare la volontà stessa, deposta spontaneamente come un’offerta sull’altare del Dio.
Aiutami. Aiutami. Aiutami.
Quelle erano le ultime tre parole a
Posso farlo anch’io, pensò Cazaril, con un senso di meraviglia.
E se avesse fallito… ci sarebbe stata pur sempre Betriz, col suo coltello.
Ma non fallirò, promise a se stesso. Nella mia vita, ho fallito in quasi ogni cosa. Però non fallirò nella morte.
Riposto il volumetto sotto il cuscino, chiuse a chiave la porta della stanza e andò in cerca di un paggio, scegliendo infine un ragazzo asso
Prelevato dalla borsa un reale d’oro, Cazaril lo mostrò al paggio, tenendolo bene in vista tra pollice e indice. «Senti, ragazzo!» chiamò. «Ti andrebbe di guadagnarti un reale?»
Per i paggi dello Zangre, la cautela era d’obbligo. E un reale d’oro era una somma sufficiente a comprare servizi assai intimi da coloro che erano disposti a venderli, ma anche da ispirare cautela in quelli che non amavano giochi simili. «Cosa dovrei fare, mio signore?» chiese quindi il ragazzo.
«Cattura un ratto per me.»
«Un ratto, mio signore? Perché?»
Ah, già, ci voleva una motivazione, e Cazaril non poteva certo dichiarare di voler mettere in atto una magia di morte ai da
«Sì, mio signore.»
«Allora portami là il ratto, in un sacco, più in fretta che puoi, perché ho davvero fame», ribadì Cazaril e si allontanò, ridendo… Una risata vera, dovuta a una strana, selvaggia esaltazione che gli pervadeva il cuore.
Quello stato d’animo durò finché, nella sua stanza, non sedette sul letto per elaborare il resto del suo piano, quell’oscura preghiera che si sarebbe conclusa con un suicidio. Era notte, dunque il suo corvo non sarebbe venuto sul suo davanzale, neppure se avesse cercato di adescarlo col pezzo di pane prelevato nella sala dei banchetti, prima di tornare nella parte centrale del palazzo. Dal momento che i corvi avevano il loro nido nella Torre di Fonsa, doveva essere lui a strisciare fino a loro, passando per i tetti. C’era tuttavia il rischio di scivolare al buio… Senza contare la difficoltà di tornare nella propria camera con un fagotto stridente sotto il braccio.
No. Doveva andare col sacco in cui c’era il ratto. Se avesse fatto ciò che doveva lassù, avvolto dall’oscurità del tetto in rovina, un unico viaggio sarebbe bastato. E poi in quella torre la magia di morte aveva già funzionato una volta, in modo spettacolare, a favore del no