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Un paio di gambe in pantaloni verde-pino con una striscia azzurro-cielo sporgevano orizzontalmente fra alcune condutture, al livello del suolo. Una voce acuta stava mugolando parole incomprensibili. Dopo qualche altro grugnito selvaggio ci fu un clangore, a cui seguì il gemito di un meccanismo sigillante; le gambe si agitarono e il loro proprietario si alzò in piedi.

Si trattava di una femmina alta e robusta, con guanti di plastica lunghi fino al gomito, e fra le mani stringeva un oggetto metallico non identificabile lungo circa trenta centimetri che gocciolava di liquido scuro dall’odore disgustoso. F. Helda diceva la targhetta sul taschino sinistro della sua tuta Ecologia — Sorveglianza. La sua faccia arrossata, contorta dall’ira, spaventò Ethan mentre sbraitava ancora: — … incredibile stupidità di questi stranieri mangiafango, che non sa

Sul volto di Qui

— Zeeman dovrebbe fare il suo lavoro con le sue mani — sbottò la femmina della Sorveglianza Biologica. — invece di affidarlo a una straniera ignorante. Gli farò rapporto, per questo…

— Guardi che io sono della stazione, nata e cresciuta qui — la informò la mercenaria con voce secca. — Mi chiamo Qui

— Ah — disse la femmina, non troppo placata. — Suo cugino è nella Stazione A, questa mattina. Ma non la consiglio di andare a disturbarlo proprio adesso; sta

— E quell’affare, cosa diavolo è? — interruppe la sua ramanzina Qui

Le mani della Sorvegliante F. Helda si strinsero su quella torturata forma metallica come se volessero strangolarla. La sua ostilità verso i visitatori non autorizzati lottò contro il desiderio di sfogare l’indignazione per quella sconcezza, e perse. — È l’ultimo regalo che mi ha fatto la Passeggiata dei Viaggiatori. Lei sa fino a che culmine d’ignoranza criminale possono arrivare i turisti, ma perfino gli analfabeti non ha

F. Helda attraversò il locale a passi lunghi e gettò l’oggetto in una cesta, insieme ad altri rifiuti evidentemente non-organici. — Odio i mangiafango — brontolò. — Vengono a portare la loro sporcizia nello spazio, del tutto incuranti di quanto ci costi liberarcene, stupidi come animali… — Si tolse i guanti melmosi, che gettò nella spazzatura, asciugò le gocce rimaste al suolo con un piccolo aspiratore sonico, spruzzò del disinfettante qua e là, e andò a un lavandino per lavarsi le mani con metodica energia.

Qui

— Era assolutamente inutile che Zeeman li mandasse giù in anticipo — disse la sorvegliante ecologica. — Adesso ho una sepoltura, fra cinque minuti, e il degradatore è già programmato per ridurre la salma a semplici molecole organiche e mandare il tutto alla Sezione Idroponica. I tritoni dovra

Una mezza dozzina di abitanti della stazione vestiti di bianco entrarono con aria lugubre al seguito di un carrello antigravità, su cui stava una bara coperta da una stuoia di fiori sintetici. Qui

I kliniani si fermarono in semicerchio attorno al feretro, davanti al quale uno di loro pronunciò un breve discorso. Anche se la loro religione era insondabile per Ethan, il saluto ai defunti aveva qualcosa di universale e quelle parole sarebbero andate bene anche a un funerale athosiano. Forse le altre società umane della galassia non erano così diverse dalla sua, pensò lui.

— Desiderate vedere un’ultima volta il caro estinto? — li interrogò F. Helda.

I kliniani scossero il capo. Un uomo di mezz’età borbottò: — Per me è già anche troppo fargli un funerale. — Una do

— Desiderate assistere alla sepoltura? — volle sapere F. Helda nello stesso tono doverosamente formale.

— Nossignora, non ci tengo affatto — disse l’uomo di mezz’età. E quando la do

La famiglia uscì senza dir altro, e la sorvegliante ecologica tornò al suo precedente atteggiamento professionale-aggressivo. Aprì la bara, spogliò il cadavere — un uomo molto anziano — e gettò i suoi vestiti nel corridoio, dove presumibilmente sarebbero stati raccolti da un inserviente. Tornata nel laboratorio consultò un file di dati su uno schermo, indossò guanti e grembiule di plastica, storse la bocca in una smorfia di disgusto e attaccò il corpo dell’estinto con un coltello a vibrolama. Ethan osservò con interesse professionale mentre una mezza dozzina di organi artificiali insanguinati venivano gettati in una vaschetta: un cuore di plastica, alcune sezioni di arterie, un osso d’alluminio, un ginocchio di metallo cromato, un rene di fibra rossa. La bacinella fu vuotata in un cassone, e quindi F. Helda portò quel che restava del corpo alla grossa macchina sulla destra della stanza.

La sorvegliante ecologica sganciò le flange superiori di un largo portello, lo aprì e usò il telecomando per alzare il carrello antigravità fino a quell’altezza; poi inclinò il pianale, attese che il corpo nella bara biodegradabile che lo conteneva fosse scivolato dentro — ci fu un debole tonfo, all’interno — e richiuse subito il portello. Fatto ciò la femmina premette alcuni pulsanti, causando l’accensione di un display. La macchina ronzò e mormorò e fremette a un ritmo pacato che suggeriva l’idea di un’operazione normale in corso.

Mentre F. Helda era così occupata, dall’altra parte della stanza Ethan azzardò un sussurrò: — Cosa sta succedendo là dentro?

— Il corpo viene sciolto nei suoi componenti e la biomassa finisce nell’ecosistema della stazione — sussurrò Qui