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O luce dell’est, ridesta
Coloro che han dormito!
Il buio verrà infranto,
La promessa mantenuta.
Le file accanto a Shevek tacquero per ascoltarlo da lui, ed egli cantò con tutta la sua voce, sorridendo, procedendo con loro.
C’erano forse centomila esseri umani in Piazza del Campidoglio, o forse due volte tanto. Gli individui, al pari delle particelle della fisica atomica, non potevano venire contati, né si potevano determinare le loro posizioni, né prevedere il loro comportamento. Eppure, come massa, quella enorme massa fece ciò che gli organizzatori dello sciopero avevano previsto: si raccolse, marciò ordinatamente, cantò, riempì la Piazza del Campidoglio e tutte le strade circostanti, rimase immobile nella sua i
C’erano più persone, ferme nella Piazza, di quante ne vivessero in tutta Abbenay, pensò Shevek, ma era un pensiero senza significato, un tentativo di quantificare l’esperienza diretta. Era fermo con Maedda e gli altri sui gradini del Direttorato, davanti alle colo
— È la nostra sofferenza che ci porta insieme. Non è l’amore. L’amore non obbedisce alla mente, e diventa odio quando viene forzato. Il legame che ci unisce è al di là della scelta. Noi siamo fratelli. Siamo fratelli in ciò che condividiamo. Nel dolore, che ciascuno di noi deve soffrire da solo, nella fame, nella povertà, nella speranza, conosciamo la nostra fratellanza. Lo sappiamo, perché abbiamo dovuto impararlo. Sappiamo che il solo aiuto per noi è quello che ci diamo reciprocamente, che nessuna mano ci salverà se non tenderemo la mano. E la mano che voi tendete è vuota, come la mia. Voi non avete nulla. Voi non possedete nulla. Voi non siete proprietari di nulla. Voi siete liberi. Tutto ciò che avete è ciò che siete, e ciò che date.
«Io sono qui perché voi vedete in me la promessa, la promessa da noi fatta duecento a
Quando stava finendo di parlare, il rombo degli elicotteri della polizia che si avvicinavano cominciò a sommergere la sua voce.
Si allontanò dai microfoni e guardò in alto, stringendo le palpebre contro il sole. Poiché molti nella folla fecero come lui, il movimento delle loro teste e delle loro mani fu simile al passaggio del vento su un campo di grano illuminato dal sole.
Il frastuono delle pale rotanti delle macchine nell’ampia scatola di pietra della Piazza del Campidoglio era intollerabile: strepiti e stridori come la voce di un mostruoso robot. Esso sommerse il crepitio delle mitragliatrici sparate da bordo degli elicotteri. Anche quando il suono della folla si alzò in tumulto, il rombo degli elicotteri fu ancora udibile al di sopra di esso: l’urlo privo di mente delle armi, la parola senza significato.
Il fuoco degli elicotteri era puntato sulle persone ferme sui gradini del Direttorato o nelle immediate vicinanze. Il portico a colo
Le porte foderate di bronzo del Direttorato cedettero con uno schianto che nessuno udì. La gente premeva e inciampava verso di esse per mettersi al riparo, per sottrarsi alla pioggia di metallo. Si spinsero a centinaia nelle alte sale di marmo: alcuni ra
Spararono al morto che giaceva più vicino alla parola, e in seguito, quando il Direttorato fu riportato all’ordine, la parola ve
Comprese ch’era impossibile andare più avanti con l’uomo che era con lui: l’uomo diventava debole, cominciava a inciampare. Non c’era alcun posto dove andare, soltanto lontano dalla Piazza del Campidoglio. E non c’era alcun posto dove fermarsi, anche. La folla si era due volte raccolta in Viale Mesee, cercando di presentare un fronte alla polizia, ma i carri armati dell’esercito erano giunti di rincalzo alla polizia, e avevano spinto la folla i
L’uomo insieme a Shevek respirava ad ansiti, boccheggiava mentre avanzava faticosamente. Shevek l’aveva per metà trasportato per vari isolati, e adesso si trovavano alquanto indietro rispetto alla massa principale della folla. Era inutile cercare di raggiungerla. — Ecco, siediti qui — disse all’uomo, e lo aiutò a sedersi sullo scalino più alto della scala che portava all’ingresso seminterrato di una qualche sorta di deposito, sulle cui finestre chiuse era scritta col gesso la parola SCIOPERO, a grandi lettere. Scese fino alla porta del seminterrato e provò ad aprirla; era chiusa a chiave. Tutte le porte erano chiuse a chiave. La proprietà era privata. Egli raccolse un pezzo di lastra rotto da un angolo degli scalini e colpì fino a staccare dalla porta il lucchetto e l’anello, lavorando né furtivamente né vendicativamente, bensì con la sicurezza di una persona che lavorasse sulla propria porta d’ingresso. Guardò all’interno. Il seminterrato era pieno di casse e vuoto di persone. Aiutò l’altro uomo a scendere gli scalini, chiuse la porta alle loro spalle e disse: — Siediti, sdraiati, se vuoi. Vado a cercare acqua.