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Maedda sorrise. — No. Non mi piace affatto. Ma anche il mio governo non vuole molto bene a me. Lei non ha scelto il posto più sicuro dove recarsi, né per lei né per noi… Non si preoccupi. Oggi è il giorno; decideremo adesso cosa fare.
Shevek prese il messaggio che aveva trovato in tasca al cappotto e lo porse a Maedda. — Questa è la cosa che mi ha fatto venire. Proviene da gente che lei conosce?
— «Unisciti a noi tuoi fratelli…». Non so. Forse.
— Voi siete Odoniani?
— Parzialmente. Sindacalisti, libertari. Lavoriamo con i thuvianisti, il Sindacato Socialista dei Lavoratori, ma siamo anticentralisti. Lei è arrivato in un momento molto caldo, sa.
Maedda a
— Allora avete la vostra Odo — disse la ragazza con la sua voce debole e ansiosa. Era rientrata mentre Maedda stava parlando. — Dopotutto, Odo era soltanto un’idea. Il dottor Shevek ne è la dimostrazione.
Maedda rimase in silenzio per un istante. — Una dimostrazione indimostrabile — disse poi.
— Perché?
— Se la gente sapesse che è qui, lo saprebbe anche la polizia.
— Che venga pure, e che provi a prenderlo — disse la ragazza, e sorrise.
— La dimostrazione dovrà essere assolutamente non violenta — disse Maedda, con improvvisa violenza nella voce. — Anche il Sindacato Socialista ha accettato questa condizione!
— Io non l’ho accettata, Tuio. Non conto di lasciarmi spaccare la faccia o di sparare in testa dai cappotti neri. Se mi colpira
— Unisciti a loro, se ti piacciono i loro metodi. La giustizia non si ottiene con la forza!
— E il potere non si ottiene con la passività.
— Noi non cerchiamo il potere. Noi cerchiamo la fine del potere! Che ne dice lei? — Maedda fece appello a Shevek. — I mezzi sono il fine. Odo l’ha ripetuto per tutta la vita. Soltanto la pace porta la pace, solo gli atti giusti portano giustizia! Non possiamo essere divisi su questo punto alla vigilia dell’azione!
Shevek portò lo sguardo sull’uomo, e sulla ragazza, e sull’uomo dei pegni, che ascoltava accanto alla porta, teso. Disse con voce stanca e tranquilla: — Se potete usarmi, usate me. Forse potrei pubblicare un comunicato a questo proposito, su uno dei vostri giornali. Non sono venuto su Urras per nascondermi. Se tutta la gente sapesse che sono qui, forse il governo avrebbe paura di arrestarmi in pubblico? Non so.
— È così — disse Maedda. — Naturalmente. — I suoi occhi scuri ardevano di eccitazione. — Dove diavolo è Remeivi? Va’ a chiamare sua sorella, Siro, dille di cercarlo e di farlo venire qui… Scriva perché è venuto qui, scriva di Anarres, scriva perché non vuole vendersi al governo, scriva cosa desidera… noi lo stamperemo. Siro! Chiama anche Meisthe… Noi la nasconderemo, ma per Dio, faremo sapere ad ogni uomo dell’A-Io che lei è qui, che lei è con noi! — Le parole uscivano da lui a valanga, le sue mani tremavano mentre parlava; cominciò ad andare avanti e indietro, rapidamente, per la stanza. — E poi, dopo la dimostrazione, dopo lo sciopero, vedremo. Forse le cose sara
— Forse tutte le porte delle prigioni si spalanchera
La ragazza Siro si avvicinò a lui. Sorridendo, si piegò come per inchinarsi a lui, un poco timorosamente, con decoro, e lo baciò sulla guancia; poi uscì. Il tocco delle sue labbra era freddo, ed egli lo sentì sulla guancia per lungo tempo.
Passò un solo giorno nella soffitta di una casa della Strada dei Giochi, e due notti e un giorno in una cantina, sotto un negozio di mobili usati, uno strano posto buio, pieno di specchiere vuote e di letti rotti. Scrisse. Gli portarono ciò che aveva scritto, stampato, entro poche ore: dapprima nel giornale Età Moderna, e in seguito, quando la tipografia dell’Età Moderna ve
Anarres non aveva bandiere da agitare, ma tra i cartelli che i
Era bello stare all’aperto, dopo le stanze dalle porte chiuse a chiave, i nascondigli. Era bello camminare, dondolando le braccia, respirando l’aria pura di un mattino di primavera. Essere in mezzo a così tante persone, una folla così immensa, migliaia di persone che marciavano insieme, che riempivano tutte le trasversali oltre che gli ampi corsi lungo cui marciavano: era terribile, ma era anche esilarante. Quando cantavano, tanto l’esilaramento quanto la paura divenivano un’esaltazione cieca; gli occhi di Shevek si riempivano di lacrime. Era profondo, nelle strade profonde, temperato dall’aria aperta e dalle distanze, indistinto, soggiogante, quel sollevarsi di migliaia di voci in un solo canto. Il canto del fronte della marcia, assai lontano, al fondo della strada, e delle folle infinite che lo seguivano erano sfasati dalla distanza che il suono stesso doveva percorrere, cosicché il motivo pareva sempre indugiare e poi recuperare rispetto a se stesso, come un canone, e tutte le parti del canto venivano cantate nello stesso tempo, nello stesso momento, anche se ogni persona che cantava intonava il motivo come una linea, dall’inizio alla fine.
Shevek non conosceva i loro canti, e si limitava ad ascoltare e a lasciarsi trasportare dalla musica, finché a partire dal fronte si spinse all’indietro, travolgente, di onda in onda, lungo il grande e lento fiume di persone, un canto ch’egli conosceva. Sollevò il capo e lo cantò con loro, nella propria lingua, nelle parole in cui l’aveva imparato: l’I