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Mentre diventava sempre più affamato, mentre il treno rimaneva immobile ora dopo ora sul binario laterale, tra una cava butterata e polverosa e un mulino chiuso, egli ebbe scuri pensieri sulla realtà della fame, e sulla possibile incapacità della sua società di superare una carestia senza perdere quella solidarietà che era la sua forza. Era facile dividere quando ce n’era sufficienza, magari il minimo sufficiente, per tutti. Ma quando non ce n’era abbastanza? Allora entravano in gioco la forza; la potenza divenuta diritto; il potere e il suo strumento, la violenza, e il suo alleato più devoto, l’occhio distolto per non vedere.

Il risentimento dei passeggeri nei riguardi degli abitanti della cittadina dive

Ma quando poi giunse alla stazione successiva, e tutti poterono consumare un pasto — una mezza forma di pane di holum e una scodella di minestra — la loro amarezza lasciò posto al sollievo. Quando arrivavate alla fine del piatto vi accorgevate che la minestra era molto rada, ma il primo assaggio, il primo assaggio era stato meraviglioso: valeva la pena di digiunare per esso. Tutti furono d’accordo su questo. Risalirono a bordo del treno ridendo e scherzando insieme. Aiutandosi reciprocamente, avevano superato l’avversità.

Un treno di vettovaglie accolse a Monte Equatoriale i passeggeri diretti ad Abbenay e li trasportò per gli ultimi ottocento chilometri. Giunsero in città tardi, in una notte ventosa di primo autu

Nulla mancava. Non c’era nulla che potesse mancare. Soltanto Sedik e Takver mancavano. Le Occupazioni di Spazi Inabitati giravano lentamente, luccicando piano, nella corrente d’aria che proveniva dalla porta aperta.

C’era una lettera sul tavolo. Due lettere. Una di Takver. Era concisa: aveva ricevuto un’assegnazione di emergenza al Laboratorio Sperimentale per lo Sviluppo delle Alghe Commestibili, nel Nordest, per un periodo indeterminato. Aveva scritto:

In coscienza non potevo rifiutare ora. Sono andata a parlare con loro, alla Divisione del Lavoro, e ho anche letto il progetto che ha

L’altra nota era scritta su un minuscolo pezzo di carta: «Shevek, ufficio Fisica al tuo ritorno. Sabul».

Shevek si aggirò infuriato per la stanza. La tempesta, l’impeto che lo aveva spinto lungo le strade, erano ancora in lui. Ma erano arrivati al muro. Non poteva andare più avanti, eppure doveva muoversi. Guardò nell’armadio. C’era soltanto il suo soprabito invernale e una camicia che Takver, che amava i lavori fini, gli aveva ricamato; i pochi abiti di Takver mancavano. Il paravento era ripiegato, e si vedeva il lettino vuoto. Il letto non era fatto, ma la coperta color arancione copriva le lenzuola e il materasso arrotolati. Shevek arrivò di nuovo contro il tavolo, lesse di nuovo la lettera di Takver. I suoi occhi si riempirono di lacrime di collera. Una rabbia di disappunto lo scuoteva, una collera, un presagio.

Non si poteva dare la colpa a nessuno. E questo era il lato peggiore di tutto l’accaduto. C’era bisogno di Takver, c’era bisogno di lei per lavorare contro la fame… la fame di lei, di lui, di Sedik. La società non era contro di loro. Era per loro; era con loro; erano loro.

Ma egli aveva rinunciato al suo libro, e al suo amore, e a sua figlia. A quante cose si può chiedere a un uomo di rinunciare?

— All’inferno! — disse forte. Il pravico non era una buona lingua per imprecare. È difficile imprecare quando il sesso non è una cosa impura e la bestemmia non esiste. — Oh, all’inferno! — ripeté. Accartocciò vendicativamente il piccolo sudicio messaggio di Sabul, e batté le nocche sull’orlo del tavolo, due, tre volte, cercando il dolore nella propria collera. Ma non c’era niente. Non c’era niente da fare, e nessun posto ove andare. Alla fine gli rimaneva soltanto il letto da preparare, e poi mettersi a letto da solo e cercare di dormire, con brutti sogni e senza conforto.

Come primo avvenimento del mattino successivo, Bunub bussò. Egli la accolse sulla porta e non si fece di lato per lasciarla entrare. Bunub era la loro vicina di corridoio; una do