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Una sera ampia e grigia lo circondava. Luci azzurre, velate dalla foschia, erano accese assai lontano, all’altro estremo di un campo nebbioso. L’aria che gli sfiorava il viso e le mani, che gli entrava nelle narici, nella gola e nei polmoni, era fredda, umida, carica di molti profumi indefinibili, dolce. Non la sentiva affatto straniera. Era l’aria del mondo da cui era giunta la sua razza, era l’aria di casa.

Qualcuno l’aveva preso per il braccio quando era incespicato. Lampi di luce lo colpirono. I fotografi stavano filmando la scena per i notiziari: «Il primo uomo dalla Luna»; una figura alta e fragile in mezzo a una folla di dignitari e professori e agenti di pubblica sicurezza, con la testa bella e irsuta molto eretta (in modo che i fotografi potessero coglierne ogni co

Le torri della città s’i

— Qui siamo a Nio Esseia, dottor Shevek. Ma è stato deciso che fosse meglio tenerla lontano dalla folla cittadina, per il momento. Ora ci rechiamo direttamente all’Università.

C’erano cinque uomini con lui nell’interno buio, morbidamente imbottito dell’auto. Gli indicarono dei punti importanti, ma nella nebbia non poté capire quale di quei grandi, vaghi, fuggevoli edifici fosse l’Alta Corte, quale il Museo Nazionale, il Direttorato e il Senato. Attraversarono un fiume, o un estuario; i milioni di luci di Nio Esseia, diffuse dalla nebbia, tremolarono sull’acqua scura, dietro di loro. La strada si fece più buia, la nebbia si fece più spessa, l’autista rallentò la velocità del veicolo. I fari illuminavano la nebbia come un muro che continuava a ritirarsi davanti a loro. Shevek si sporse leggermente in avanti, per osservare. I suoi occhi non erano a fuoco, e neppure la sua mente, ma il suo viso aveva un aspetto grave e distaccato, e gli altri parlavano piano, rispettosi del suo silenzio.

Che cos’era quell’oscurità più profonda che scorreva interminabilmente a fianco della strada? Alberi? Possibile che avessero viaggiato, fin da quando avevano lasciato la città, in mezzo ad alberi? Gli ve

Non assomigliava ad alcuna faccia umana. Era lunga come il suo braccio, e bianca in modo spettrale. Il respiro usciva sotto forma di vapore da quelle che dovevano essere le nari, e terribile, inconfondibile, c’era un occhio. Un occhio grande, scuro, melanconico, forse cinico? che sparì nel lampo dei fari del veicolo.

— Che cos’era?

— Un asino, no?

— Un animale?

— Sì, un animale. Santo Dio, è vero! Non avete animali di grossa taglia su Anarres, no?

— Gli asini sono un po’ come i cavalli — spiegò un altro degli uomini, e un terzo, con voce ferma, da persona anziana: — Quello era davvero un cavallo. Non ci sono asini di quella taglia. — Avrebbero voluto parlare con lui, ma Shevek aveva nuovamente smesso di ascoltare. Pensava a Takver. Chiese ancora cosa avrebbe potuto dire a Takver quello sguardo profondo, asciutto, scuro, uscito dall’oscurità. Takver aveva sempre saputo che tutte le vite sono una comunità, gioito della propria consanguineità con i pesci delle vasche del suo laboratorio, cercato di conoscere, di sperimentare, le esistenze che giacciono al di là del confine umano. Takver avrebbe saputo come restituire lo sguardo a quell’occhio spuntato dall’oscurità sotto gli alberi.

— Ecco Ieu Eun, là davanti. C’è una vera folla in attesa di conoscerla, dottor Shevek; il Presidente, molti Direttori, e il Cancelliere, naturalmente, e ogni tipo di pezzi grossi. Ma se lei è stanco, cercheremo di ridurre i convenevoli al minimo possibile.

I convenevoli durarono parecchie ore. Egli, in seguito, non riuscì mai a ricordarli con chiarezza. Ve

I suoi accompagnatori lo condussero a un edificio e una stanza che, come gli spiegarono, era «sua».

Era ampia, lunga circa dieci metri, ed evidentemente si trattava di una camerata comune, dato che non c’erano divisioni né predelle per dormire; evidentemente, i tre uomini rimasti con lui dovevano essere i suoi compagni di stanza. Era una bellissima camerata, con una parete composta interamente di una serie di finestre, divise tra loro mediante sottili colo