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Shevek decise di non dire più nulla, indipendentemente da ciò che gli avessero chiesto. Aveva più sete del solito; lasciò che il cameriere gli riempisse ancora il bicchiere, e sorseggiò il liquido frizzante e piacevole. Si guardò intorno, cercando di dissipare la collera e la tensione osservando gli altri. Ma anche gli altri si comportavano in modo molto emotivo, per degli iotici: gridavano, ridevano forte, si interrompevano l’un l’altro. Una coppia indulgeva in preliminari sessuali, in un angolo. Shevek distolse lo sguardo, disgustato. Ma egoizzavano perfino nel sesso? Accarezzarsi e copulare davanti a gente non accoppiata era altrettanto volgare quanto mangiare davanti a persone affamate. Riportò la propria attenzione al gruppo che stava intorno a lui. Avevano lasciato la predizione, ora, ed erano passati alla politica. Stavano discutendo della guerra, di quel che il Thu avrebbe fatto come mossa successiva, di quel che l’A-Io avrebbe fatto, di quel che il CGM avrebbe fatto.
— Perché parlate soltanto in astratto? — egli domandò d’improvviso, chiedendosi, mentre parlava, perché mai avesse aperto bocca, visto che aveva deciso di non parlare più. — Non sono nomi di paesi, sono persone che si ammazzano tra loro. Perché i soldati va
— Ma questa è proprio la funzione dei soldati — disse una do
— La soluzione è perfettamente visibile.
— E dove?
— Anarres!
— Ma ciò che la sua gente fa sulla Luna non risolve i nostri problemi di qua.
— I problemi dell’uomo sono sempre uguali. Sopravvivenza. Di specie, di gruppo, di individuo.
— La difesa nazionale… — cominciò a gridare qualcuno.
Essi ribatterono ed egli ribatté. Sapeva ciò che intendeva dire, e sapeva che avrebbe convinto tutti, poiché era chiaro e sincero, ma per qualche motivo non riusciva a dirlo nel modo giusto. Tutti urlavano. La do
Egli era seduto sul bracciolo della poltrona, e Vea era ra
Qualcosa di cupo ruotava nella mente di Shevek, oscurando ogni cosa. Aveva la bocca secca. Terminò il bicchiere che il cameriere gli aveva appena servito. — Non so — rispose; sentiva la lingua quasi paralizzata. — No. Non è bello. È un mondo molto brutto. Non è come questo. Anarres è tutto polvere e colline aride. Tutto magro, tutto asciutto. E la gente non è bella. Ha
Tutti lo stavano fissando.
Udì la propria voce echeggiare ancora nel silenzio, sentì le orecchie bruciare. L’oscurità, il vuoto, rigirò ancora una volta nella sua mente. — Ho il capogiro — disse, e si alzò in piedi.
Vea accorse al suo braccio. — Venga da questa parte — disse, ridendo un poco, e senza fiato. La seguì mentre si faceva strada tra la gente. Ora sentiva di avere il viso molto pallido; e il capogiro non gli passava; sperava che lo stesse portando nella camera da bagno, o a una finestra dove avrebbe potuto respirare aria fresca. Ma la stanza in cui giunsero era grande e illuminata debolmente da luci indirette. Contro una parete si distingueva la mole di un letto grande, bianco; uno specchio copriva metà di un’altra parete. C’era una vicina, dolce fragranza di stoffe e di biancheria, e del profumo usato da Vea.
— Lei è troppo — disse Vea, portandosi direttamente davanti a lui e fissandolo in viso, nella semioscurità, con quella risata ansante. — Davvero troppo… lei è impossibile… è magnifico! — Gli posò le mani sulle spalle. — Oh, la faccia che facevano! Devo proprio darle un bacio per questo! — E, sollevandosi in punta di piedi, gli presentò la bocca, e la gola bianca, e i seni nudi.
Egli la strinse e le baciò la bocca, forzandole indietro la testa, e poi la gola e il seno. Ella cedette in un primo momento, come se non avesse ossa, poi si contorse un pochino, ridendo e spingendolo via debolmente, e cominciò a dire: — Oh, no, no, adesso si comporti bene — e poi: — Su, ragioni, dobbiamo tornare dagli altri. No, Shevek, si calmi, questo non va affatto! — Non le prestò attenzione. La spinse con sé verso il letto, ed ella ve