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— Astronavi? La nostra flotta spaziale è costituita delle navi con cui i Coloni sono giunti da Urras… navi costruite qui su Urras, quasi duecento a

Oegeo a

— Gettarla via? Cosa intende dire?

— Il viaggio a una velocità superiore a quella della luce — disse Oegeo. — Trasmissione istantanea. La vecchia fisica dice che non è possibile. I terrestri dicono che non è possibile. Ma gli Hainiti, i quali, in fin dei conti, ha

Shevek gli rivolse uno sguardo dall’alto in basso. I suoi occhi erano duri e chiari. — Io sono un teorico, Oegeo. Non un progettista.

— Se lei fornirà la teoria, l’unificazione della Sequenza e della Simultaneità entro una teoria generale di campo del tempo, noi progetteremo le navi. E arriveremo su Terra, o su Hain, o sulla galassia accanto, nello stesso istante in cui lasciamo Urras! Questa tinozza — e guardò verso il fondo della rimessa, la gigantesca incastellatura della nave incompiuta che pareva nuotare fra lance di luce viola e arancione, — risulterà anacronistica come un carro a buoi.

— Lei sogna nella stessa dimensione su cui costruisce: superbamente — disse Shevek, chiuso e ritirato. Oegeo e gli altri avrebbero voluto mostrargli molte altre cose e continuare a discutere con lui, ma dopo breve tempo egli disse, con una semplicità che escludeva ogni interpretazione ironica: — Credo che fareste meglio a riportarmi ai miei guardiani.

Così fecero; si diedero l’addio con reciproco calore. Shevek salì sulla vettura, ma poi ne uscì nuovamente. — Dimenticavo — disse. — Abbiamo ancora tempo di vedere una cosa a Drio?

— Non c’è altro da vedere, a Drio — disse Pae, cortese come sempre, anche se non riusciva a nascondere completamente il fastidio procuratogli dalla scappata di cinque ore di Shevek fra gli ingegneri.

— Mi piacerebbe vedere il forte.

— Quale forte, signore?

— Un vecchio castello risalente ai tempi dei re, e che in seguito ve

— Questo genere di cose è stato demolito, probabilmente. La Fondazione ha completamente ricostruito la città.

Quando furono all’interno della vettura e l’autista stava chiudendo le portiere, Chifoilisk (la cui presenza, molto probabilmente, era un’altra delle cause del malumore di Pae) chiese:

— Perché mai voleva vedere un altro vecchio castello, Shevek? Pensavo che ormai avesse fatto una scorpacciata di antiche rovine.

— Il Forte di Drio è il luogo dove Odo ha passato nove a

— Mi spiace che sia stato demolito — disse Pae, addolorato.

— Drio era una città moribonda, e la Fondazione ha tolto tutto ed è partita da zero.

Shevek a

— Quello, mi pare, è il Forte — osservò Chifoilisk, con il consueto piacere nel piazzare osservazioni prive di tatto là dove erano meno desiderate.

— Tutto una rovina — disse Pae. — Dev’essere vuoto.

— Desidera fermarsi a dargli un’occhiata, Shevek? — disse Chifoilisk, pronto a battere le nocche sul vetro che li divideva dall’abitacolo dell’autista.

— No — rispose Shevek.

Aveva visto ciò che desiderava vedere. C’era ancora un Forte a Drio. Non aveva bisogno di entrare, di cercare per corridoi in rovina la cella in cui Odo aveva passato nove a

Con il viso ancora rigido e freddo, alzò lo sguardo alle mura nere e pesanti che ora giganteggiavano sopra la vettura. Sono qui da un tempo immemorabile, diceva il forte, e qui resto.

Quando fu di nuovo nelle proprie stanze, dopo avere consumato il pasto serale nel Refettorio degli Anziani di Facoltà, si mise a sedere da solo, accanto al focolare non acceso. In A-Io era estate, e si appressavano i giorni più lunghi dell’a

La stanza grande e tranquilla era silenziosa e si stava oscurando con l’avanzare della sera. Shevek si guardò intorno, fissando il perfetto doppio arco delle finestre, il pavimento di legno lucido che rifletteva debolmente il chiarore, la curva robusta e le ombre del caminetto di pietra, le pareti coperte di pa

Ed egli non aveva risposta. Egli non poteva vantare alcun diritto a tutta la grazia e l’abbondanza di quel pianeta: una grazia e un’abbondanza guadagnate e conservate dal lavoro, la devozione, la fedeltà del suo popolo. Il paradiso è per coloro che lo fabbricano. Egli non vi apparteneva. Egli era un uomo delle frontiere, apparteneva a una stirpe che aveva negato il proprio passato, la propria storia. I Coloni di Anarres avevano voltato la schiena al Vecchio Pianeta e al suo passato, avevano optato per il solo futuro. Ma, esattamente come il futuro diviene il passato, il passato diviene il futuro. Negare non è raggiungere, non è conseguire. Gli odoniani che avevano lasciato Urras erano in torto, in torto pur col loro disperato coraggio, nel negare la loro storia, nel rinunciare alla possibilità del ritorno. L’esploratore che non ritorna o che manda indietro le proprie navi a riferire la sua storia non è un esploratore, ma solamente un avventuriero, e i suoi figli sono partoriti nell’esilio.

Egli era venuto per amare Urras, ma a che valeva la sua sete di amore? Egli non ne faceva parte di Urras. Né faceva parte del mondo che gli aveva dato i natali.