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— È un dio — disse Coro Mena.

Torber a

— Ma non è come gli altri. Non è come l’Inseguitore, e neppure come l’Amico che non ha volto, o la Do

La do

È quando Selver si fu maggiormente ristabilito, gli chiese di uscire dalla Loggia per raccontare la sua storia: di come gli umani uccidessero e facessero schiava la gente di Sornol, e abbattessero le foreste; di come la gente di Kelme Deva avesse ucciso gli umani. Costrinse le do

Ebor Dendep era una do

— Tutte le città della foresta devono udire — disse Coro Mena.

E dunque la do

Non c’era una sola nazione, sulle Quaranta Terre del mondo. C’erano più linguaggi che Terre, e ciascuno aveva un differente dialetto in ogni città che lo parlava; c’erano infinite ramificazioni di maniere, morale, costumi, arti; i tipi fisici differivano per ciascuna delle cinque Grandi Terre. La gente di Sornol era alta, e pallida, ed era costituita di grandi mercanti; la gente di Rieshwel era bassa, e laggiù molti avevano il pelo nero, e mangiavano le scimmie; e così di seguito.

Ma il clima variava poco, e la foresta pochissimo, e il mare niente affatto. La curiosità, le rotte commerciali regolari e la necessità di trovare un marito o una moglie dell’Albero adatto mantenevano un agile movimento di persone tra le città e le terre, e perciò c’erano talune somiglianze tra tutti, salvo che tra gli estremi più remoti, le semileggendarie isole barbariche di Lontano Oriente e Sud.

In tutte le Quaranta Terre, le do

Quasi tutti gli scritti erano nella lingua della Loggia: quando le do

Selver era in una piccola stanza a Eshsen. La porta non era chiusa a chiave, ma Selver sapeva che se l’avesse aperta ne sarebbe venuto qualcosa di male. Finché l’avesse tenuta chiusa, tutto sarebbe stato a posto. Ma c’erano dei giovani alberi, un frutteto composto di arboscelli piantati davanti alla casa; non erano alberi di melo o di noce, ma di qualche altra razza, e lui non ricordava di che razza fossero. Uscì dalla stanza per accertarsene. Erano tutti sparsi sul terreno, spezzati e sradicati. Raccolse il ramo argenteo di uno degli alberi, e dall’estremità spezzata cadde una goccia di sangue. No, non qui, non un’altra volta, Thele, disse. Oh, Thele, vieni a me prima della tua morte! Ma lei non ve

Laggiù c’era solo la sua morte, la betulla spezzata, la porta spalancata. Selver si volse indietro e ritornò rapidamente nella casa, scoprendo che era costruita al disopra del suolo, come una casa degli umani, ed era molto alta e piena di luce. Al di là dell’altra porta, all’altro capo della stanza dal soffitto alto, c’era la lunga strada della città degli umani: Centrale.

Selver aveva la pistola nella cintura. Se Davidson fosse giunto, avrebbe potuto sparargli. Attese, fermo sulla soglia della porta aperta, e si guardò intorno, alla luce del sole. Davidson giunse: era enorme, correva così velocemente che Selver non riusciva a tenerlo entro il mirino dell’arma, mentre passava follemente da una parte all’altra dell’ampia strada, molto veloce, sempre più vicino.

La pistola pesava. Selver fece fuoco, ma dall’arma non uscì alcun fuoco, e lui, in preda alla rabbia e alla disperazione, gettò via la pistola e con essa il sogno.

Disgustato e depresso, sbuffò e scosse il capo.

— Un sogno cattivo? — s’informò Ebor Dendep.

— Sono tutti cattivi, e tutti uguali — rispose; ma la profonda inquietudine e lo sconforto si allentarono un poco, con quella risposta.

La fredda luce del sole mattutino scendeva variegata e lanceolata tra le foglie sottili e i rami del boschetto di betulle di Cadast. Laggiù sedeva la do

Selver era a Cadast già da quindici giorni, e la sua ferita guariva bene. Dormiva ancora molto, ma per la prima volta in molti mesi aveva ripreso a sognare da sveglio, regolarmente, e non una sola volta o due nell’arco di un giorno e di una notte, ma con quella vera pulsazione, quel ritmo del sognare che deve salire e scendere da dieci a quattordici volte nel ciclo di un giorno.

Per cattivi che fossero i suoi sogni, pieni di terrore e di vergogna, lui li accoglieva con gioia. Aveva temuto di essere ormai isolato dalle proprie radici, di essersi spinto troppo avanti nella landa morta dell’azione per poter ancora ritrovare la via del ritorno alle sorgenti della realtà. Ora, sebbene quell’acqua fosse molto amara, Selver ritornava a berne.

Poco dopo, atterrò nuovamente Davidson, tra le ceneri dell’accampamento bruciato, e, invece di cantare su di lui, questa volta lo colpì sulla bocca con una pietra. I denti di Davidson si spaccarono, e il sangue prese a scorrere tra le schegge bianche.

Il sogno era utile… un chiaro appagamento di desiderio… ma lui lo fermò a quel punto, poiché lo aveva già sognato molte volte, sia prima di incontrare Davidson tra le ceneri di Kelme Deva, sia dopo di allora. In quel sogno non c’era altro che un sollievo immediato. Una goccia di acqua priva di gusto. Mentre invece gli occorreva il gusto amaro. Doveva ritornare subito indietro, non a Kelme Deva, ma alla lunga, terribile strada nella città straniera chiamata Centrale, dove aveva attaccato la Morte ed era stato sconfitto.