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— E adesso, dove si trova? — domandai.
— Dak l’ha portato all’albergo dei voyageur, nella Cupola 3.
— È là che stiamo andando?
— Non lo so. Rog si è limitato a dirmi di venire a prendere lei, poi sono spariti per la porta di servizio dell’albergo. No, non credo che possiamo correre il rischio di andare là anche noi. Non so proprio cosa fare.
— Pe
— Come?
— Suppongo che su questa vettura ci sia un telefono. Non muoveremo un passo finché non avremo scoperto la cosa migliore da farsi, o almeno finché non avremo predisposto un piano abbastanza sensato. Sono certo di una cosa, comunque: che è mio dovere continuare a recitare la parte fino a quando Dak o Rog non avra
— Come? Oh, no, no! È assolutamente impossibile. Lei non l’ha visto, altrimenti non parlerebbe così.
— Va bene, le credo sulla parola. Allora, Pe
— Sì… onorevole Bonforte.
— E adesso, mia cara, vuole per favore mettersi in comunicazione col capitano Broadbent?
Non riuscimmo a trovare un elenco telefonico nella macchina, e così Pe
Coprendo il microfono con una mano, Pe
— Certo. Non abbiamo nulla da nascondere.
— Qui è la segretaria dell’onorevole Bonforte — disse allora lei, con tono piuttosto sostenuto. — C’è per favore il suo pilota? Il capitano Broadbent.
— Oh, certo, lo conosco benissimo. — Sentii gridare:
— Ehi! Qualcuno di voi lupi dello spazio ha visto dove si è cacciato Dak? — Dopo una breve pausa, la voce riprese:
— È nella sua stanza. Lo chiamo.
Pe
— Parla il Capo, Dak.
— Oh… dov’è, onorevole?
— Sempre in macchina. Pe
Dopo una breve esitazione, Dak rispose: — Sono contento che lei abbia chiamato, Capo. Bill ha rinviato la conferenza. Ci sono stati… dei leggeri mutamenti nella situazione.
— Già, infatti Pe
— Provvederemo noi a tutto, Capo.
— Bene. Per quando potete farmi preparare un traghetto?
— La Pixie la sta già aspettando, Capo. Ha solo da recarsi all’uscita 3; ci penserò io a telefonare e a mandare una macchina da campo a prenderla.
— Benissimo. Non c’è altro.
— Non c’è altro.
Riconsegnai il ricevitore a Pe
Lei ci pensò un momento, poi tirò fuori il suo taccuino per la stenografia e ci scrisse: Usciamo dalla macchina.
Io feci un ce
Lei rispose: Ci arriviamo a piedi.
Senza parlare, aprimmo la portiera e scendemmo a terra. Pe
Avevamo percorso una cinquantina di metri quando mi fermai. Mi pareva che qualcosa non andasse per il suo verso, ma non riuscivo ancora a scoprire che cosa. Non dipendeva dal tempo, certamente. Era una giornata tranquilla, il sole splendeva luminoso nel cielo di Marte. Il traffico, vetture e pedoni, non sembrava prestare alcuna attenzione a noi, o almeno, se la prestava, la prestava alla do
Rimasi lì fermo in mezzo alla strada a pensare, toccandomi il mento con un dito, e Pe
— Già… Ecco che cosa c’è!
— Sì?
— Ecco… io non sto comportandomi come il "Capo". Non è nel suo carattere andarsene a piedi come facciamo noi. Torniamo indietro, Pe
Non stette a discutere, ma mi seguì docilmente fino all’automobile. Questa volta mi accomodai sul sedile posteriore, mi sedetti con aria dignitosa, e lasciai che fosse Pe
Non era lo stesso cancello dal quale eravamo passati all’arrivo: credo che Dak l’avesse scelto perché era più per le merci che per i passeggeri. Pe
L’uomo parve interdetto; guardò nell’interno, credette di riconoscermi, mi salutò, e ci lasciò rimanere lì con la macchina. Io risposi con un ce
— Può ordinare subito di portare via la macchina. Io e la mia segretaria partiamo immediatamente. La nostra vettura da campo è già arrivata?
— Vado subito in ufficio a chiedere, onorevole — rispose il guardiano, e si allontanò. Era giusto la quantità di testimoni che mi occorreva, tanto per spargere la notizia che "l’onorevole Bonforte" era arrivato con l’auto messagli a disposizione dal Commissario e se n’era ripartito per il suo yacht spaziale. M’infilai la verga marziana sotto il braccio come il bastone di Napoleone e lo seguii zoppicando, accompagnato a poca distanza da Pe
— Grazie — e mi rallegrai con me stesso per il tempismo con cui si stava svolgendo la nostra partenza.
— Oh… — Il guardiano sembrava un po’ confuso. Si affrettò ad aggiungere, a bassa voce: — Sa, sono anch’io un espansionista, onorevole. Oggi lei ha fatto una gran cosa! — e guardò la verga marziana con timore reverenziale.
Sapevo alla perfezione come si sarebbe comportato Bonforte in una simile circostanza. — Oh, grazie — dissi in tono bonario. E aggiunsi: — Lei avrà molti figli, spero. Bisogna fabbricarci una solida maggioranza per l’avvenire.
Lui rise più di quanto meritasse la battuta. — Questa sì che è buona! Uh… le spiace se la ripeto a qualche amico?