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Poi, improvvisamente, "apparve", e lo prese di sorpresa anche se se l'aspettava. Un puntino luminoso si era materializzato esattamente al centro del campo visivo; si espandeva sotto i suoi occhi e adesso, per la prima volta, ebbe la sensazione di correre sempre più in fretta.
Pochi secondi dopo distinse un cerchio. No, ora sia il cervello che l'occhio gli dicevano che era un quadrato. Stava vedendo direttamente la base della Torre, che si tendeva verso la Terra lungo i nastri alla velocità di un paio di chilometri al giorno. I quattro nastri erano ormai svaniti, troppo piccoli per risultare visibili a quella distanza.
Ma quel quadrato magicamente immobile in cielo continuava a crescere, anche se l'ingrandimento estremo lo rendeva sfuocato.
— Cosa vedi? — chiese Morgan.
— Un quadratino luminoso.
— Ottimo. È la base della Torre, ancora in piena luce. Quando qui fa buio la si può vedere a occhio nudo per un'ora, prima che entri nell'ombra proiettata dalla Terra. Vedi qualcosa d'altro?
— No… — rispose il ragazzo, dopo una lunga pausa.
— Impossibile. C'è un gruppo di scienziati che si è recato all'estremità inferiore per installare strumenti di ricerca. Sono appena scesi dalla Stazione di Mezzo. Se guardi bene vedrai il loro traslatore. È sul binario sud, cioè sulla destra del campo visivo. Cerca un punto luminoso, grande all'incirca un quarto della Torre.
— Mi spiace, zio, non lo trovo. Guarda tu.
— Va bene. Può darsi che sia peggiorata la visuale. A volte la Torre scompare del tutto anche se l'atmosfera sembra…
Ancora prima che Morgan potesse prendere il posto di Dev al telescopio, il suo ricevitore personale inviò due segnali striduli, poi altri due. Un secondo dopo esplose anche l'allarme di Kingsley.
Era la prima volta che la Torre mandava un segnale d'emergenza forza quattro.
40
Capolinea
C'era poco da meravigliarsi che la chiamassero "la Transiberiana". Persino in discesa, il viaggio dalla Stazione di Mezzo alla base della Torre durava cinquanta ore.
Un giorno ne sarebbero bastate cinque, ma a quel giorno mancavano ancora due a
Eppure tutti ebbero talmente da fare che nessuno si a
Il professor Sessui aveva sfruttato tutta la sua notevole influenza per avere accesso a quel luogo unico, che si spostava attraverso la ionosfera alla velocità di due chilometri al giorno, in attesa del rendez-vous con la Terra. Era essenziale, aveva impetuosamente sostenuto, che i suoi strumenti venissero installati prima che l'ondata di macchie solari raggiungessero il culmine.
L'attività solare era già giunta a livelli senza precedenti, e i giovani assistenti di Sessui trovavano spesso difficile concentrarsi sugli strumenti: le magnifiche aurore boreali all'esterno erano una distrazione troppo forte. Per ore, sia l'emisfero nord che quello sud si riempivano di cortine e fiamme di un verde pallido in lento movimento, belle e stupefacenti; eppure erano solo pallidi spettri del grandioso, celestiale spettacolo che si svolgeva attorno ai poli. Era estremamente raro che l'aurora boreale si spostasse così tanto; solo una volta ogni molte generazioni invadeva i cieli dell'equatore.
Sessui aveva ricondotto al lavoro gli allievi, ricordando loro che avrebbero avuto tutto il tempo di guardare durante il lungo viaggio di ritorno alla Stazione di Mezzo. Eppure, cosa notevole, persino il professore restò di tanto in tanto incollato al finestrino d'osservazione per interi minuti, soggiogato dallo spettacolo dei cieli in fiamme.
Qualcuno aveva battezzato l'impresa "Spedizione alla Terra", termine che, dal punto di vista della distanza, era esatto al novantotto per cento. Mentre la capsula scendeva lungo la facciata della Torre alla penosa velocità di cinquecento chilometri l'ora, si manifestava la vicinanza sempre maggiore del pianeta. La gravità cresceva poco per volta, passando dalla deliziosa leggerezza (un po' inferiore a quella della Luna) della Stazione di Mezzo a una forza simile a quella terrestre. Per chi avesse pratica di voli spaziali era un fatto davvero bizzarro: avvertire anche un minimo di gravità prima del momento del rientro nell'atmosfera sembrava un capovolgimento dell'ordine naturale delle cose.
A parte le lamentele per il cibo, stoicamente sopportate dall'occupatissimo steward, il viaggio si era svolto senza incidenti. A cento chilometri dalle fondamenta erano entrati dolcemente in funzione i freni, e la velocità era diminuita. Poi fu abbassata fino a cinquanta chilometri orari; perché, come aveva commentato uno degli assistenti di Sessui: — Non sarebbe un po' imbarazzante se volassimo sui binari?
L'autista (che insisteva a farsi chiamare pilota) ribatté che la cosa era impossibile, dal momento che le scanalature di guida seguite dalla capsula terminavano diversi metri prima della base; inoltre esisteva un complesso sistema di respingenti, nel caso che tutti e quattro i sistemi frenanti, indipendenti l'uno dall'altro, non funzionassero. E tutti ammisero che la battuta dell'assistente, oltre a essere perfettamente ridicola, era di pessimo gusto.
41
La meteora
Il grande lago artificiale, noto da duemila a
Sicuro di sé, il leopardo beveva tranquillamente l'acqua, mentre le ombre si addensavano attorno al lago e l'oscurità avanzava da est. D'improvviso rizzò le orecchie e si mise all'erta; ma i semplici sensi umani non avrebbero notato nessun cambiamento sulla terra, in acqua o in cielo. La sera era tranquilla come sempre.
E poi, direttamente dallo zenit, giunse un fischio sommesso che dive