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All’inizio dell’a

Non poteva trattarsi di un caso. Doveva significare qualcosa. Qualcosa di molto importante. La prima mossa di Rudolf Sikorski fu di chiedere immediatamente al museo quell’«elemento 15156A» per nasconderlo nella sua cassaforte. A tutti. A se stesso. Aveva paura. Aveva semplicemente paura. E la cosa più terribile era che non riusciva nemmeno a capire perché avesse paura.

Anche Ivanov era spaventato. Si scambiarono un’occhiata e si capirono senza bisogno di parole. Davanti ai loro occhi stava lo stesso quadro: tredici bambini-bombe abbronzati, pieni di graffi, urlando allegramente, saltellano e giocano nell’acqua dei ruscelli, si arrampicano sugli alberi nei vari angoli dell’orbe terrestre, e qui, a due passi, tredici detonatori aspettano la loro ora in un silenzio sinistro.

Fu un momento di debolezza, naturalmente. Infatti non era accaduto nulla di terribile. Anzi, non c’era nessun motivo per ritenere che quei dischi, con quei segni, fossero detonatori per bombe che avrebbero dato vita a un programma misterioso. Erano semplicemente abituati a pensare il peggio, non appena si trattava dei “trovatelli”. Ma anche se questo panico della fantasia non li avesse inga

Rudolf Sikorski telefonò al direttore del museo e gli chiese di mettere il pezzo esposto numero tal dei tali a disposizione del Consiglio Mondiale, e di mandarlo a lui, Rudolf Sikorski, nel suo studio. Otte

La cosa aveva preso una piega inattesa, ma il primo shock fu superato. In fin dei conti era un bene che a una bomba, per riunirsi al suo detonatore, occorresse per lo meno “l’attestato corrispondente”. Ed in fin dei conti solo da Rudolf Sikorski dipendeva fare in modo che il museo si trasformasse in una cassaforte, solo di misura più grande. E poi, che diavolo! Come faceva la bomba a sapere dove si trovava il detonatore e che esisteva? No, no, era stato un momento di debolezza. Uno dei pochi momenti del genere della sua vita.

Si occuparono con impegno dei detonatori. Uomini scelti all’uopo, dotati degli attestati e delle raccomandazioni necessari, condussero nei laboratori del museo, Ottimamente attrezzati, un ciclo di esperimenti attentamente elaborati. I risultati di questi esperimenti potrebbero essere definiti in tutta coscienza zero, se non si fosse verificata una strana, e persino, per dirla chiaramente, tragica circostanza.

Con uno dei detonatori fu condotto un esperimento di rigenerazione. L’esperimento diede risultati negativi: a differenza di molti oggetti appartenenti alla cultura materiale dei Nomadi, il detonatore numero 12 (segno “M” gotica), una volta distrutto, non si ricreò. Ma due giorni dopo, nelle Ande del nord, finì sotto una frana un gruppo di scolari dell’internato Templado, ventisette ragazze e ragazzi con il loro insegnante. Molti furono i contusi ed i feriti, ma tutti rimasero in vita, eccetto Edna Lasko (cartella personale n. 12, segno “M” gotica).

Ovviamente, poteva essere un caso. Ma gli studi sui detonatori furono interrotti e, attraverso il Consiglio Mondiale, si riuscì a vietarli.

E ci fu ancora un caso, ma molto dopo, ormai nel 62, quando Rudolf Sikorski, sopra

Il fatto è che, proprio grazie alla sua assenza dalla Terra, un gruppo di psicologi che facevano parte della Commissione dei Tredici riuscì ad ottenere il permesso di svelare parzialmente il mistero della sua personalità a uno dei “trovatelli”. Per l’esperimento ve

Kornej Jašmaa terminava allora la Scuola dei Progressori. A giudicare dagli esami, era un uomo dallo stato mentale oltremodo stabile e dalla forte volontà, insomma una persona fuori del comune sotto tutti gli aspetti. Gli psicologi non si erano sbagliati. Kornej Jašmaa accolse l’informazione con sorprendente sangue freddo: evidentemente, il mondo circostante lo interessava molto di più del mistero delle sue origini. Il prudente avvertimento degli psicologi, che in lui, probabilmente, era inserito un programma nascosto che, in qualsiasi momento, avrebbe potuto indirizzare la sua attività contro gli interessi dell’umanità, non lo turbò minimamente. Confessò sinceramente che, sebbene si rendesse conto del fatto di costituire un pericolo potenziale, non ci credeva affatto. Accettò volentieri di sottoporsi ad autosservazioni regolari, comprendenti, fra l’altro, un esame giornaliero con un indicatore emozionale, e propose persino un’approfondita mentoscopia. In breve, la Commissione poteva essere soddisfatta: per lo meno uno dei “trovatelli” era diventato un alleato forte e consapevole della Terra.

Venuto a conoscenza di questo esperimento, Rudolf Sikorski dapprima si arrabbiò, ma poi decise che, in ultima analisi, questo esperimento poteva risultare utile. Fin dapprincipio aveva insistito sul mantenimento del segreto della personalità dei “trovatelli”, prima di tutto per ragioni di sicurezza della Terra. Non voleva che, quando (e se) il programma si fosse messo in moto, oltre a quel programma subconscio, avessero a disposizione anche notizie del tutto coscienti su loro Stessi e su quello che avveniva in loro. Avrebbe preferito che cominciassero a darsi da fare non sapendo cosa cercare e compiendo, inevitabilmente, azioni sciocche e strane. Ma in fin dei conti, per il controllo era persino utile avere uno (ma non di più!) dei “trovatelli” che possedesse le più complete informazioni su se stesso. Se il programma esisteva indubbiamente doveva essere organizzato in modo che nessuna consapevolezza riuscisse a dominarlo. Altrimenti per i Nomadi non sarebbe valsa la pena ingolfarsi in un affare disperato. Ma, senza dubbio, il comportamento di un uomo informato del programma avrebbe dovuto essere molto diverso da quello degli altri.

Tuttavia gli psicologi non ci pensavano proprio a fermarsi ai risultati conseguiti. Ringalluzziti dal successo avuto con Kornej Jašmaa, tre a