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Era un pensiero rassicurante, un pensiero pieno di forza. Rise e aprì le dita. E la verga brillò nelle sue mani come elettricità solida.
Le Creature cominciarono a pigolare nervosamente e una o due di quelle che stavano più indietro si allontanarono. I suoi sequestratori lasciarono andare Simon, che cadde in avanti e atterrò carponi sulla sabbia.
— Usala! — le gridò. — È così! Sono spaventati!
Esk gli sorrise e continuò a esaminare la verga. Per la prima volta riusciva a vedere bene che cos’erano le sue incisioni.
Simon raccolse svelto la piramide del mondo e corse verso di lei.
— Vieni! — la esortò. — Loro la odiano!
— Prego?
— Usa la verga — la incitò lui e tese la mano per prenderla. — Ehi! Mi ha morso!
— Mi dispiace — disse Esk. — Di che stavamo parlando? — Alzò gli occhi a guardare le lugubri Creature come se le vedesse per la prima volta. — Oh, quelle. Esistono soltanto nella nostra testa. Se non ci credessimo, non esisterebbero affatto.
Simon le guardò a sua volta.
— Francamente non posso affermare di crederti — protestò.
— Credo che ora dovremmo tornare a casa — disse lei. — La gente sarà preoccupata.
Avvicinò le mani e la verga svanì, sebbene per un attimo le mani rilucessero come se le stringesse a coppa intorno a una candela. Le Creature ulularono. Alcune di loro si disintegrarono.
— Ciò che importa nella magia è come non usarla — dichiarò Esk e prese Simon per un braccio.
Lui guardò le figure che gli crollavano intorno e fece un sorrisetto idiota.
— Tu non la usi? — le domandò.
— Oh, sì. Prova tu stesso — gli rispose lei mentre avanzavano verso le Creature.
Tese le mani, fece riapparire la verga e gliela offrì. Lui fece per prenderla, ma ritirò la mano.
— Oh, no. Non credo di piacerle molto.
— Io penso che va tutto bene, se sono io che te la do. Lei non può opporsi — ribatté la bambina.
— Ma dove va?
— Suppongo che diventi semplicemente un’idea di se stessa. Simon allungò di nuovo una mano e richiuse le dita sul legno lucente.
— Bene. - La sollevò nella classica posa vendicativa del mago. — Gliela farò vedere a quelli!
— No, sbagliato.
— Cosa intendi per sbagliato? Adesso ho il potere!
— Loro sono una specie di… riflesso di noi stessi. È impossibile vincere il proprio riflesso, che possiede la nostra stessa forza. Ecco perché, quando cominci a usare la magia, loro si fa
Davanti a loro, le Creature, nella loro fretta d’indietreggiare cadevano le une sulle altre.
Simon guardò la verga, poi Esk. poi le Creature, quindi di nuovo la verga.
— Le tue parole richiedono un bel po’ di riflessione — disse alla fine incerto. — Vorrei capire fino in fondo.
— Ci riuscirai benissimo.
— Perché tu affermi che il vero potere consiste nel penetrare nella magia e uscirne dall’altra parte.
— Però funziona, no?
Adesso erano soli sulla fredda distesa. Le Creature erano lontane, pupazzetti disegnati dai bambini.
— Mi domando se è questo che loro intendono per sortilegio? — disse Simon.
— Non lo so. Può essere.
— Mi piacerebbe veramente trovare la spiegazione — ripeté il ragazzo, rigirando la verga nelle mani. — Sai, potremmo fare degli esperimenti sul fatto di non usare deliberatamente la magia. Potremmo non disegnare un ottogramma sul pavimento. E potremmo volontariamente non evocare ogni sorta di cose e… sudo soltanto a pensarci!
— A me piacerebbe pensare come fare per tornare a casa — disse Esk, con lo sguardo fisso alla piramide.
— Be’, questa dovrebbe essere la mia idea del mondo. Dunque dovrei essere capace di trovare il modo. Come fai questo trucco con le mani?
Avvicinò le sue. E la verga gli scivolò tra le dita, brillando per un attimo, prima di scomparire. Simon fece un sorrisetto soddisfatto.
— Bene. Adesso non dobbiamo fare altro che cercare l’Università.
Tagliangolo accese la sua terza cicca dal mozzicone della seconda. Questa ultima sigaretta doveva molto al potere creativo dell’energia nervosa: assomigliava a un cammello con le gambe tagliate.
Aveva visto la verga sollevarsi piano da Esk e atterrare su Simon.
Adesso galleggiava di nuovo nell’aria.
Nella stanza si affollavano altri maghi. Il bibliotecario sedeva sotto il tavolo.
— Se soltanto avessimo una qualche idea di ciò che sta succedendo — esclamò Tagliangolo. — E la suspense che non sopporto.
— Pensa in modo positivo, uomo — scattò la No
Tutti i maghi si volsero, come un solo uomo, a guardare l’Arcicancelliere, in attesa della sua reazione.
Lui si tolse di bocca la cicca informe e la spense sotto il piede, con una occhiata minacciosa che fece abbassare lo sguardo agli altri.
— Probabilmente è tempo che io smetta comunque — disse. — E questo vale anche per tutti voi. Qualche volta questo posto è peggio di un cenerario.
Poi vide la verga. Era…
Il solo modo in cui avrebbe potuto descrivere l’effetto, era che pareva spostarsi rapidissima restando esattamente allo stesso posto.
Lingue fiammeggianti di gas (posto che fosse gas) si sprigionavano dalla verga e svanivano. Sfavillava come una cometa disegnata da un poco abile esperto in effetti speciali. Scintille colorate ne sprizzavano e poi scomparivano da qualche parte.
Cambiava anche colore: da un rosso opaco, su per tutto lo spettro fino a diventare di un violetto malsano. Per tutta la sua lunghezza, corruscanti serpenti di fuoco bianco.
("Dovrebbe esserci un termine per le parole che suonano come suonerebbero le parole se avessero la voce" pensò. "La parola ’brillare’, per esempio, brilla davvero oleosa. E se mai esistesse una parola che desse esattamente l’impressione delle scintille che guizzano su per la carta che brucia. O come le luci delle città risplenderebbero nel mondo se l’intera civiltà umana fosse stipata in una unica notte, allora ’corruscanti’ sarebbe il solo termine adatto.")
Sapeva che cosa sarebbe accaduto.
— Guardate — bisbigliò. — Sta per…
In un silenzio totale, quel genere di silenzio che aspira tutti i suoni e li soffoca, la verga brillò della luce dell’ottarino in tutta la sua lunghezza.
L’ottavo colore, prodotto dalla luce che attraversa un forte campo magico, brillò attraverso i corpi, gli scaffali dei libri, le pareti. Altri colori si confusero e si mescolarono, come se la luce fosse un bicchiere di gin versato sull’acquerello del mondo. Sopra l’Università, le nuvole si fecero brillanti, si torsero in forme affascinanti e impreviste, e fluttuarono in alto.
Un osservatore, piazzato al di sopra del Disco, avrebbe scorto un piccolo tratto di terra vicino al Mare Circolare splendere come un gioiello per diversi secondi e poi spegnersi.
Nella stanza il silenzio fu rotto dal tonfo della verga che, precipitando dall’aria, rimbalzò sul tavolo di legno.
Qualcuno disse: — Ook — con una voce flebile.
Tagliangolo si ricordò alla fine come servirsi delle mani e le sollevò fino all’altezza dove sperava ci fossero i suoi occhi. Tutto era diventato nero.
— C’è… qualcun’altro? — chiese.
— Dei, non sai quanto sono contento di sentirtelo dire — pronunciò un’altra voce.
D’improvviso il silenzio si tramutò in un brusio.
— Ci troviamo ancora dove eravamo?
— Non lo so. Dove eravamo?
— Qui, credo.
— Non puoi allungare una mano?
— Non finché non sono assolutamente sicura di ciò che toccherò, buon uomo. — Era la voce inconfondibile di No
— Tutti cerchino di allungare una mano — disse Tagliangolo e soffocò un urlo sentendo una mano simile a un caldo guanto di pelle chiudersi intorno alla sua caviglia. Si udì un piccolo "ook" soddisfatto, che riuscì a esprimere il sollievo, il conforto e la pura gioia di toccare un altro essere umano o, in quel caso, antropoide.
Uno sfregamento e quindi una fiammella benedetta di luce rossa: in fondo alla stanza uno dei maghi si era acceso una sigaretta.
— Chi è stato?
— Mi rincresce, Arcicancelliere, la forza dell’abitudine.
— Fuma quanto ti pare, uomo.
— Grazie, Arcicancelliere.
— Mi pare di scorgere adesso il contorno della porta — disse un’altra voce.
— No
— Sì, posso chiaramente vedere…
— Esk?
— Sono qui, No
— Posso fumare anche io, signore?
— Il ragazzo è con te?
— Sì.
— Ook.
— Sono qui.
— Che succede?
— Smettete tutti di parlare!
Nella Biblioteca tornò la luce normale, che non feriva gli occhi. Esk si sedette, facendo spostare la verga che rotolò sotto il tavolo. Sentì qualcosa scivolarle sugli occhi e alzò la mano per toccarla.
— Solo un momento. — La No
— Bentornata — disse e la baciò.
Esk alzò una mano e sentì un oggetto duro sulla sua testa. Se lo tolse per esaminarlo.
Era un cappello a cono, un po’ più piccolo di quello della No
— Un cappello da mago? — esclamò. Tagliangolo si fece avanti.
— Ah, sì. — Si schiarì la gola. — Vedi, abbiamo pensato… ci è sembrato… comunque, quanto ci abbia riflettuto…
— Sei un mago — affermò semplicemente la No
— Qui da qualche parte ci deve essere la verga — aggiunse Tagliangolo. — L’ho vista cadere… ah!
Si raddrizzò con la verga in mano e la mostrò alla vecchia.
— Credevo che ci fossero sopra delle incisioni — osservò. — Questa ha l’aspetto di un semplice bastone. — Ed era proprio così. La verga appariva minacciosa e potente quanto un pezzo di legna da ardere.
Esk rigirava il cappello nelle mani, allo stesso modo di chi, aprendo il proverbiale pacchetto sfarzosamente confezionato, trova dei sali da bagno.
— È molto carino — disse in tono incerto.
— È tutto quello che sai dire? — chiese la No
— È anche a punta. — In qualche modo, essere un mago non le faceva provare alcuna differenza dal non esserlo.
Simon si chinò su di lei.
— Ricorda — le disse — ti devi convincere di essere stata un mago. Allora puoi cominciare a guardare dall’altra parte. Come mi dicevi.
I loro occhi s’incontrarono e i due si sorrisero.
La No
— Non so che dire. — Cosa ne è stata della tua balbuzie, ragazzo?
— Sembra che se ne sia andata, signore — rispose allegro Simon. — Devo essermela lasciata dietro, da qualche parte.
Il fiume era ancora scuro e gonfio, ma almeno somigliava di nuovo a un fiume.