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I due rimasero a guardarla in silenzio per qualche secondo, dimentichi del loro battibecco.
Poi Tagliangolo disse lentamente: — Se ci infili la mano, le dita ti saltera
— Credi di essere in grado di sollevarla con la magia? — gli chiese la No
Tagliangolo si mise a tastarsi le tasche e alla fine tirò fuori la sua borsa del tabacco. Distribuì con dita esperte i resti di pochi mozziconi su una nuova cartina e la leccò per farne una sigaretta, senza mai distogliere gli occhi dalla verga.
— No. Ma ci proverò comunque.
Dopo un’occhiata bramosa alla sigaretta, se la infilò dietro l’orecchio. Tese le mani, a dita aperte, e le sue labbra si mossero senza suono per pronunciare una formula di potere.
La verga roteò nella polla, quindi si sollevò adagio dal ghiaccio, dove diventò immediatamente il centro di un bozzolo di aria ghiacciata. Tagliangolo gemeva dallo sforzo. La levitazione diretta è la più difficile delle pratiche magiche. C’è infatti il pericolo sempre presente del ben noto principio di azione e reazione. Ciò significa che un mago, il quale tenti di sollevare un oggetto pesante con il solo potere della mente, si trova di fronte alla prospettiva di finire con il cervello dentro gli stivali.
— Riesci a farla stare diritta? — chiese la No
Con grande delicatezza la verga girò lenta nell’aria finché rimase sospesa di fronte alla vecchia, a qualche centimetro dal ghiaccio. Il gelo brillava sulle sue incisioni. Attraverso la nebbia rossastra dell’emicrania che gli velava gli occhi, sembrò a Tagliangolo che la verga lo guardasse. Con risentimento.
La No
— Bene - disse.
Tagliangolo oscillò. Il tono di voce di lei lo trapassò come un seghetto da diamanti. Ricordava confusamente sua madre che lo sgridava da piccolo. Ebbene, la voce era la stessa, solo più raffinata concentrata arrotata con schegge di carborundo. Un tono di comando che avrebbe fatto mettere sull’attenti un cadavere e probabilmente lo avrebbe fatto marciare per metà cimitero, prima di ricordarsi di essere morto.
La No
— È questa la tua idea di un comportamento corretto, vero? Startene stesa da qualche parte nel mare, mentre le persone muoiono? Oh, eccellente!
Fece un mezzo giro intorno alla verga. E, con enorme stupore di Tagliangolo, quella si voltò a seguirla.
— E così sei stata gettata via? — continuò aspra la No
Si chinò in avanti, con il naso adunco a pochi centimetri dalla verga. Tagliangolo era quasi sicuro che il bastone cercasse di chinarsi all’indietro per scansarla.
— Devo dirti cosa succede alle verghe malvage? — sibilò la vecchia. — Se Esk è perduta per il mondo, debbo dirti che cosa ti farò? Sei già stata salvata dal fuoco una volta, perché sarebbe stata la fine della bambina. La prossima volta, non sarà il fuoco.
La sua voce si abbassò in un bisbiglio simile a una frustata.
— Prima sarà la pialla. E poi la carta vetrata, quindi la trivella e il coltello per aguzzare…
— Dico, sta calma — disse Tagliangolo con le lacrime agli occhi.
— …e ciò che resta, lo lascerò nel bosco a disposizione dei funghi velenosi, le termiti e gli scarafaggi. Potrebbero volerci degli a
Le incisioni si contorcevano; la maggior parte si erano spostate sul dietro, per sfuggire lo sguardo della No
— Adesso — continuò lei — ti dirò che cosa farò. Ti raccolgo e ce ne torniamo tutti all’Università, ti pare? Altrimenti, è il momento della sega spuntata.
Si arrotolò le maniche e stese una mano.
— Mago — ordinò — Voglio che tu la liberi.
Tagliangolo a
Quando dico adesso, adesso. Adesso!
Tagliangolo riaprì gli occhi.
La No
Dalla verga il ghiaccio esplodeva in getti di vapore.
— Bene, e se questo accade di nuovo, diventerò veramente furiosa, sono stata chiara? — concluse la vecchia strega.
Tagliangolo abbassò le mani e le corse accanto.
— Ti sei fatta male?
Lei scosse la testa. — È come tenere in mano un ghiacciuolo — rispose. — Andiamo, non abbiamo tempo di starcene qui a chiacchierare.
— Come facciamo a tornare indietro?
— Oh, mostra di avere un po’ di spina dorsale, uomo, per amor del cielo! Voleremo.
La No
— Su quella?
— Naturale. Forse che i maghi non volano sulle loro verghe?
— È poco dignitoso.
— Se posso adattarmi io, puoi farlo anche tu.
— Sì, ma è sicura?
Lei lo incenerì con un’occhiata.
— Intendi in senso assoluto? — chiese. — O, diciamo, paragonato a rimanere qui su una lastra di ghiaccio che si scioglie?
— È la prima volta che volo su una scopa — osservò Tagliangolo.
— Davvero.
— Credevo che bastasse salirci e quella volasse. Non sapevo che bisognava mettersi a correre su e giù e farle tutti quegli urli.
— È questione di abilità che si acquista con l’esercizio.
— E poi — continuò il mago — credevo che volassero più veloci e, ad essere franchi, più alte.
— Che vuoi dire, più alte? — Girarono per risalire il fiume, con la No
— Be’, almeno un po’ di più al di sopra degli alberi — spiegò Tagliangolo. abbassandosi quando un ramo gocciolante gli portò via il cappello.
— Non c’è niente di sbagliato in questa scopa a cui non si potrebbe rimediare se tu perdessi qualche chilo — lo rimbeccò lei. — O preferiresti scendere e camminare?
— A parte il fatto che metà del tempo i miei piedi toccano comunque terra, non vorrei metterti in imbarazzo. Se mi avessero chiesto — continuò il mago — di elencare tutti i pericoli del volo, sai, non mi sarebbe mai venuto in mente d’includerci di avere le gambe massacrate dalle felci alte.
Senza voltarsi, lo sguardo cupo fisso davanti a sé, la No
— Era solo per calmarmi i nervi, signora, con tutto questo precipitarci a capofitto nell’aria.
— Be’, spegni immediatamente. E reggiti.
La scopa rollò all’improvviso in su e aumentò la velocità tipo jogging geriatrico.
— Signor Mago.
— Ohilà?
— Quando dicevo di reggerti…
— Sì?
— Non intendevo lì.
Una pausa.
— Oh! Sì. Capisco. Mi dispiace terribilmente.
— Va bene.
— La mia memoria non è più quella di un tempo… Ti assicuro… non intendevo mancarti di rispetto.
— D’accordo.
Volarono per un momento in silenzio.
— Tuttavia — riprese la No
La pioggia batteva sulle lamiere di piombo del tetto dell’Università Invisibile e scorreva nelle grondaie dove i nidi delle cornacchie, abbandonati fin dall’estate, galleggiavano come barche mal costruite. L’acqua gorgogliava nei vecchi condotti incrostati. Si fece strada sotto le tegole e salutò i ragni a
Interi sistemi ecologici vivevano sui tetti sterminati dell’Università: a paragone Gormenghast sembrava un capa
Una cosa che l’acqua non poteva fare era gorgogliare fuori dai doccioni ornamentali allineati intorno ai tetti. Questo perché i doccioni se ne andavano a rifugiarsi nelle soffitte al primo segnale di pioggia. Loro sostenevano che la bruttezza non era sinonimo di stupidità.
Piovevano ruscelli. Piovevano fiumi. Piovevano mari. Ma soprattutto pioveva attraverso il tetto della Grande Sala, dove il duello tra la No
Stava in piedi su un tavolo a organizzare le squadre di studenti che staccavano dalle pareti i quadri e le antiche tappezzerie prima che si bagnassero. Su un tavolo perché il pavimento era già sommerso da diversi centimetri di acqua.
Non acqua piovana, purtroppo. Quella era acqua dotata di una vera personalità, la personalità inconfondibile che l’acqua acquista dopo un lungo viaggio attraverso una contrada melmosa. Aveva la consistenza dell’autentica acqua dell’Ankh… troppo dura da bere, troppo liquida da arare.
Il fiume aveva superato gli argini e un milione di rivoletti si spandevano all’intorno, allagando le cantine e giocando a rimpiattino sotto le pietre del lastrico. Di tanto in tanto si udiva il rombo distante di una magia dimenticata in un sotterraneo allagato, che scoppiava e liberava il proprio potere. Treatle era tutt’altro che entusiasta dei gorgogli e dei sibili che sfuggivano in superficie.
Pensò una volta di più quanto gli sarebbe piaciuto essere il tipo di mago che vive in una piccola grotta a collezionare erbe, a coltivare pensieri profondi e conoscere il linguaggio dei gufi. Ma probabilmente la grotta sarebbe stata umida e le erbe velenose. E, in fin dei conti, Treatle non sapeva esattamente quali pensieri fossero davvero profondi.
Scese dal tavolo goffamente e sguazzò nelle acque scure e vorticose. Be’ lui aveva fatto del suo meglio. Aveva cercato di convincere i maghi anziani a riparare il tetto con la magia. Ma dopo avere discusso senza costrutto degli incantesimi da usare, loro si erano trovati unanimi nel sostenere che in ogni caso quello era lavoro da artigiani.
"Eccoli lì, i maghi" pensava cupamente mentre passava sotto gli archi gocciolanti "sempre a scandagliare l’infinito e a non curarsi mai del definito. Specie in materia di lavori domestici. Non abbiamo mai avuto questi guai prima dell’arrivo di quella do
Con l’acqua che gli faceva ciac ciac nelle scarpe, prese a salire la scala illuminata in quel momento da un lampo particolarmente violento. Aveva la sgradevole certezza che, mentre nessuno avrebbe potuto biasimarlo per quel putiferio, tutti l’avrebbero fatto. Sollevò l’orlo della veste e lo strizzò sconsolato, poi tirò fuori la sua borsa del tabacco.
Era una bella borsa verde impermeabile. Con il risultato che tutta l’acqua che ci era entrata, non poteva uscirne. Una cosa indescrivibile.
Trovò il suo pacchetto di cartine. Si erano sciolte in un ammasso. Come la leggendaria banconota da una sterlina trovata nelle tasche posteriori dei pantaloni, dopo essere stati lavati, centrifugati, asciugati e stirati.
— Accidenti! — imprecò con tutti i sentimenti.
— Ehi! Treatle!