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Il rettile diventò una tigre dalle za
La folata nevosa diventò una pozza di bitume ribollente.
La tigre dive
La pozza di bitume si tramutò allora in un cappuccio ornato di un ciuffo di piume.
Poi le immagini presero a tremolare via via che una forma rimpiazzava un’altra forma. Onde stroboscopiche danzavano nella sala. Si alzò un vento magico, spesso e oleoso, che faceva sprizzare dalle barbe e dalle dita scintille di ottarino. In mezzo a tutto questo Esk distingueva, attraverso gli occhi che le lacrimavano, le due figure della No
Ma si rendeva conto di un’altra cosa, un suono così acuto che l’udito quasi non lo captava.
Lo aveva già udito, su quella fredda distesa… un pigolio, il ronzio di un alveare, il rumore dello scavo di un termitaio…
— Vengono! — urlò al di sopra del tumulto. — Sta
Uscì carponi da dietro il tavolo dove aveva cercato rifugio dal magico duello e cercò di raggiungere la No
Il ronzio si era fatto più forte, così che l’aria rombava come un cadavere di tre settimane in una giornata estiva. Esk fece un altro tentativo per raggiungere la No
Si guardò intorno freneticamente in cerca degli altri maghi. Ma quelli che erano fuggiti dagli effetti della magia, si nascondevano tremanti dietro il mobilio rovesciato mentre la tempesta occulta impazzava sulle loro teste.
Esk attraversò di corsa tutta la sala e uscì nel corridoio buio. Si precipitò, singhiozzando, con le ombre che le volteggiavano intorno, su per la scala e per i corridoi echeggianti verso la stanzetta di Simon.
Qualcosa avrebbe cercato di entrare nel corpo di lui, aveva detto la No
Un gruppetto di studenti dall’aria ansiosa era radunato fuori della porta. Alla vista di Esk che si avvicinava di corsa, volsero verso di lei i volti pallidi, abbastanza scossi da ritirarsi nervosamente davanti alla sua avanzata decisa.
— C’è qualcosa lì dentro — disse uno di loro.
— Non possiamo aprire la porta!
La guardavano pieni di aspettativa. Poi un altro chiese: — Per caso, non avresti un passe-partout?
Esk afferrò la maniglia e la girò. Quella prima si mosse leggermente, ma poi tornò a posto con tanta forza da spellarle quasi le mani. All’interno, il pigolio salì in un crescendo e ad esso si unì un altro rumore, come il battito di ali di spessa pelle.
— Voi siete dei maghi! — urlò lei. — Da
— Non abbiamo ancora fatto la telecinesi — disse uno.
— Io ero malato quando abbiamo imparato a scagliare il fuoco…
— A dire la verità, io non sono molto bravo con la Smaterializzazione…
Esk si avvicinò di nuovo alla porta e si fermò di colpo. Ricordò di avere sentito la No
Dietro la porta, qualcosa fischiava.
I tre studenti guardavano stupefatti Esk restare immobile, con le mani e la fronte premuti contro il muro.
C’era quasi. Sentiva il proprio peso, la gravezza del proprio corpo, le lontane memorie dell’alba dei tempi quando la roccia era liquida e libera. Per la prima volta in vita sua sapeva cosa si provava ad avere dei balconi.
Si mosse con precauzione nella mente dell’edificio, affinando le proprie sensazioni, cercando il più velocemente possibile quel corridoio, quella porta.
Allungò un braccio, con grande circospezione. Gli studenti la videro aprire un dito della mano, molto lentamente.
I cardini della porta presero a scricchiolare.
Dopo un momento di tensione, i chiodi schizzarono fuori dai cardini e andarono a sbattere contro la parete alle sue spalle. Le assi cominciarono a piegarsi mentre la porta cercava di aprirsi contro la forza di… di qualunque cosa fosse che la teneva chiusa.
Il legno ondeggiò.
Raggi di luce azzurra si proiettarono nel corridoio, mobili e danzanti, mentre forme indistinte si trascinavano nello splendore accecante dentro la stanza. La luce era piena di vapori e attinica, la sorta di luce da indurre Steven Spielberg a contattare il suo legale incaricato del copyright.
I capelli di Esk le si rizzarono in testa dandole l’aspetto di un soffione ambulante. Oltrepassò la soglia, con la pelle che le scoppiettava per le fiammelle guizzanti di magia.
Gli studenti, rimasti fuori, la osservarono pieni di terrore scomparire nella luce.
Che svanì in una esplosione silenziosa.
Quando alla fine trovarono il coraggio di guardare nella stanza, non videro altro che il corpo di Simon addormentato. Ed Esk stesa silenziosa e fredda sul pavimento, che respirava adagio. E il pavimento era ricoperto da un fine strato di sabbia argentea.
Esk fluttuava attraverso le nebbie del mondo e notava, con una curiosa sensazione impersonale, il modo in cui passava attraverso la materia solida.
Altri erano con lei. Ne udiva il pigolio.
La furia salì in lei come un fiotto di bile. Si voltò e si mise a seguire il rumore, lottando contro le forze ammalianti che continuavano a ripeterle come sarebbe stato bello allentare la presa sulla sua mente e lasciarsi sprofondare nel caldo mare del nulla. Essere in collera, ecco cosa ci voleva. Sapeva che era essenziale nutrire la propria rabbia.
Il mondo-Disco si allontanò, dispiegato sotto di lei come quel giorno in cui era stata un’aquila. Ma questa volta, in basso c’era il Mare Circolare (era davvero circolare, come se il Creatore fosse rimasto a corto di idee) e al di là vedeva le braccia del continente e la lunga catena delle Ramtop che correva dritto fino al Centro. C’erano altri continenti, di cui lei non aveva mai sentito parlare, e minuscole catene di isole.
Con il trascorrere della scena, le apparve l’Orlo. Era notte e, poiché il sole orbitante del Disco era sotto il mondo, esso illuminava la lunga cascata che cingeva il Bordo.
Illuminava anche la Grande A’Tuin, la Tartaruga del Mondo. Esk si era spesso chiesta se in realtà la Tartaruga non fosse un mito. Sembrava non valesse la pena darsi tanto da fare semplicemente per spostare il mondo. Ma eccola là, grande quasi come il Disco che trasportava, il carapace ghiacciato per la polvere stellare e bucherellato dai crateri delle meteore.
La sua testa le passò davanti e lei guardò dritto dentro un occhio grande abbastanza da farci navigare tutte le flotte del mondo. Esk aveva sentito che, a guardare sufficientemente lontano nella direzione che fissava la Grande A’Tuin, uno avrebbe visto la fine dell’universo. Forse dipendeva soltanto dall’atteggiamento del Suo becco, ma la Grande A’Tuin aveva un’aria vagamente speranzosa, perfino ottimistica. Forse la fine di tutto non era poi tanto male.
Come in sogno, la bambina si sforzò di penetrare nella più grande mente dell’universo.
Si fermò giusto in tempo. Come un bimbo con uno slittino che si aspetta di trovare un breve e dolce pendio e a un tratto si trova a guardare giù da montagne imponenti, coperte di neve, che si stendono nei campi ghiacciati dell’infinito. Nessuno mai vorrebbe penetrare in quella mente, sarebbe come tentare di bere tutto il mare. I pensieri che si agitavano dentro di essa erano grandi e lenti come i ghiacciai.
Oltre il Disco si scorgevano le stelle e in esse c’era qualcosa che non andava. Turbinavano come fiocchi di neve. Di quando in quando si fermavano e restavano immobili come sempre, e poi all’improvviso si mettevano in testa di danzare.
Le stelle vere non dovrebbero farlo, decise Esk. Il che voleva dire che non stava guardando delle vere stelle. E che lei non si trovava esattamente in un luogo reale. Ma il pigolio vicino a lei le ricordò che poteva quasi sicuramente morire, se solo avesse perso la scia di quei rumori. Si voltò per seguire il suono attraverso la tempesta di neve stellare.
E le stelle danzavano e si fermavano, danzavano e si fermavano…
Esk saliva in alto e intanto si sforzava di concentrarsi sulle cose di tutti i giorni. Se avesse lasciato la sua mente fissarsi su che cosa stava seguendo, sapeva che avrebbe voluto tornare indietro. E non era sicura di conoscere la via. Cercò dunque di ricordarsi quali erano le diciotto erbe per la cura del mal d’orecchi e questo la te
Una stella precipitò accanto a lei e poi fu violentemente respinta. L’aveva incrociata a poco più di sei metri.
Finite le erbe, Esk si mise a pensare alle malattie delle capre. Ciò la occupò per un bel po’ di tempo, perché le capre possono prendersi un sacco dei mala
Era arrivata a punto punto punto linea punto linea (che indicava una distanza a poco più di un chilometro dal villaggio), quando intorno a lei l’universo svanì con un debole schiocco. Cadde in avanti, colpì qualcosa di duro e gnanuloso e rotolò su se stessa fino a fermarsi.
La granulosità era sabbia. Sabbia fine, asciutta, fredda. Si indovinava che anche scavando di parecchi centimetri, sarebbe stata altrettanto fredda e altrettanto asciutta.
Esk rimase per un momento con la faccia affondata al suolo, chiamando a raccolta il coraggio per alzare gli occhi. Scorgeva, a pochi centimetri da lei, l’orlo della veste di qualcuno. Si corresse, di qualcosa. A meno che non fosse un’ala. Poteva essere un’ala, un’ala particolarmente logora e dura.
La seguì con gli occhi finché non trovò una faccia, più alta di una casa, stagliata contro il cielo stellato. Il suo proprietario cercava ovviamente di darsi un’aria da incubo, ma aveva esagerato. Essenzialmente il suo aspetto era quello di una gallina che fosse morta da circa due mesi. Ma lo sgradevole effetto era alquanto rovinato dalle za
La creatura aveva lo sguardo fisso, ma non su di lei. Il suo interesse era concentrato su un punto alle sue spalle. Esk voltò molto lentamente la testa.
Simon sedeva a gambe incrociate al centro di un circolo di Esseri. Erano centinaia, immobili e silenziosi come statue, che lo contemplavano con la pazienza propria dei rettili.
Nelle mani a coppa Simon teneva un oggetto piccolo e angoloso; alla sua luce azzurrastra, il viso del ragazzo appariva strano.