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Scuotivento si fece teso, temendo un’esplosione di rabbia. Invece la Signora si limitò a sorridere. — Il tuo amico mago dovrebbe presentarci — disse.

Scuotivento tossì. — Uh, già. Questo è Duefiori. Signora, lui è un turista.

— L’ho assistito in diverse occasioni…

— …e, Duefiori, questa è la Signora. Soltanto la Signora, capito? Niente altro. Non cercare di darle un altro nome, va bene? — proseguì ansioso. E intanto lanciava occhiate d’intesa di cui l’ometto non si accorgeva affatto.

Scuotivento rabbrividì. Naturalmente lui non era ateo; sul Disco gli dei trattavano severamente gli atei. Le poche volte in cui disponeva di spiccioli, lui aveva sempre badato a lasciar cadere delle monete nelle casse del tempio, basandosi sul principio che un uomo aveva bisogno di tutti gli amici possibili. Ma di solito lui non importunava gli dei e sperava di non esserne importunato a sua volta. La vita era giù abbastanza complicata.

Tuttavia, c’erano due dei veramente terrificanti. Gli altri somigliavano agli umani, solo più in grande, amanti del vino, della guerra, delle puttane. Ma il Fato e la Signora erano agghiaccianti.

A Ankh-Morpork, nel Quartiere degli Dei, il Fato aveva un tempietto di piombo, greve, dove i fedeli, sparuti e dagli occhi infossati, si radunavano nelle notti buie per compiere i loro riti, predestinati e inutili. Invece non esistevano templi dedicati alla Signora, benché ella fosse la dea più potente di tutta la storia della Creazione. Alcuni membri più audaci della Corporazione dei Giocatori una volta avevano tentato una forma di culto, nelle cantine più profonde della sede della Corporazione. E, tempo una settimana, erano tutti morti: vittime della miseria, di assassinio, o semplicemente della Morte.

Ella era la Dea Che Non Deve Essere Nominata. Coloro che la cercavano non la trovavano mai, eppure si sapeva che ella soccorreva quelli che si trovavano nel bisogno estremo. Però, a volte, non lo faceva. Era fatta così. Non le piaceva il tinti

— Dalle mie parti non abbiamo dei — affermò Duefiori.

— Non è vero, sai — ribatté la Signora. — Tutti ha

Scuotivento si scosse. — Sentite — disse. — Non voglio sembrarvi impaziente, ma tra pochi minuti entrera

— Sì — confermò la Signora.

— Suppongo che non vorresti dirci perché? — chiese Duefiori.

— Sì — rispose la Signora. — I Krulliam intendono lanciare un vascello di bronzo al di là dei bordo del Disco. Il loro intento principale è conoscere il sesso di A’Tuin. la Tartaruga del Mondo.

— Sembra alquanto inutile — osservò Scuotivento.

— No. Rifletti. Un giorno la Grande A’Tuin può incontrare un altro membro della specie chelys galactica, da qualche parte nella vasta notte in cui ci muoviamo. Combattera

Scuotivento si sforzò di non pensare all’accoppiamento delle Tartarughe del Mondo. Ma non era facile.

— Quindi — continuò la dea — loro intendono lanciare questa nave spaziale, con due uomini a bordo. Sarà il momento culminante di dece

— E noi siamo i sacrifici — disse Scuotivento.

— Sì.

— Credevo che il Fato non si adattasse a questa specie di transazione. Credevo che il Fato fosse implacabile.

— Normalmente, sì. Ma da qualche tempo siete stati per lui una spina nel fianco. Ha decretato che dovevate essere voi le vittime del sacrificio. Vi ha permesso di sfuggire ai pirati. Vi ha permesso di essere trasportati nella Circonferenza. A volte il Fato può essere un dio meschino.

Seguì una pausa. La rana sospirò e se ne andò sotto il tavolo.

— Ma tu ci puoi aiutare? — la incalzò Duefiori.

— Voi mi divertite — rispose la Signora. — Ho una vena sentimentale. Se foste giocatori, lo sapreste. Così per un po’ ho viaggiato nella mente di un ranocchio e voi gentilmente mi avete salvato perché, come sappiamo tutti, a nessuno piace veder morire creature patetiche e inermi.

— Ti ringrazio — disse Scuotivento.

— La mente del Fato è tutta concentrata contro di voi — proseguì la Signora. — Ma tutto ciò che posso fare è darvi una possibilità. Un’unica, piccola possibilità. Il resto spetta a voi.

Così detto, svanì.

— Oddio — esclamò dopo un po’ Duefiori. — È la prima volta che vedo una dea.

La porta si spalancò e Garhartra entrò con in mano una verga. Dietro a lui erano due guardie, armate più convenzionalmente di spade. — Ah, vedo che siete pronti — disse in tono discorsivo.

"Pronti", disse una voce nella testa di Scuotivento.

La bottiglia che lui aveva scagliato circa otto ore prima era rimasta sospesa in aria, imprigionata per magia nel suo personale campo temporale. Ma durante tutte quelle ore il mana originale dell’incantesimo era lentamente evaporato finché l’energia magica non bastava più a difenderlo dal possente campo di normalità dell’Universo. E quando ciò accadde, ci vollero pochi microsecondi perché la Realtà riprendesse il sopravvento. L’effetto visibile fu che la bottiglia completò d’improvviso l’ultimo tratto della sua parabola e andò a infrangersi contro la tempia del vecchio, inondando le guardie con una pioggia di pezzi di vetro e vino di medusa.

Scuotivento afferrò Duefiori per un braccio, sferrò un calcio nei genitali alla guardia più vicina e trascinò l’amico sbalordito nel corridoio. Prima che Garhartra piombasse al suolo, i suoi due ospiti erano già lontani.

Scuotivento svoltò un angolo di volata e si trovò su un balcone che correva lungo i quattro lati di un cortile, occupato quasi per intero da una vasca nella quale delle tartarughe acquatiche prendevano il sole tra le foglie di ninfea.

Di fronte a Scuotivento si pararono due maghi oltremodo sorpresi, che indossavano le vesti blu cupo e nero dei provetti idrofobi. Uno di loro, più svelto del compagno, sollevò una mano e iniziò a pronunciare le prime parole di un incantesimo.

Si udì un piccolo rumore secco. Duefiori aveva sputato. L’idrofobo strillò e lasciò ricadere la mano come se lo avessero punto.

L’altro non ebbe il tempo di muoversi: Scuotivento gli fu sopra menando una scarica di pugni. Uno, reso pesante dal terrore, arrivò particolarmente a segno e scaraventò l’uomo dal balcone nella vasca. L’effetto fu strano: l’acqua si divise come se vi fosse stato gettato un grosso pallone e l’idrofobo urlante rimase sospeso nel suo stesso campo di rifiuto verso quell’elemento.

Duefiori era rimasto a guardare allibito finché l’amico lo toccò sulla spalla per indicargli un altro corridoio. Lo imboccarono di corsa e lasciarono il secondo idrofobo a contorcersi sul pavimento e strofinarsi con forza la mano bagnata. Per un po’ sentirono gridare alle loro spalle, ma infilarono un corridoio trasversale e poi un altro cortile e presto si lasciarono dietro i rumori dell’inseguimento. Scuotivento aprì una porta, si sporse a guardare, trovò la stanza vuota, trascinò dentro Duefiori e richiuse la porta. Poi ci si appoggiò, lamentandosi.

— Ci siamo persi in un palazzo su un’isola senza speranza di lasciarla — disse ansante. — E per di più, noi… ehi! — finì, quando si rese conto del contenuto della stanza.

Duefiori stava già osservando le pareti.

Perché lo strano era che la stanza conteneva l’intero Universo.

La Morte sedeva nel suo giardino e affilava su una pietra apposita la lama della sua falce. Era già così tagliente che se una brezza ci soffiava sopra, era immediatamente trinciata in due zeffiri, anche se nel giardino silenzioso della Morte la brezza era davvero cosa rara. Il giardino era situato su un altopiano recluso dal quale si vedevano le complesse dimensioni del mondo-disco; dietro s’i

Qualcuno si avvicinava dal frutteto oscuro dove crescevano le mele notturne, e ne ve

La Morte e il Fato si guardarono. La Morte sogghignò; del resto, essendo fatta inesorabilmente di sole ossa, altro non poteva fare. La pietra cantava ritmicamente lungo la lama mentre Essa continuava la sua bisogna.

— Ho un compito per te — disse il Fato. Le parole scivolarono sulla falce e si spaccarono nette in due nastri di consonanti e vocali.

— Attualmente ho compiti a sufficienza — rispose la Morte con voce pesante come il neutronio. — La tubercolosi imperversa a Pseudopolis e io devo recarmi là a strappare molti cittadini dalla sua stretta. Una epidemia simile non si è vista da cento a

— Mi riferisco al piccolo viandante e al mago ribaldo — disse il Fato in tono sommesso. Si sedette accanto alla forma della Morte, avvolta nella nera veste, e fissò in distanza l’universo del Disco, simile a un gioiello sfaccettato visto da quell’osservatorio extra-dimensionale.

La falce interruppe la sua canzone.

— I due morira

La Morte si mosse e la pietra ricominciò ad andare su e giù.

— Credevo ti avrebbe fatto piacere — aggiunse il Fato.

La Morte alzò le spalle, gesto particolarmente espressivo per una la cui forma visibile era quella di uno scheletro. — In effetti li ho davvero perseguitati — disse. — Ma alla fine ho pensato che presto o tardi tutti gli uomini devono morire. Tutto muore alla fine. Posso venire derubata, ma rifiutata mai. Mi sono detta, perché preoccuparmi?

— Anch’io non posso essere imbrogliato — disse seccamente il Fato.

"Così ho sentito." La Morte sogghignava sempre.

— Basta! — gridò il Fato e balzò in piedi. — Morira

la Morte a