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— Grazie di avermelo detto — disse debolmente Scuotivento.
— In realtà, sono piuttosto buone — assicurò Duefiori, a bocca piena. — Credevo ti piacessero i frutti di mare.
— Sì, lo credevo anch’io. Questo vino cos’è, occhi di polpo pigiati?
— Uva di mare — lo informò il vecchio.
— Magnifico. — Scuotivento ne mandò giù un bicchiere. — Un po’ salato, forse.
— L’uva di mare è una specie di piccola medusa — spiegò lo straniero. — Adesso penso sia ora di presentarmi. Perché il tuo amico è diventato di quello strano colore?
— Shock culturale, immagino — rispose Duefiori. — Come hai detto di chiamarti?
— Non l’ho detto. Mi chiamo Garhartra. Vedi, io sono preposto agli ospiti: ho il gradito compito di assicurarmi che il vostro soggiorno qui sia il più piacevole possibile. — Fece un inchino. — Se c"è qualcosa che desiderate, non avete che da dirlo.
Duefiori si sedette su una bella poltrona di madreperla con un bicchiere di vino oleoso in una mano e una seppia cristallizzata nell’altra. Aggrottò le sopracciglia. — Credo mi sia sfuggita qualcosa — disse. — Prima ci ha
— Una vile bugia — lo interruppe Garhartra.
Dal fondo del lungo tavolo ve
— …e poi siamo stati liberati con grande dispendio di magia…
— Sono fatti di alghe pressate — rispose il vecchio in tono seccato.
— …ma in seguito siamo stati minacciati, pure con grande dispendio di magia…
— Sì, lo pensavo anch’io — dichiarò il mago. — Certo ha
— …e poi siamo stati presi dalle guardie senza tante cerimonie e buttati qui dentro…
— Spinti gentilmente — lo corresse Garhartra.
— …che si è rivelato essere questa sala incredibilmente ricca con tutto questo cibo e un uomo che ci dice che si dedica a farci felici — concluse Duefiori. — C’è una mancanza di logica in tutto questo.
— Già — disse Scuotivento. — Lui vuole sapere se ricomincerete a essere antipatici con noi. Questa è soltanto una pausa per la colazione?
Garhartra alzò le mani con un gesto rassicurante. — Prego, prego — protestò. — Era necessario portarvi qui il più presto possibile. Certamente non abbiamo intenzione di farvi schiavi. Vi prego di tranquillizzarvi su questo punto.
— Ottimo — disse Scuotivento.
— Sì, infatti sarete sacrificati — continuò l’altro placidamente.
— Sacrificati? Ci ucciderete? — gridò il mago.
— Uccidervi? Sì, naturale. Certamente! Non sarebbe un sacrificio se non lo facessimo, non ti pare? Ma non preoccuparti, sarà relativamente indolore.
— Relativamente? Relativamente rispetto a che cosa? — Scuotivento prese in mano un’altra bottiglia verde piena di vino di medusa e la scagliò contro Garhartra. Questi alzò una mano come per proteggersi.
Dalle sue dita si sprigionò una fiamma di ottarino e l’aria si fece improvvisamente spessa e untuosa al tatto, cosa che indicava una potente scarica di magia. La bottiglia rallentò e rimase a ruotare a mezz’aria.
Al tempo stesso una forza invisibile afferrò Scuotivento e lo scaraventò lontano, inchiodandolo senza respiro alla parete di fondo, dove rimase appeso a bocca aperta dalla rabbia e dallo stupore.
Garhartra abbassò la mano e se la passò lentamente sulla veste. — Sai, non mi è piaciuto trattarti così.
— Me ne sono accorto — borbottò Scuotivento.
— Ma perché volete sacrificarci? — domandò Duefiori. — Ci conoscete appena!
— È proprio questo il punto, no? Non è molto educato sacrificare un amico. Inoltre, siete stati indicati con precisione. Non ne so molto del dio in questione, ma Egli è stato molto chiaro su quel punto. Sentite, devo andare, adesso. Ho tante cose da organizzare, sapete com’è. — Il vecchio aprì la porta e si voltò con un’ultima occhiata. — Vi prego di mettervi comodi e di non preoccuparvi.
— Ma in realtà non ci hai detto nulla! — si lamentò Duefiori.
— Non ne vale la pena, no? Dato che sarete sacrificati in mattinata, diventa inutile sapere, davvero. Dormite bene. Relativamente bene, comunque.
Chiuse la porta. Intorno a essa balenò una scintilla di ottarino: stava a indicare che adesso per aprirla a nulla sarebbe valsa la perizia di un fabbro terreno.
Gling, clang, tang, facevano i campanelli lungo la Circonferenza nella notte illuminata dalla luna ed echeggiante del rombo della cascata.
Terton il guardiano della quarantacinquesima Lunghezza, non aveva udito un clangore simile dalla notte, cinque a
Ma non funzionò, perché adesso anche la Palizzata tambureggiava, come ci rimbalzasse contro qualcosa di grosso e pesante. Dopo avere contemplato per qualche minuto il soffitto ed essersi sforzato di non pensare a grossi, lunghi tentacoli e occhi larghi come uno stagno, Trenton soffiò sulla lanterna e socchiuse la porta.
Qualcosa stava venendo lungo la Palizzata, a balzi di qualche metro alla volta. Quel qualcosa gli si parò davanti e per un attimo Trenton scorse una sagoma rettangolare, dalle molte gambe, ricoperta di alghe e molto incollerita… benché mancasse assolutamente di lineamenti dai quali lui poteva dedurlo.
Il mostro investì la capa
— Hai provato la porta?
— Sì — rispose Duefiori. — Ed è sempre chiusa come l’ultima volta che me lo hai chiesto. Però c’è la finestra.
— Una bella via di fuga — borbottò Scuotivento, sempre appollaiato a metà parete. — Hai detto che da sul Bordo. Basta fare un passo, eh, tuffarsi nello spazio e forse gelare o finire a incredibile velocità su un altro mondo oppure sprofondare nel cuore fiammeggiante di un sole?
— Vale la pena di provare — disse l’ometto. — Vuoi un biscotto?
— No!
— Quando scendi giù?
Scuotivento brontolò, in parte per l’imbarazzo. L’incantesimo di Garhartra era stato il Rovesciamento della Gravità Personale di Atavarr, un incantesimo poco usato e difficile da padroneggiare. Così in pratica, finché esso non si esauriva, il corpo di Scuotivento era convinto che "giù" si trovasse a novanta gradi dalla direzione normalmente considerata come tale dagli abitanti del Disco. Di fatto lui stava sul muro.
Nel frattempo la bottiglia che aveva lanciato era sospesa nell’aria a qualche metro di distanza. Nel suo caso il tempo era stato… be’, non esattamente fermato, ma rallentato di diversi ordini di grandezza e fino a quel momento la sua traiettoria aveva impiegato diverse ore, ma appena cinque centimetri agli occhi di Scuotivento e Duefiori. Il vetro brillava nella luce lunare. Il mago sospirò e cercò di mettersi comodo sul muro.
— Perché tu non ti preoccupi mai? — esclamò in tono petulante. — Eccoci qui, pronti a essere sacrificati domattina a un qualche dio, e te ne stai lì seduto a mangiare canapés di crostacei.
— Mi aspetto che succeda qualcosa.
— Voglio dire, nemmeno sappiamo perché saremo uccisi — insisté il mago.
— Vorresti saperlo, vero?
— Sei tu che l’hai detto? — domandò Scuotivento.
— Detto cosa?
— Sei tu che senti delle cose — disse la voce nella testa di Scuotivento.
Lui scattò a sedere di sghembo. — Chi sei? — chiese.
Duefiori gli diede un’occhiata preoccupante. — Di sicuro te lo ricordi?
L’amico si prese la testa nelle mani e gemette: — È successo alla fine. Sto andando fuori di testa.
— Buona idea — disse la voce. — Qui dentro si sta facendo affollato.
L’incantesimo che teneva Scuotivento inchiodato al muro svanì con un debole pop. Lui cadde in avanti e finì in un mucchio a terra.
— Attento… mi hai quasi schiacciato.
Scuotivento si puntò sui gomiti e si frugò in tasca. Ne ritrasse la mano con dentro una ranocchia verde, gli occhi stranamente luminosi nella semiluce.
— Tu? — disse il mago.
— Mettimi a terra e allontanati. — La rana ammiccò.
Lui ubbidì e tirò via con sé lo stupefatto Duefiori.
La sala si fece buia e si udì un rumore come il rombo di vento. Dal nulla apparvero spirali di vapori verdi, porpora e ottarino che si misero a turbinare, sprizzando piccoli lampi, verso l’anfibio immobile. Ben presto esso scomparve in una nebbia dorata che si allungò verso l’alto e riempì la stanza di una calda luce gialla. Al suo interno, una forma indistinta che oscillava e si trasformava sotto i loro occhi. Tutto il tempo echeggiava il suono acuto, agghiacciante di un gigantesco campo magico…
Con la stessa rapidità con cui era apparso, il campo magico svanì. E lì nello spazio che era stato occupato dalla rana, c’era una rana.
— Fantastico — esclamò Scuotivento.
Il ranocchio gli diede un’occhiata di rimprovero.
— Davvero incredibile — commentò acido Duefiori. — Una rana trasformata per magia in una rana. Portentoso.
— Voltatevi — disse una voce dietro di loro. Era una morbida voce femminile, quasi invitante, il genere di voce con la quale vi piacerebbe bere qualcosa, ma veniva da un punto dove non avrebbe dovuto esserci una voce. I due si voltarono senza spostarsi, come statue che girassero sullo zoccolo.
Nella luce che precede l’alba si scorgeva una do
In seguito Scuotivento e Duefiori non si trovarono d’accordo in nulla sul suo conto, salvo che lei era bella (senza potere precisare quali caratteristiche fisiche la facessero bella) e che aveva occhi verdi. Non il verde pallido degli occhi normali; i suoi erano verdi come smeraldi e iridescenti come libellule. E uno dei pochi fatti magici conosciuti da Scuotivento era che a nessun dio o dea, per quanto diversi e mutevoli sotto tutti gli altri aspetti, era possibile cambiare il colore e la natura dei loro occhi…
— L… — cominciò. Lei alzò una mano.
— Sai che se pronunci il mio nome devo andarmene — sibilò. — Tu sai di sicuro che sono l’unica dea che viene soltanto quando non è invocata?
— Uh. Sì. Suppongo di sì. — Il mago cercava di non guardarle gli occhi. — Tu sei quella che chiamano la Signora?
— Sì.
— Allora sei una dea? — Duefiori era eccitato. — Ho sempre desiderato incontrarne una.