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PARTE TERZAOttobre 2114

La verifica del nostro progresso non consiste nell’aumentare l’abbondanza di coloro che ha

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La cosa più rimarchevole del trovarsi in una topaia fuori mano come East Oleanta avve

La seconda cosa rimarchevole fu che io non chiamai l’ECGS per dire dove mi trovassi e cosa sospettassi. Lo imputai all’arroganza. Volevo essere in grado di dire: "Ecco qui Miranda Sharifi, latitudine 43°45’16 secondi — longitudine 74°50’86 secondi; è un laboratorio illegale di modificazione genetica, andate a prenderla, ragazzi" invece di dire: "Be’, penso che sia qui da qualche parte nelle vicinanze, anche se non ho prove". Se fossi stato un agente regolare il mio silenzio sarebbe risultato intollerabile. Io però non ero un agente regolare. Non ero proprio niente di regolare. Volevo, una volta nella mia incapace vita, avere successo in qualche cosa per mio conto. Lo volevo maledettamente.

Ovviamente, come quelli dell’ECGS, non sapevo con esattezza dove si trovasse Miranda Sharifi, anche se sospettavo che fosse nascosta in un qualche luogo nelle boschive Montagne Adirondack presso East Oleanta. Non avevo però la benché minima idea di dove poterla effettivamente trovare.

Fino a Lizzie Francy.

Tornai a trovare Lizzie Francy la stessa sera in cui le avevo spiegato per la prima volta alcune semplici operazioni del computer, il giorno dopo averle applicato un cerotto medico. Avevo notato come avesse cambiato colore Billy Washington quando gli avevo chiesto dell’Eden. Quel vecchio era il peggior bugiardo che avessi mai visto. Sapeva qualcosa sull’Eden: era disperatamente i

Lizzie era seduta su un orrendo sofà in sintoplastica e indossava una camicia da notte rosa; aveva i capelli suddivisi in sedici treccine raccolte in un nastro rosa. Parti elettroniche erano sparpagliate sulla coperta. La avvistai alle spalle di Billy, che mi aveva aperto la porta ma non mi voleva lasciare entrare.

— Lizzie dorme, lei.

— No, Billy. È là dietro.

— Vicki! — gridò Lizzie con la sua vocetta da bambina e qualcosa di inaspettato mi si rigirò in petto. — Sei qui!

— È ammalata, lei, troppo ammalata per ricevere gente.

— Io sto bene, io — disse Lizzie. — Lascia entrare Vicki, Billy. Ti preeeeeego.

Egli lo fece, con espressione infelice. A

— Il robot per pelare le mele della cucina del caffè — rispose lei prontamente e senza alcun senso di colpa. Billy si contrasse. — Si è rotto e io l’ho fatto a pezzi, io, per vedere se riesco a ripararlo.

— E ci riesci?

— No. E tu? — Mi fissò con scuri occhi affamati. Billy uscì dall’appartamento.

— Probabilmente no — risposi. — Non sono un tecnico di robot. Fammi dare un’occhiata, però.

— Ti faccio vedere tutto, io.

Lo fece. Rimise insieme i pezzi del robot-pela-mele che aveva un semplice chip Kellor standard alimentato da energia-Y. Io ero andata a scuola con Alison Kellor la quale aveva sempre professato un disprezzo a

Dissi: — Cosa pensi che lo abbia provocato?

I grandi occhi scuri mi fissarono. — Non lo so, io.

— Io sì. — La giuntura distrutta era in duragem. Era stata in duragem, fino all’attacco del ri

— Che cosa lo ha sciolto, Vicki?

Rivoltai il robot fra le mani, alla ricerca di altre giunture in duragem. C’erano, fra le parti in plastica fisse meno durevoli, ma più economiche. Le altre non "sembravano come sciolte, loro". Ma non lo erano nemmeno alcune delle parti in duragem.

— Che cosa l’ha sciolto, Vicki? Vicki? — Sentii una mano su un braccio.

Perché le altre giunture in duragem non erano state attaccate? Perché il disgregatore aveva una specie di meccanismo a orologeria. Si era autodistrutto dopo un certo periodo di tempo e aveva anche smesso di replicarsi dopo avere prodotto un determinato numero di copie di sé. Molti dei meccanismi di nano-tecnologia avevano questo dispositivo di sicurezza.

Lizzie mi scosse il braccio. — Che cosa l’ha sciolto, Vicki? Cosa?

— Un minutissimo macchinario. Troppo piccolo perché lo si possa vedere.

— Il disgregatore di duragem? Quello che io ho visto al notiziario, io?

Subito sollevai lo sguardo. — Tu guardi i notiziari dei Muli?

Mi lanciò un’occhiata lunga e seria. Mi resi conto che per lei si trattava di un’importante decisione da prendere: fidarsi di me o no. Alla fine disse, come se fosse una risposta: — Ho quasi dodici a

— Oh — commentai io. — E come fa una ragazzina di dodici a

— Non c’è niente in piena notte. Qualche notte. Io vado lì, io, e me li guardo.

— Sgattaioli fuori di casa?

Lei a

Vidi, a quel punto, un modo per utilizzare la sua diversità.

— Lizzie ti piacerebbe stringere un patto con me? Mi guardò con aria circospetta.

— Se tu mi dici quello che io voglio sapere io ti aiuterò a imparare tutto quello che posso sul funzionamento delle macchine.

Il volto di Lizzie cambiò. Sobbalzò alle mie parole come il piccolo promettente piranha che era.

— Me lo hai promesso. Vicki, io ti ho sentito, io, e quella era una promessa. Hai detto che mi aiuterai a scoprire tutto quanto su come funzionano le macchine!

— Ho detto "tutto quello che posso". Non tutto.

— Ma me lo hai promesso, tu.

— Sì, sì, l’ho promesso. Ma in cambio tu devi rispondere a tutte le domande che io ti faccio.

Rifletté un istante tenendo la testa piegata di lato, con le sedici treccine a

— Lizzie, hai mai sentito parlare dell’Eden?

— Nella Bibbia?

— No. Qui, vicino a East Oleanta.

A dispetto del nostro accordo, lei esitò. Le dissi: — Anche tu hai fatto una promessa.

— Ho sentito Billy e la mamma, io, che ne parlavano. La mamma diceva che l’Eden non esiste per niente se non nella Bibbia. Billy, invece, lui diceva che non era tanto sicuro, lui. Ha detto che forse era un posto nelle montagne o nei boschi che i Muli non conoscono e che magari i Vivi ci potrebbero lavorare, loro. Pensavano che stavo dormendo.

Un luogo che i Muli non conoscono. Il che significava, per East Oleanta, i Muli al governo, praticamente l’unico genere che una cittadina come quella aveva mai occasione di vedere.

— Billy se ne va mai da solo nei boschi? Senza la tua mamma?

— Oh, sì, gli piace, a lui. La mamma non se ne andrebbe mai nei boschi. È troppo grassa. — Lizzie disse quest’ultima frase come fosse un dato di fatto; per qualche strano motivo pensai improvvisamente a Desdemona che mi strappava via il braccialetto di latta senza alcun senso di colpa o sotterfugio.

— Ci va spesso? Quanto tempo sta via?

— Ci va ogni due mesi, lui. Per cinque o sei giorni. Solo che adesso si sta facendo un po’ troppo vecchio, lui, dice la mamma.

— Significa che non ci andrà più?

— No, ci andrà settimana prossima, lui. Le ha detto che ci deve andare a meno che non si rompe qualcosa di importante e poi lui ha paura di lasciarci qui da sole, lui. Noi però abbiamo il cibo. — Indicò le patetiche pile di cibo sintetico privo di gusto che stava marcendo nei secchi posti negli angoli della casa.

— La settimana prossima quando?

— Martedì.

Lizzie sapeva tutto, ma che cosa sapeva Billy? Sapeva dove si trovava Miranda Sharifi?

— A che ora parte Billy quando se ne va nei boschi?

— La mattina molto presto. Vicki, come farai a insegnarmi tutto sulle macchine, tu? Quando possiamo cominciare, noi?

— Domani.

— Oggi.

— Devi ancora guarire. Hai avuto la polmonite, sai. Sai che cos’è?

Scosse la testa. Gli stupidi nastrini rosa ballonzolarono. Se fosse stata figlia mia le avrei legato le treccine con micro-fibre.

Se fosse stata mia figlia? Cristo.

— La polmonite è una malattia provocata da batteri che sono piccole macchine viventi che vengono distrutte all’interno del tuo corpo da altre piccole macchine viventi studiate per farlo. Ed è proprio da lì che cominceremo domani. Se possiedi i codici giusti esistono programmi cui puoi accedere sul terminale dell’albergo dove le persone va

— Quali codici? — Gli occhi della ragazzina erano scintillanti e acuminati come aghi in carbonio.

— Te li mostrerò domani.

— Io ho già riprogrammato, io, la porta di servo-entrata al caffè per potere entrare io e la mamma. Io le capisco le cose sul terminale dell’albergo. Dimmi soltanto un pochino "come"…

— Ciao, Lizzie.

— Dimmi solo come…

— Ciao!

Mentre chiudevo la porta lei stava nuovamente smembrando il robot per pelare le mele.