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Miri tentò di spiegare: — Il tessuto è un computer organico di macro-livello, Drew, con una limitata programmazione di simulazione di organi, inclusi i sistemi nervoso, cardiovascolare e gastrointestinale. Abbiamo aggiunto i loop di feedback auto-monitorizzanti di Strethers e assemblatori sub-molecolari auto-riproducentesi a braccio singolo. Può avvertire i processi biologici programmati e relazionare dettagliatamente su di essi. Ma non possiede né sensibilità né volontà.

— Oh — commentai io.

La cosa si mosse leggermente sul vassoio. Io distolsi lo sguardo. Miri, ovviamente, se ne accorse. Si accorge sempre di tutto.

Disse con espressione tranquilla: — Ci stiamo avvicinando. Ecco cosa significa. Da quando abbiamo fatto la scoperta della batteriorodopsina, ci stiamo avvicinando moltissimo.

Mi costrinsi a guardare nuovamente la cosa. Sottilissimi capillari pulsavano sotto la superficie. Le forme umide e pallide nella mia mente continuavano a strisciare come larve sulla roccia.

Miri disse: — Se versiamo una soluzione nutriente sul vassoio, Drew, può selezionare e assorbire ciò di cui ha bisogno e scinderlo per trarne energia.

— Che genere di soluzione nutriente? — Avevo imparato abbastanza durante la mia ultima visita da essere in grado di porre quella domanda.

Miri fece una smorfia. — Proteine e glucosio, nella maggior parte. C’è ancora parecchia strada da fare.

— Hai risolto il problema di trarre l’azoto direttamente dall’aria? — Avevo memorizzato questa domanda. Essa mi creò una forma cava e metallica nella mente. Miri però sorrise in modo raggiante.

— Sì e no. Abbiamo progettato il micro-organismo, ma la ricettività del tessuto sta ancora fallendo sul fattore Tollers-Hilbert, specialmente per quanto riguarda le fibrille epidermiche. Per quanto invece attiene al problema dell’endocitosi dell’azoto tramite ricettore… nessun progresso.

— Oh — dissi io.

— Lo risolveremo — disse Miri un quarto di battuta troppo lentamente. — È solo questione di progettare i giusti enzimi.

Sara disse: — Noi chiamiamo questa cosa Galwat. — Lei e Jon si misero a ridere.

Miri spiegò velocemente: — Da Galatea, sai. E da Erin Galway. Oltre a John Galt, il personaggio immaginario che voleva fermare il motore del mondo. Ovviamente, poi, dalle equazioni di trasferimento di Worthington…

— Ovviamente — commentai io. Non avevo mai sentito parlare né di Galatea, né di Erin Galway, né di John Galt, né di Worthington.

— Galatea viene da un mito greco. Uno scultore…

— Adesso andiamo a vedere le statistiche sulla mia rappresentazione — dissi. Sara e Jon si lanciarono un’occhiata. Io sorrisi e tesi una mano verso Miri. Lei l’afferrò con forza, e io la sentii tremare.

(Veloci forme frementi mi riempirono la mente, sottili come carta. Spesse soltanto una dozzina di molecole. Si appoggiarono su una roccia, ruvida, dura e vecchia quanto la Terra. Il fremito si fece sempre più veloce, la sottile carta chiara dive

Miri chiese: — Non vuoi vedere l’ultimo lavoro di Nikos e Alien sul Depuratore Cellulare? Sta procedendo molto più velocemente di questo! Inoltre Christy e Toshio ha

— Adesso vediamo le statistiche sulla rappresentazione.

Lei a

— Allora me lo spiegherai — dissi io con espressione piatta.

Il suo sorriso era abbacinante. Ancora una volta Sara e Jon si lanciarono un’occhiata a vicenda e non dissero nulla.

La prima volta che Miri mi aveva mostrato come comunicavano i Super fra loro, non ero riuscito a crederci. Era accaduto tredici a

— Supponiamo che tu mi dica una frase. Una sìngola frase.

— Hai un bel seno.

Lei era arrossita, una chiazza marrone sulla pelle scura. Aveva effettivamente un bel seno e dei bei capelli. Essi compensavano un po’ la grossa testa, il mento bitorzoluto e il portamento goffo. Non era graziosa ed era troppo intelligente per non saperlo. Volevo farla sentire graziosa.

Aveva detto: — Scegli un’altra frase.

— No. Usa quella.

Lo aveva fatto. Aveva parlato al computer e l’olo-palco aveva cominciato a formare una forma tridimensionale di parole, immagini e simboli collegati insieme da scintillanti linee verdi.

— Vedi, mette in evidenza le associazioni che crea la mia mente, basandosi sull’archivio di stringhe di pensiero passate e su algoritmi che rappresentano il mio modo di pensare. Da sole poche parole, estrapola, prevede e rispecchia. Il programma è chiamato in effetti "specchio mentale". Cattura circa il novantasette per cento dei miei pensieri, circa il novantadue per cento delle volte e poi io posso aggiungere il resto. La parte migliore è…

— Tu pensi in questo modo per ogni frase? Ogni "singola frase"? — Alcune delle associazioni erano ovvie: "seno" collegato con nutrire un bambino, per esempio. Ma perché mai il bambino era poi collegato con qualcosa che si chiamava "Costante di Hubble" e perché nella stringa era compresa anche la Cappella Sistina? Oltre a un nome che non conoscevo: Chidiock Tichbourne?

— Sì — aveva detto Miri. — Ma la parte migliore…

— Pensate tutti in questo modo? Tutti i Super?

— Sì — aveva risposto tranquillamente lei. — Anche se Terry, Jon e Ludie pensano fondamentalmente tramite concetti matematici. Sono più giovani del resto di noi, rappresentano il successivo ciclo di riprogrammazione del QI.

Non avrei mai saputo effettivamente che cosa significassero le mie parole per lei in tutti i loro livelli. Nemmeno una delle mie parole. Mai.

— Ti spaventa, Drew?

Mi aveva guardato dritto negli occhi. Potevo avvertire tutta la sua paura, e la sua determinazione. Il momento era importante. Continuava a crescere nella mia mente una incombente parete bianca cui nulla poteva aderire, finché non trovai la risposta giusta.

— Io penso in forme per ogni frase.

Il sorriso le aveva completamente mutato i lineamenti del volto, aprendoli e illuminandoli. Avevo detto la cosa giusta. Fissai la scintillante complessità verde dell’olo-palco mentre un globo tridimensionale che ruotava lentamente lo stipava di piccole immagini, equazioni e, soprattutto, parole. Così tante parole complicate.

— Allora siamo uguali — aveva detto Miri felice. Io non l’avevo corretta.

— La parte migliore — aveva sparato velocemente Miri, ormai completamente a proprio agio — avviene dopo che la stringa di pensiero estrapolata si è formata e, se necessario, è stata rimaneggiata: il programma principale la traduce negli schemi di pensiero di tutti gli altri ed essa riappare in quel modo sui loro olo-palchi. Simultaneamente su tutti e ventisette i terminali. In questo modo siamo in grado di bypassare le parole e avere l’idea completa di quello che stiamo pensando, trasmettendo più efficientemente l’uno con l’altro. Be’, non l’idea completa. C’è sempre qualcosa che si perde nella traduzione, specialmente in quella rivolta a Terry, Jon e Ludie. Ma è di gran lunga migliore rispetto al linguaggio. Proprio come i tuoi concerti sono migliori rispetto al sognare a occhi aperti privo di assistenza.

Sognare a occhi aperti. L’unico modo di sognare che i Super Inso

Quando un Inso

Gli Inso

Guardando il complesso disegno verbale sul suo olo-palco, ho potuto vederlo nella mente. Creava una forma simile a un sasso pallido e privo di caratterizzazioni, freddo di rammarico. Miri non avrebbe mai visto quella forma nella mia mente. Peggio ancora, non avrebbe mai saputo di non vederla. Pensava che, vedendo noi due in modo differente rispetto ai Muli, fossimo simili.

Io avevo voluto essere parte di ciò che stava accadendo a Huevos Verdes. Già allora mi ero reso conto che il progetto avrebbe cambiato il mondo. Chiunque non fosse stato attore nel progetto ne sarebbe stato il burattino.

— Già, Miri — le avevo detto sorridendo — siamo uguali.

Su un tavolo da lavoro in un altro laboratorio, Miri stese le statistiche di prestazione della mia tournée di concerti. La copia cartacea era per me: i Super analizzavano sempre tutto direttamente sui monitor o sugli ologrammi. Mi chiesi quanto fosse stato lasciato da parte o semplificato a mio beneficio. Terry Mwakambe, un ometto basso, scuro, dai lunghi capelli incolti, stava appollaiato immobile sul davanzale della finestra aperta. Alle sue spalle l’oceano scintillava di un profondo azzurro nella luce che si stava affievolendo.

— Guarda qui — disse Miri — a metà della tua rappresentazione di L’aquila. I dati sul livello d’attenzione si sono alzati e i cambiamenti attitudinali subito dopo la rappresentazione sono stati abbastanza intensi nella direzione della disposizione a correre rischi. Tuttavia le statistiche successive mostrano che, una settimana dopo, i cambiamenti nei soggetti si sono ridotti maggiormente rispetto a quelli dovuti ad altri tuoi pezzi. Un mese dopo ogni cambiamento è quasi completamente scomparso.

Quando eseguo un concerto, loro collegano fan volontari a macchinari che misurano il cambiamento delle onde cerebrali, la respirazione, la variazione nella dilatazione delle pupille… Prima e dopo il concerto i volontari affrontano test di realtà virtuale che ne misurano le attitudini. I risultati vengono trasmessi ai computer principali di Huevos Verdes. Quando le statistiche lo richiedono, io cambio quello che eseguo e come lo eseguo.

Ho smesso di definirmi un artista.