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Il secondo scudo, un centinaio di metri oltre quello, bloccava tutta la materia non vivente che non fosse accompagnata da un DNA che "era" immagazzinato nelle banche dati. Nessun vascello robotico privo di equipaggio che trasportasse alcuna cosa — sensori, bombe, spore — avrebbe potuto passare quel campo. Indipendentemente da quanto fosse piccolo. Se non c’era un codice del DNA registrato ad accompagnarlo, non lo superava. Ci lanciammo attraverso il debole scintillio azzurrino dello scudo come attraverso una bolla di sapone.
Il terzo scudo, alle banchine, era controllato manualmente e monitorato a livello visivo. Il DNA registrato doveva essere vivo e parlante. Non so come potessero verificare uno stato narcotizzato. Non venimmo toccati da nulla, quanto meno da nulla che io potessi sentire. Il progetto era di Terry Mwakambe. Il monitoraggio era assegnato a tutti, a turno. La paranoia era di Miri. A differenza di sua no
— Permesso di attraccare — disse con espressione seria il ragazzino lentigginoso. Mimò un mezzo saluto militare e sorrise. Per lui si trattava ancora di un’avventura.
— Salve, Jason — disse Christy Demetrios. — Salve, Drew. Venite dentro.
Jason Reynolds. Ecco il nome del ragazzo. Adesso lo ricordavo. Il figlio di Alexandra, la nipote di Kevin. Qualcosa di lui mi colpì la memoria, una nervosa forma vivace, come una fila di perline. Non riuscivo a ricordare.
Jason attraccò. Una trentina di metri di vegetazione modificata geneticamente, fiori, cespugli e alberi, tutto facente parte del progetto. Le piante crescevano fino al margine dell’acqua. Quando il mare si faceva minaccioso, si accendeva uno scudo a energia-Y in grado di proteggere da un uragano perfino la più delicata rosa modificata geneticamente. Al di là del giardino, si stagliavano repentinamente le mura della tenuta, sottili come carta, più resistenti del diamante. Miri mi aveva detto che erano spesse soltanto una dozzina di molecole, costruite da nano-macchinari di seconda generazione a loro volta fatti da nano-macchinari. Nella mente vidi la bianchezza glassata delle mura, cui non poteva aderire alcuno sporco, come un movimento rosso scuro, denso e inarrestabile quanto la lava.
Lì nulla era arrestabile.
— Drew! — Miri mi corse incontro, indossando pantaloncini bianchi e una camiciona, la massa dei suoi capelli scuri legata con un nastro rosso. Aveva messo un rossetto rosso. Sembrava ancora più una sedice
Mi mormorò nei capelli: — Questa volta è passato troppo tempo. Quattro mesi!
— È stata una bella tournée, Miri.
— Lo so. Ho visto sedici rappresentazioni in olo-visione e le statistiche dei concerti sembrano buone.
Mi si accovacciò in grembo. Jason e Christy erano discretamente svaniti. Ci trovavamo soli nello sfolgorante giardino appena creato. Accarezzai i capelli di Miri non volendo ascoltare ancora le statistiche riguardanti le rappresentazioni.
Miri disse: — Ti amo.
— Anch’io ti amo.
La baciai nuovamente, questa volta per evitare di guardarla in viso. Sarebbe stato accecante, incandescente per l’amore. Lo era sempre quando mi vedeva. Sempre. Da tredici a
— Mi manchi così tanto quando sei via, Drew.
— Anche tu mi manchi. — Questo era vero.
— Vorrei che tu potessi restare per più di una settimana.
— Anche io. — Questo non era vero. Ma non esistevano parole.
A quel punto mi guardò a lungo. Qualcosa si mosse dietro ai suoi occhi. Con grande attenzione, per non far male alle mie gambe menomate, scese dalle mie ginocchia, allungò le mani e sorrise. — Vieni a vedere il lavoro al laboratorio.
Capii subito di cosa si trattava: Miri mi stava offrendo il meglio che aveva. Il regalo più prezioso del mondo. La cosa di cui io volevo disperatamente essere parte, anche se non avrei mai potuto capirla, perché non esserne parte significava essere insignificanti. Poco importanti. Mi stava offrendo ciò di cui avevo maggiormente bisogno.
Io non potevo fare di meno.
La feci sedere sulle mie ginocchia, mi costrinsi a muovere le mani sul suo seno. — Dopo. Prima non possiamo starcene un po’ soli…
Il volto di lei aveva la forma curva della gioia, troppo sfolgorante per poter essere di qualsiasi colore.
La camera da letto di Miri, come tutte le altre camere da letto a La Isla, era spartana. Letto, toeletta, terminale, un tappeto verde ovale di un materiale soffice inventato da Sara Cerelli. Sulla toeletta un vaso verde di fiori fragranti modificati geneticamente che non riconobbi. Quelle persone, che potevano ottenere qualsiasi lusso, vi indulgevano raramente. L’unico gioiello che Miri aveva mai portato era l’anello che le avevo dato io, una sottile vera incastonata di rubini. Non avevo mai visto gli altri Inso
Pensai alla biblioteca di Leisha nella casa del Nuovo Messico.
Miri si sbottonò la camicia. Il suo seno aveva lo stesso aspetto di quando lei era sedice
— Oh, Drew, mi sei mancato tanto…
Mi sollevai dalla carrozzella fino al suo letto stretto e poi la tirai sopra di me. Il suo seno si schiacciò sul mio petto, soffice sul duro. In tournée o no, allenavo la parte superiore del corpo in modo fanatico, per compensare le gambe menomate. A Miri piaceva. Le piaceva sentire le mie braccia che la serravano contro di me. Le piaceva che le mie spinte fossero dure, decise, perfino violente. Cercai di darle tutto questo, ma questa volta rimasi molle.
Mi guardò con espressione interrogativa, scostandosi i neri capelli cespugliosi dalla faccia. Non incrociai il suo sguardo. Allungò una mano e cominciò a massaggiarmi dolcemente.
Era successo soltanto poche volte, tutte recentemente. Miri prese a massaggiare con maggior vigore.
— Drew…
— Dammi qualche minuto, amore.
Lei sorrise con aria incerta. Cercai di concentrarmi e poi di non concentrarmi.
— Drew…
— Ssssst… soltanto un minuto.
Le grigie forme del fallimento mi ghermirono la mente.
Chiusi gli occhi, strinsi più forte Miri e pensai a Leisha. Leisha nel crepuscolo del Nuovo Messico, una indefinita forma dorata contro il tramonto. Leisha che cantava per farmi addormentare quando avevo dieci a
— Ohhhh — cantilenò Miri trionfante.
Rotolai in modo da trovarmi sopra. Miri preferiva così. Spinsi forte, poi più forte. Le piaceva davvero duro. Alla fine la sentii rabbrividire sotto di me e mi lasciai andare.
In seguito rimasi immobile con gli occhi chiusi, Miri accovacciata accanto a me con la testa sulla mia spalla. Per un breve trafiggente momento ricordai come era stato l’amore fra noi un dece
Era tuttavia impossibile creare il vuoto nella mente. Ricordai improvvisamente la cosa che mi era passata per la testa riguardo a Jason Reynolds, il bis-nipote di Kevin Baker. L’a
Quando si era ripreso, Jason aveva ammesso di sapere che l’uragano era in arrivo. Non stava cercando di suicidarsi, aveva detto con espressione seria. Tutti gli avevano creduto: gli Inso
Miranda sussurrò: — Nessuno riesce mai a farmi sentire come sai fare tu, Drew. Nessuno.
Te
Nel tardo pomeriggio andammo nei laboratori. Sara Cerelli e Jonathan Markowitz erano già lì: indossavano pantaloncini corti ed erano a piedi nudi. Uno dei requisiti del progetto prevedeva che, in tutti gli stadi, nulla dovesse essere sterile.
— Salve, Drew — disse Jon. Sara fece un ce
Un goccia di tessuto era appoggiata su un basso vassoio aperto posto su un banco del laboratorio, collegata a macchinari tramite sottili tubi e anche più sottili cavi. Dozzine di monitor circondavano le stanze. Nulla di ciò che vi veniva mostrato mi risultava comprensibile. Il tessuto sul vassoio aveva il colore della carne, un bruno grigiastro, ed era privo di una forma particolare. Sembrava potesse cambiare sagoma, filtrando in qualcosa d’altro. Durante la mia ultima visita, Miri mi aveva detto che non poteva farlo. Nessun Inso
Dissi stupidamente: — È vivo.
Jon sorrise. — Oh, certo. Ma non senziente. Quanto meno non… — La sua voce si affievolì e io mi resi conto che non riusciva a trovare le parole giuste perché tutti i termini che sceglieva sarebbero stati troppo semplici, troppo incompleti per le sue idee… e tuttavia ancora troppo difficili perché io potessi seguirlo. Miri mi aveva detto che Jon, ben più degli altri, eccetto Terry Mwakambe, pensava secondo concetti matematici. La stessa cosa valeva comunque per tutti loro, anche per Miri: la sua parlata era rallentata di un quarto di battuta. Mi ero trovato a parlare anch’io così soltanto un mese prima. Lo stavo facendo con il bis-nipote di Kevin Baker che aveva quattro a