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Non erano proprio identificabili, eppure le riconobbe. Passarono sopra a Drew, dietro, davanti, perfino attraverso lui, mentre terminava il poema e ne ricominciava la lettura da capo. Lo stesso poema. Quanto meno, lei pensò che si trattasse dello stesso poema. Leisha non ne era più certa perché le risultava difficile concentrarsi sulle parole, non aveva mai apprezzato eccessivamente la poesia ma, anche se l’avesse fatto, avrebbe trovato difficile concentrarsi. Non riusciva a distogliere lo sguardo dalle forme. Esse scivolavano dietro Drew, e lei cercava di seguirle con gli occhi, di scrutare attraverso lui per vederle, ma non vi riusciva. Lo sforzo era stancante. Quando le forme ondeggianti riemergevano dalle spalle di Drew, erano differenti. Lei si sporse in avanti per distinguere esattamente cosa fossero: le riconobbe.

Drew cominciò il poema per la terza volta. — "Perché, Margaret, sei afflitta per i dorati boschetti caduchi… "

Anche lei era afflitta, ma non per le foglie. Le forme scivolavano dentro e fuori dalla sua mente e, all’improvviso, Drew era sparito. Doveva essere bravo per aver programmato una cosa simile… e l’afflizione aumentò, riempiendola. Riconobbe una sagoma, alla fine: era suo padre. Roger. Stava nella vecchia serra della casa sul lago Michigan, la casa che era stata demolita ventisei a

Leisha emise un piccolo grido e si alzò dalla poltrona. Si incamminò verso suo padre, e lui non svanì, nemmeno quando lei ve

Aveva le guance rigate di lacrime. Stava seduta sulla poltrona nella stanza in mattoni cotti. Le luci erano state accese. Ve

Drew chiese con entusiasmo: — Che cosa hai visto?

Leisha si piegò in due, combattendo contro il suo stomaco. Alla fine ansimò: — Cosa… hai fatto?

— Dimmi che cosa hai vistò. — Era inesorabile: un giovane artista.

— No!

— Allora è stato potente. — Si appoggiò all’indietro sulla carrozzella, sorridendo.

Leisha si raddrizzò lentamente, reggendosi allo schienale della poltrona. Il volto di Drew era trionfante. Lei disse con maggiore calma: — Che cosa hai fatto?

Lui rispose: — Ti ho fatto sognare.

Sognare. Dormire. Sei ragazzini nel bosco e una fialetta di interleukin-1… ma quella non era stata assolutamente la stessa cosa. Assolutamente.

Quella era stata come la notte in cui Alice si era presentata da lei nella camera d’albergo di Conewango, durante il processo a Je

Buio…

Il vuoto…

Quel sogno di Drew, però, era stato luce, non oscurità e, nello stesso tempo, la stessa cosa. Leisha ne era certa. Il margine di qualcosa di immenso e privo di leggi, di qualcosa che poteva ingoiare la luce minuscola e guardinga della ragione. Poi era giunta Alice. Attraverso la sconosciuta immensità, Alice aveva udito non si sa come Leisha, in un modo che non aveva nulla a che fare con l’attenta luce. "Lo sapevo", aveva sussurrato Alice. Si era recata direttamente da Leisha, contro ogni ragionevolezza.

E infine Drew, contro ogni ragionevolezza, aveva manipolato in qualche modo una parte sconosciuta della sua mente.

Drew spiegò con impazienza: — Inizia con una specie di ipnosi, ma di un tipo che raggiunge la zona della corteccia per fare appello all’universale collettivo… io le chiamo forme. Sono più di questo, ma non ho le parole per descriverle, Leisha, sai che non le ho mai avute. So soltanto che sono dentro di me e dentro chiunque altro. Io le tiro fuori, le chiamo fuori, così che riescono ad assumere delle forme proprie nei sogni di una persona. È una specie di sogno lucido, semidiretto, ma è anche più di questo. È nuovo. — Trasse un profondo respiro. — È mio.

Domande logiche la calmarono: — Semidiretto? Vuoi dire che tu hai determinato quello che io avrei sognato? — Ma non riuscì a mantenere quel tono distaccato. Stava provando troppe cose e non tutte belle. — Drew, è così che appare un sogno? È quello che fa

Lui scosse la testa. — No. Non spesso. Immagino; non so ancora che cosa ti sia successo realmente. Tu sei la prima, Leisha!

— Io ho… sognato mio padre. E mia madre.

Gli occhi di Drew scintillarono. — Bene, bene. Io stavo lavorando con le forme dei miei genitori. — Il suo giovane volto si incupì improvvisamente, perso in qualche ricordo privato che Leisha, altrettanto improvvisamente, non desiderò condividere. Sognare era troppo pubblico. Troppo irrazionale. Troppo un lasciarsi andare, un arrendersi. Se però era una resa alla luce, alla dolcezza… No. Non era realtà. I sogni erano una fuga, lo aveva sempre saputo, lei che non aveva mai sognato. I sogni erano un’evasione dal mondo reale esattamente come la pseudoscienza del Gruppo dei gemelli di Alice. Ma quello che aveva appena sperimentato grazie a Drew…

— Sono troppo vecchia per vedere il mio mondo rivoltato come un pedalino!

Drew si mise improvvisamente a sogghignare, un sorriso di tale puro trionfo, così privo di frustrazione o di arroganza, che Leisha ne restò abbacinata. Tuttavia, si aggrappò alla ragione, con forza. Gli disse: — Drew, gli altri quattro pazienti che ha

— Ma non erano artisti — ribatté lui con l’assoluta convinzione del giovane rinato. — Io lo sono.

— Ma… — cominciò a dire Leisha. E non andò oltre perché Drew, ancora sorridente, ancora trionfante, si sporse in avanti sulla carrozzella e la baciò intensamente sulla bocca.

Leisha rimase seduta, immobile. Poteva sentire il proprio corpo rispondere, per la prima volta… dopo quanto tempo? A

— No, Drew!

— Sì!

Lei odiava dover rovinare il suo trionfo, la sua magnifica realizzazione: lei aveva "sognato". Ma su quello era sicura. — No.

— Perché no? — Drew si era fatto pallido, ma era inflessibile. Aveva le pupille dilatate.

— Perché io ho settantotto a

— Perché io sono un Dormiente!

— No. Perché io ho vissuto cinquantotto a

— Non pensi che lo sappia? — disse Drew con fierezza.

— No. Non penso. Non hai idea di ciò che significhi. — Coprì la sua mano con la propria. — Penso a te come a un figlio, Drew. Un figlio. Non un amante.

Lui la fissò diritto negli occhi. — E che cosa ti ha detto il tuo sogno di madri, padri e figli da essere tanto terrificante?

Per un istante lei provò ancora le sensazioni del sogno e colse qualcosa al di là di esso, qualche lato oscuro del sentiero illuminato, del Roger sorridente con le mani piene di fiori esotici, dell’amorevole Elizabeth, come Elizabeth non era mai stata realmente, non con lei. Leisha non riusciva a vedere quel lato oscuro, ma esso era lì, nel profondo della sua mente, un modo di ordinare il mondo che non aveva nulla a che fare con le leggi, l’economia, l’integrazione politica o tutte le cose cui lei aveva dedicato la propria vita. Un modo non necessariamente peggiore, o migliore, ma diverso, "alieno". La visione fugace scivolò via.

— Mi dispiace, Drew. — Disse lei, con tutta la compassione possibile.

Mentre lasciava la stanza lui le disse tranquillamente alle spalle: — Migliorerò nella mia arte, Leisha. Tirerò fuori dell’altro dal tuo preconscio, ti mostrerò cose che non hai mai nemmeno… Leisha!

Lei non riuscì a rispondergli. Avrebbe solamente peggiorato le cose. Uscì e chiuse delicatamente la porta.

Quella sera, quando Leisha aveva riflettuto su come discutere con lui, cosa dirgli per mettere lo sconvolgente episodio sotto una prospettiva razionale, Stella le disse che Drew aveva fatto le valigie e se ne era andato.

Miri si mise seduta al proprio posto nella Cupola del Consiglio. Era un posto nuovo, aggiunto alla sala per il suo sedicesimo complea

— Il Consiglio del Rifugio è orgoglioso di dare il benvenuto a Miranda Serena Sharifi in qualità di membro votante — esordì formalmente Je