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Lei adesso lo stava ad ascoltare con attenzione, a dispetto di se stessa. La grande intensità dell’ometto era in qualche modo paurosa. — Che genere di promesse, dottore?

— Riconoscimenti! Fama!! L’attenzione che merito, che nessuno a parte gli Inso

Improvvisamente sembrò rendersi conto del fatto che Leisha lo stava studiando. Fece ricadere le braccia lungo i fianchi e le sorrise, un sorriso di tale ovvia, untuosa falsità che lei si sentì la pelle d’oca. Era difficile immaginare il direttore Lee della Samplice, un uomo troppo pieno di sé e insicuro per poter riconoscere i sogni degli altri, che facesse simili promesse. Lì c’era qualcosa di storto. — Chi le ha promesso queste cose, dottor Walcott?

— Oh, be’ — fece lui distrattamente, senza incrociare lo sguardo di Leisha — sa come va

Lei ribatté, in modo più duro di quanto non fosse stato nelle sue intenzioni: — È una scoperta comune a tutti, dottor Walcott. E per sogni ben più importanti della fama e dell’attenzione.

Lui non sembrò nemmeno averla udita. Rimase fermo a fissare il ritratto di Yagai, e il braccio sinistro gli si sollevò dietro la testa per andare a sfregare pensosamente l’orecchio destro.

Leisha disse: — Si trovi un altro avvocato, dottor Walcott.

— Sì — rispose lui in tono quasi assente — lo farò. Grazie. Addio. Conosco la strada.

Leisha restò seduta a lungo sul divano della biblioteca, chiedendosi come mai Walcott la disturbasse tanto. Non aveva nulla a che fare con quel caso in particolare: c’era di più, sotto. Era forse perché lei si aspettava che la competenza fosse razionale? Ecco il mito americano: l’uomo competente, carico sia di individualismo sia di buon senso, con il controllo di se stesso e del mondo materiale. La storia non avvalorava quel mito: gli uomini competenti erano spesso incontrollati o irrazionali. La depressione di Lincoln, il caratteraccio di Michelangelo, la megalomania di Newton. Il suo modello era stato Kenzo Yagai, ma perché non era possibile che fosse lui l’anomalia? Perché lei si doveva aspettare lo stesso comportamento logico e disciplinato da Walcott? O da Richard, in grado di recuperare la forza morale per fermare il comportamento immorale e distruttivo di sua moglie, ma che ormai passava le giornate sotto custodia cautelare accasciato in un angolo, privo della forza di volontà per mangiare, lavarsi o parlare, a meno che non venisse costretto a fare tali cose? O da Je

Oppure era lei, Leisha, a non essere razionale, aspettandosi che tutte quelle persone non facessero quelle cose?

Scese dal divano e si mise a vagare per l’appartamento. Tutti i terminali erano spenti: c’era stato un momento, due giorni prima, in cui non era più riuscita a sopportare l’isteria delle testate giornalistiche. Le finestre erano state scurite per eludere l’intermittente tafferuglio a tre fra la polizia e i due semi-permanenti gruppi di dimostranti in lotta sotto la sua finestra. UCCIDIAMO GLI INSONNI PRIMA CHE UCCIDANO NOI! stridevano i cartelloni elettronici da una parte, a cui veniva risposto con COSTRINGETE IL RIFUGIO A CONDIVIDERE I BREVETTI! NON SONO DEI! Occasionalmente i due gruppi, stanchi di combattere contro la polizia, combattevano l’uno contro l’altro. Le ultime due sere Kevin, rientrando a casa per cena, aveva dovuto correre nell’edificio fra due cordoni di polizia, guardie del corpo, esagitati urlanti e olocamere dei robot della stampa che si erano mosse rapidamente fino ad arrivare a pochi centimetri dal suo volto per ottenere primi piani.

Questa sera era in ritardo. Leisha si trovò a guardare l’orologio, odiando quell’atteggiamento ma senza riuscire a evitarlo. Era la prima volta in vita sua che le risultava difficile essere sola. Ma lo era davvero? Era veramente mai stata sola prima di quel momento? Inizialmente c’erano stati Papà e Alice, quindi Richard, Carol, Jeanine e Tony. Successivamente, poi, Stewart, ancora una volta Richard e quindi Kevin. E sempre, sempre, c’era stata la legge. Da studiare, da interrogare, da applicare. La legge rendeva possibile per persone di credo, abilità e mete profondamente diversi vivere fianco a fianco in un qualcosa che superava la barbarie. Kevin aveva creduto nella propria versione di quella fede: un sistema sociale non era costruito sui limiti campanilistici della cultura comune, né su quelli romantici della "famiglia" e neppure sull’evidente destino contemporaneo dell’illimitato progresso tecnologico per tutti, ma sulle doppie fondamenta dei sistemi consensuali della legge e dell’economia. Solo alla presenza di entrambi poteva esistere una qualsiasi sicurezza personale o sociale. Soldi e legge. Kevin lo capiva, mentre Richard non ci era mai riuscito. Era quello il legame fra loro due.

Ma dov’era?

Il terminale in biblioteca trillò, nel codice preferenziale per le chiamate personali. Leisha restò immobilizzata. I dimostranti, i fanatici del movimento Noi-Dormiamo, lo stesso Rifugio: c’erano così tanti nemici per una persona come Kevin, perfino al di là del suo rapporto con lei… Corse in biblioteca.

Ma era lo stesso Kevin a chiamarla.

— Leisha… ascolta, tesoro, mi dispiace di non averti chiamato prima, ho cercato ma… — La sua voce si affievolì, non era cosa da Kevin. Sul videotelefono si notava che la mascella era leggermente cascante. Guardava alla sinistra di lei. — Leisha, non tornerò a casa. Siamo nel pieno di un importante negoziato, il contratto Stieglitz, sai di che si tratta, e devo essere a disposizione. Potrei partire da un momento all’altro per l’Argentina per conferire con qualche ramificazione politica della loro filiale di Bahia Bianca. Se devo farmi strada a cazzotti per entrare e uscire dall’edificio, o se quei pazzi continuano a bloccare le rotte aeree sul tetto… non posso correre il rischio. — Un momento dopo aggiunse: — Mi dispiace.

Lei non disse nulla.

— Rimarrò qui in ufficio. Forse quando tutto sarà finito… che diavolo, non "forse", quando il contratto Stieglitz sarà stato firmato e il processo sarà concluso, tornerò a casa.

— Certo, Kev — disse Leisha. — Certo.

— Sapevo che avresti capito, tesoro.

— Già — rispose Leisha. — Ti capisco.

— Leisha…

— Addio, Kevin.

La do

Leisha si sedette su una sedia di legno dallo schienale diritto e appoggiò la testa fra le ginocchia. Quella posizione, però, le fece pensare a Richard, accasciato nella sua stanza, e il pensiero le risultò intollerabile. Si avvicinò alla finestra, la schiarì e osservò la strada da diciotto piani di altezza, finché l’improvviso aumentare dell’agitazione fra i piccoli e lontani dimostranti le suggerì che era probabile che qualcuno con uno zoom l’avesse vista. Rese nuovamente opache le finestre, tornò alla seggiola e si sedette con la schiena eretta.

In seguito, non fu nemmeno in grado di ricordare quanto tempo fosse rimasta lì seduta. Ricordò piuttosto una cosa avvenuta dece

Aveva esteso la ciotola per l’elemosina verso Stewart e Leisha. Leisha, carica della solita ripugnanza di cui si vergognava, vi aveva fatto scivolare cento dollari. — Metà per il Cile, metà per la Mongolia. Per i sofferenti — aveva gracchiato lui: anche le sue corde vocali erano state offerte perché gli altri ricordassero. Lo sguardo che aveva lanciato a Leisha era stato cristallino, talmente soffuso di gioia che lei non si era sentita in grado di ricambiarlo. Aveva appoggiato la testa sulle ginocchia e serrato la mano sull’erba ghiacciata, Stevvart le aveva passato un bràccio attorno alle spalle e le aveva mormorato contro una guancia: — Lui è felice, Leisha. Lo è davvero. Sta chiedendo l’elemosina per uno scopo, raccoglie un sacco di soldi per i sofferenti del mondo. Fa quello che ha scelto di fare e lo fa bene. Non gli importa di essere mutilato. E poi adesso se ne va. Se ne sta andando. Guarda, è già andato via.