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La corsa dall’accampamento dei cacciatori fino al relitto dell’aerauto copriva meno di un chilometro ed a Dirk era sembrata eterna. Ritornare indietro gli richiese il doppio del tempo. In seguito, pensò di non essere stato completamente conscio in quel momento. I ricordi di quel ritorno erano tutti frammentari. Inciampava e cadeva e aveva rotto i pantaloni all’altezza delle ginocchia. Trovò un ruscello dalla corrente veloce e allora si fermò, si lavò il viso incrostato di sangue, si tolse gli stivali ed infilò i piedi nell’acqua gelata, fino a quando non ebbe più nessuna sensazione. Si arrampicò oltre le rocce su cui prima era scivolato. La nera bocca di una caverna lo fissò, promettendogli so
Una delle macchine — la macchina con la grande cupola, che apparteneva a Lorimaar — aveva un cane alla guardia, legato alla porta da una lunga catena nera. La creatura era accucciata, ma quando Dirk si avvicinò si alzò in piedi e snudò i denti, ringhiando. Dirk scoprì che lui stava ridendo pazzamente, senza potersi fermare. Aveva fatto tutta quella strada, aveva camminato, camminato e camminato, e qui c’era solo un cane legato alla catena che gli ringhiava dietro. Avrebbe potuto avere la stessa identica scena se non si fosse mosso nemmeno di un metro.
Fece un largo giro, fuori dalla portata della catena del cane ed andò alla macchina di Janacek, ci sali sopra e chiuse la porta pesante. La cabina era buia, intasata e piccola. Dopo aver provato tutto quel freddo, Dirk la trovò esageratamente calda. Avrebbe voluto sdraiarsi, dormire. Ma per prima cosa cercò l’armadietto delle riserve, dove trovò una cassetta di pronto soccorso, in metallo. La tirò fuori e l’apri. Era piena di pillole e di bende e cose da spruzzare. Desiderò di essersi ricordato di dire a Janacek di gettare la cassetta di pronto soccorso vicino al luogo del relitto, assieme al laser. Sapeva che sarebbe dovuto uscire fuori, per lavarsi metodicamente nel lago e togliersi tutto il sudiciume dalle ferite, prima di tentare una fasciatura, ma la porta massiccia era troppo pesante per aprirla un’altra volta adesso. Dirk si tolse gli stivali e si tolse il giubbotto e la camicia. Spruzzò con una polvere il suo braccio sinistro gonfio, in modo da impedire l’infezione, o combatterla, o per lo meno far qualcosa. Era troppo stanco per stare a leggere le istruzioni in maniera completa. Poi guardò le pillole. Prese due pillole per la febbre e quattro analgesici, oltre a due antibiotici, che ingoiò senz’acqua, perché non aveva acqua a disposizione.
Dopo giacque sulle lastre di metallo del pavimento tra i due sedili. Il so
Si svegliò che aveva la bocca secca, tremava ed era molto nervoso, il che era un effetto collaterale delle pastiglie. Ma riusciva di nuovo a pensare ed aveva la fronte fresca, anche se era coperta da sudore freddo, ed i piedi gli facevano un po’ meno male di prima. Anche il gonfiore al braccio era un po’ diminuito, anche se era più grosso del normale e piuttosto irrigidito. Si rimise la camicia bruciacchiata ed incrostata di sangue e sopra mise il giubbotto, raccolse a cassetta di pronto soccorso ed uscì fuori.
Era il tramonto; il cielo occidentale era rosso ed arancione e due soli gialli brillavano intensamente sulle nuvole del tramonto. I Braith non erano ritornati. Jaan Vikary, armato e vestito e ricco d’esperienza, sapeva certo meglio come fare a scappare di quanto lo sapesse Dirk
Si avviò attraverso la sabbia verso il lago. L’acqua era frigida, ma vi si abituò abbastanza presto ed il fango gli scivolava fluido sotto i piedi. Si svestì ed abbassò la testa nell’acqua per lavarsi, poi prese la cassetta di medicine e fece tutte le cose che avrebbe dovuto già fare prima, pulendosi e bendandosi i piedi, prima di farli di nuovo scivolare negli stivali di Pyr. Si era pulito quasi dappertutto con il disinfettante, tamponando gli infiammati segni lasciati dai denti sul braccio, usando un balsamo che avrebbe dovuto ridurre al minimo eventuali reazioni allergiche. Inghiottì anche un’altra manciata di analgesici, ma questa volta inghiottì anche una buona sorsata d’acqua che aveva recuperato nel lago.
La notte si avvicinava rapidamente e dovette rivestirsi in fretta. Il cane dei Braith era steso presso la macchina di Lorimaar e masticava un enorme pezzo di carne, ma non c’era segno del suo padrone. Dirk si avviò con precauzione verso la terza aerauto, girando ben lontano dalla bestia; la macchina di Pyr e del suo teyn. Era convinto che poteva prendersi le loro provviste senza troppi rischi; gli altri Braith ritornando e trovando l’accampamento vuoto, non avrebbero potuto scoprire se mancava qualcosa.
Dentro trovò una rastrelliera piena di armi: quattro fucili a laser su cui era stata incisa la testa di lupo ben nota, una certa quantità di spade da duello, coltelli, una lama da lancio argentea lunga due metri e mezzo messa accanto ad una mensola vuota. Su di un sedile c’erano due pistole gettate lì. Trovò anche un armadio pieno di vestiti puliti e si cambiò velocemente, infilando i vestiti logori in un posto fuori vista. I vestiti non gli andavano bene, ma si sentì molto meglio. Si prese una cintura di maglia di ferro, una pistola da combattimento ed un soprabito fino al ginocchio fatto di tessuto camaleontino.
Spostando il mantello dal punto in cui era stato appeso, mise in mostra un altro strano armadio. Dirk lo aprì. Dentro c’erano quattro stivali ben noti, oltre agli aeroscooter di Gwen. Evidentemente Pyr ed il suo teyn li avevano reclamati come bottino personale.
Dirk sorrise. Non aveva avuto mai l’intenzione di prendersi un’aerauto; c’erano troppe possibilità di essere subito scoperto dai cacciatori, soprattutto se li avesse incontrati durante il giorno. Comunque l’idea di dover camminare non lo aveva spaventato. Gli scooter erano la risposta più adatta. Non perse tempo cercando un paio di stivali più larghi, anche se dovette indossare gli altri senza legarli, dopo aver infilato i piedi bendati.
Il cibo era sistemato nello stesso armadietto degli stivali volanti; barrette di proteine, bastoncini di carne secca, una piccola quantità di formaggio duro. Dirk si mangiò il formaggio e mise il resto nello zaino che sistemò dietro alle spalle, poi uscì fuori per allargare il tessuto metallico sulla sabbia.
Era ormai buio. Il suo punto di riferimento della notte precedente, la stella di Alto Kavalaan, brillava rossa e scintillante ed unica sulla foresta. Dirk la vide e sorrise. Questa notte non gli sarebbe servita per indicazione; immaginava che Jaan Vikary si sarebbe diretto al più presto verso Kryne Lamiya, nella direzione opposta. Ma la stella gli pareva sempre un’amica.
Prese un fucile a laser appena caricato e toccò la cialda metallica dello scooter. Si sollevò. Dietro di lui il cane Braith si alzò in piedi e si mise ad ululare.
Volò per tutta la notte, tenendosi parecchi metri al di sopra delle cime degli alberi, consultando ogni tanto la bussola e studiando le stelle. C’era ben poco da vedere. Sotto di lui c’era la foresta che scivolava via infinita, nera e nascosta, senza fuochi o luci che ne rompessero l’oscurità. Certe volte gli pareva addirittura di essere immobile e gli ve
Il vento lo accompagnava sempre. Gli veniva da dietro le spalle, forte sulla schiena ed accettò volentieri quel po’ di velocità in più che gli regalava. Gli faceva sbattere il mantello tra le gambe mentre volava e parecchie volte gli aveva spinto i lunghi capelli sugli occhi. E lo sentiva muovere la foresta sotto di lui, facendo curvare gli alberi più elastici e facendo stormire le loro foglie, scuoteva gli alberi più robusti con fredde mani selvagge, fino a far loro cadere tutte le foglie. Solo i soffocatori parevano impenetrabili, ma laggiù c’erano un mucchio di soffocatori. Il vento emetteva un leggero sibilo selvaggio, mentre lottava con quei rami contorti. Il suono era quello giusto; questo era il vento di Kryne Lamiya, Dirk lo sapeva, nasceva al di là delle montagne ed era controllato dalle macchine del tempo di Cupalba e si muoveva verso il fato. Là davanti c’erano le torri bianche in attesa e le mani ghiacciate lo spingevano avanti.
C’erano anche altri rumori: fatali movimenti nei boschi sottostanti, gli stridii dei cacciatori notturni, il frusciare di un piccolo fiume sottile, il tuonare di una rapida. Dirk sentì parecchie volte lo strillo alto e cinguettante degli spettri-d’albero e vide piccole forme che saltavano da un ramo all’altro. I suoi occhi e le orecchie dive
Quel suono lo raggelò, la prima volta che lo senti. Ma la paura passò subito. Quando era nudo nella foresta, la banscea era stata una minaccia terribile, era la morte circondata da ali. Ma adesso aveva un’arma al fianco e la creatura costituiva una minaccia secondaria. Forse, rifletté, poteva essere anche una alleata. Già una volta gli aveva salvato la vita. Forse io avrebbe fatto ancora.
La banscea emise il suo gemito agghiacciante una seconda volta… Era sempre dietro di lui, ma adesso era più alta e continuava ad alzarsi… Dirk sorrise soltanto. Salì anche lui per mantenere la bestia al di sotto e fece una lenta curva per cercare di vederla. Ma era ancora lontana ed era nera come il suo abito camaleontino e riuscì solo a distinguere un vago ondeggiare sullo sfondo della foresta. Forse non erano altro che rami che si muovevano nel vento.
Sempre stando in alto, consultò la bussola ancora una volta e volò in cerchio per riprendere il volo alla volta di Kryne Lamiya. Per altre due volte, quella notte, gli parve di sentire piangere la banscea, lontano da lui, ma il suono era troppo distante e debole e non poteva esserne sicuro.
Il cielo orientale aveva appena cominciato ad illuminarsi, quando sentì per la prima volta la musica, sparsi brandelli di disperazione, troppo noti per potergli piacere. La città di Cupalba era ormai vicina.