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Fu una corsa d’incubo.

Gli avevano preso gli stivali; non era nemmeno andato avanti per tre metri, che già si era fatto un taglio nel piede con una pietra aguzza nascosta nel buio e cominciò a zoppicare. C’erano un mucchio di pietre. Mentre correva gli pareva di trovarle tutte.

Gli avevano tolto i vestiti; stando al coperto degli alberi era un po’ meglio, perché non c’era il vento che soffiava forte, ma aveva ancora freddo. Molto freddo. Per un bel po’ ebbe la pelle d’oca, poi gli passò. Gli ve

La foresta di quel mondo era troppo scura e troppo luminosa. Troppo scura per poter vedere dove stava andando. Inciampava nelle radici, si sbucciò le ginocchia e le mani gli sanguinarono parecchio, cadde dentro i buchi. Ma era al tempo stesso troppo luminosa. L’alba stava arrivando troppo in fretta, troppo in fretta, la luce si spandeva scialba al di sopra degli alberi. Stava per perdere il suo punto di riferimento. Alzava gli occhi per vederlo ogni volta che raggiungeva una radura, ogni volta che gli era possibile vedere qualcosa attraverso il denso fogliame che penzolava dall’alto, alzava gli occhi e la vedeva. Una stella solitaria e rossa, la stella di Alto Kavalaan che fiammeggiava nel cielo di Worlorn. Garse gliela aveva indicata e gli aveva detto di seguirne la direzione se si fosse perduto. La stella lo avrebbe condotto attraverso la foresta al suo laser ed al suo giubbotto. Ma l’alba stava salendo, e saliva troppo in fretta; i Braith ci avevano impiegato troppo tempo a liberarlo. E tutte le volte che alzava gli occhi e cercava di seguire la direzione giusta — la foresta era fitta e confusa, i soffocatori formavano delle pareti impenetrabili in certi punti e lo costringevano a degli aggiramenti, tutte le direzioni parevano uguali e non ci voleva niente a perdere la strada — ogni volta che cercava il suo punto di riferimento, questo era sempre più debole, sempre più slavato. La luce orientale aveva assunto una colorazione rossastra: da qualche parte, laggiù, c’era Grasso Satana che sorgeva e presto la sua stella amica sarebbe stata cancellata dalla luce di quel falso crepuscolo. Tentò di correre più in fretta.

C’era meno di un chilometro da percorrere, meno di un chilometro. Ma un chilometro era una distanza notevole da percorrere in una foresta, nudo, sul punto di perdersi. Stava correndo da dieci minuti, quando sentì i cani Braith che abbaiavano selvaggiamente al suo inseguimento.

Dopo di ciò non pensò più a niente e non era nemmeno preoccupato. Correva.

Scappò, afferrato da un panico animalesco, respirando forte, sanguinante, con tutto il corpo che gli tremava e gli doleva. La corsa dive

Si arrampicò sulle lastre lisce e raggiunse di nuovo gli alberi e corse ancora, selvaggiamente, finché gli ve

E poi improvvisamente — non seppe dire quando, non sapeva per quanto tempo avesse corso, non sapeva quanti chilometri avesse percorso, la stella era scomparsa — gli parve di sentire un leggero odore di fumo portato dal vento della foresta. Corse da quella parte ed usci dagli alberi in una piccola radura. Si lanciò dalla parte opposta dello spiazzo e si fermò.

I cani erano davanti a lui.

Per lo meno uno di loro. Ve

Improvvisamente Dirk balzò in piedi e si lanciò verso gli alberi. Il cane saltò, lo gettò di nuovo a terra, lottò con lui e quasi gli staccò un braccio. Questa volta non si alzò più. Il cane retrocedette di nuovo: aspettava, in posizione, con la bocca umida di sangue e di saliva. Dirk cercò di tirarsi su con il braccio sano. Strisciò per mezzo metro. Il cane ringhiò. Gli altri erano vicini. Dirk sentiva i latrati.

Poi, dall’alto, udì qualcos’altro. Alzò gli occhi, debole, fissando la sottile fetta di cielo solcato di nuvole, appena illuminato dai raggi dell’alba di Occhiodaverno e dei suoi attendenti. Il cane Braith, che era retrocesso di un altro metro, aveva alzato anche lui lo sguardo, ed il rumore si senti di nuovo. Era un gemito ed un grido di guerra, un ululato acuto e durevole, un ghigno mortale che aveva un’intensità quasi musicale. Dirk si chiese se non stesse morendo e non sentisse i suoni di Kryne Lamiya nella mente. Ma anche il cane aveva sentito. Stava acquattato, paralizzato, con il muso alzato.

Una forma scura cadde dal cielo.

Dirk la vide mentre cadeva. Era gigantesca, nerissima, quasi come la pece e la parte inferiore era perforata da migliaia di piccole bocche rosse, ed erano tutte aperte, tutte cantavano, tutte ripetevano quel terribile lamento tremolante. Non era visibile nessuna testa; era triangolare, una grande vela scura, una manta selvaggia, un mantello di cuoio che qualcuno aveva aperto nel cielo. Un mantello di cuoio con delie bocche, però, ed una lunga coda sottile.

Vide che la coda sciabolò una volta, all’improvviso e colpì il muso del cane Braith. Il cane sbatté gli occhi e retrocedette. La creatura volante rimase sospesa per un istante, battendo le sue vaste ali con squisita lentezza ondulata, poi si abbassò sopra il cane e gli si avviluppò attorno. Entrambi gli animali erano silenziosi. Il cane — l’enorme e muscoloso cane dalla faccia di topo, alto come un uomo — il cane era scomparso. L’altra bestia lo copriva completamente ed era stesa sull’erba e sulla terra come una salsiccia di cuoio nero di immense proporzioni.

Non c’era nessun rumore. Il lamento del cacciatore aveva azzittito tutta la foresta. Non si sentivano più gli altri cani.

Dirk si sollevò lentamente in piedi e si allontanò, zoppicando, aggirando il torbido mantello mortale. Pareva non si muovesse nemmeno. Nella mezza luce dell’alba, avrebbe potuto sembrare un grosso ceppo informe.

Dirk vedeva l’animale immobile, con la sua mente, come gli era sembrato in cielo: una forma nera, ululante, che cadeva, tutta bocche e ali. Per un istante, osservandone solo il profilo, aveva pensato che Jaan Vikary fosse venuto a salvarlo con la sua grande macchina a forma di manta.

Dall’altra parte della radura c’era un intrico di soffocatori, grossi, giallo-bruno e molto fitti. Ma il fumo veniva da là dietro. Faticosamente Dirk tirò, strinse e spostò i rami cerei, rompendoli se era il caso e si aprì la strada.

Il relitto aveva finito di bruciare, ma c’era ancora un sottile filo di fumo che si alzava nell’aria. Un’ala si era infilata nel terreno aprendo una grossa ferita nella terra ed abbattendo parecchi alberi prima di fracassarsi; l’altra ala era voltata in alto e l’aspetto da pipistrello appariva distorto perché il metallo si era fuso ed erano stati aperti dei buchi dal ca

Dirk trovò il suo fucile a laser lì vicino. Scoprì anche delle ossa: due scheletri aggrovigliati tra di loro in un abbraccio mortale; le ossa erano scure e umide, ancora abbrunate dal sangue e da pezzetti di carne che ci stavano attaccati. Uno degli scheletri era umano, o lo era stato. Tutte e due le braccia e le gambe erano spezzate e quasi tutte le costole, che si erano frantumate, erano scomparse, ma Dirk riconobbe l’artiglio di metallo a tre punte al termine di un braccio rotto in due punti. Assieme allo scheletro, ed altrettanto morto, c’era ciò che rimaneva di un altro animale che doveva aver tirato fuori la carcassa dall’aerauto fumigante… una specie di spazzino con le ossa venate di nero e dall’aspetto gommoso, curve e gigantesche. La banscea doveva averlo sorpreso mentre mangiava. Non era quindi strano che i due scheletri fossero così vicini.

Non c’era traccia del giubbotto di pelle e di pelliccia che lui e Garse avevano gettato in questo punto. Dirk si trascinò verso il freddo scafo dell’aerauto e si arrampicò nel suo ventre ombroso. Si tagliò su un pezzo di metallo aguzzo, ma non se ne accorse quasi; che senso aveva un taglio in più o in meno? Si acquattò per aspettare, al riparo dal vento e sperando di essere sufficientemente nascosto sia dalla banscea che dai Braith. Quasi tutte le sue ferite parevano essersi rimarginate, notò senza interesse. Ormai sanguinava solo più irregolarmente, qui e là. Ma le croste scure che si erano formate erano tutte piene di terra e si chiese se avrebbe potuto fare qualcosa per combattere l’infezione. La cosa non gli sembrava importante, però; mise da parte quel pensiero e strinse un po’ più forte il laser, sperando che i cacciatori sarebbero arrivati presto.