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Al di là della strada… un corridoio senza tappeti, due svolte, un’ampia porta che pareva riluttante ad aprirsi. Alla fine Dirk si lanciò con la spalla ammaccata contro la porta e lui gemette e la porta gemette protestando, ma si aprì e si ritrovarono sulla terrazza del 520° livello di Sfida.

La notte era fredda e scura. Sentivano gli eterni venti di Worlorn che gemevano contro la torre Emereli. Si vedeva un’unica stella luminosa che bruciava nel lungo e stretto rettangolo che contraddistingueva il cielo del mondo esterno. All’interno, la terrazza era completamente nera.

Quando loro entrarono le luci non si accesero.

Ma la macchina era ancora là, accucciata nel buio come una cosa viva, come la banscea a cui voleva assomigliare e non c’era nessun Braith di guardia.

Si avvicinarono. Gwen si tolse il pacco di sensori e le provviste d’emergenza e li mise sul sedile posteriore, dove erano ancora appoggiati gli aeroscooter. Dirk era in piedi e l’osservava, tremando un po’; il mantello di Ruark non c’era più e quella notte l’aria era fredda.

Gwen toccò un dispositivo sui cruscotto ed al centro della carrozzeria della manta si aprì una fessura scura. Pa

Gwen era immobile in una piccola zona illuminata e studiava la complessa macchina. Dirk le ve

Alla fine lei scosse il capo. «No», disse con voce stanca. «Non funziona».

«Potremmo ricavare l’energia dalla griglia gravitazionale», suggerì Dirk. «Gli strumenti ci sono». Sottolineò.

«Non ne so abbastanza», disse lei. «Qualcosa, sì. Speravo di essere capace di immaginare… capisci. Ma non so. Non si tratta solo di energia. I laser sulle ali non sono nemmeno collegati. Per quello che ci riguarda dobbiamo considerarli dei semplici ornamenti». Guardò Dirk. «Immagino che tu non…?».

«No», disse lui.

Lei a

Dirk si alzò e guardò dall’altra parte della manta, verso il cielo vuoto di Worlorn. «Potremmo andarcene da quella parte».

Gwen allungò le braccia ed afferrò i due pa

Dopo un po’ lui la seguì. Rimase seduto contorto nel suo sedile, con davanti a sé quella stella solitaria nel freddo cielo notturno. Si rese conto di essere stanchissimo e sapeva bene che era ben più di una stanchezza fisica. Da quando era venuto a Sfida, le sue emozioni si erano rovesciate su di lui come onde su una spiaggia, una dopo l’altra, ma improvvisamente gli sembrava che l’intero oceano fosse scomparso. Non c’erano più onde, di nessun genere.

«Immagino che tu avessi ragione prima, nel corridoio», disse lui pensieroso, con voce introspettiva. Non guardava verso Gwen.

«Ragione?», disse lei.

«Sul fatto dell’egoismo. Sul fatto… capisci… sul fatto che non sono un cavaliere bianco».

«Un cavaliere bianco?».

«Come Jaan. Non sono mai stato un cavaliere bianco, forse, ma quando ero su Avalon mi piaceva pensare di esserlo. Io credevo nelle cose. Adesso non riesco quasi più a ricordare che cosa siano queste cose in cui credere. Tra

«Non flagellarti da solo, Dirk», disse lei. Anche la sua voce era stanca. «Non è una cosa attraente».

«Io voglio fare qualcosa,», disse Dirk. «Devo farlo. Non posso soltanto… tu lo sai. Avevi ragione».

«Noi non possiamo far niente, tra

Dirk scoppiò in una risata amara. «Allora stiamo ad aspettare che Jaan e Garse vengano a salvarci e poi… il nostro nuovo incontro ha avuto vita terribilmente corta, non ti pare?».

Lei si piegò in avanti senza rispondere ed appoggiò il capo sul braccio posto sopra il cruscotto. Dirk la guardò e poi guardò ancora fuori. Aveva sempre freddo con quegli abiti leggeri, ma per qualche ragione la cosa non gli sembrava importante.

Rimasero seduti immobili nella manta.

Alla fine Dirk si voltò e mise una mano sulla spalla di Gwen. «L’arma», disse con voce stranamente eccitata. «Jaan ha detto che avevamo un’arma».

«I laser sull’aerauto», disse Gwen. «Ma…».

«No», disse Dirk, ridendo improvvisamente. «No, no, no!».

«E cos’altro avrebbe potuto voler dire?».

Per tutta risposta Dirk allungò una mano ed accese il sollevatore della macchina e la banscea di metallo grigio ritornò in vita e si sollevò lentamente dalle lastre di metallo. «La macchina», disse lui. «La macchina e basta».

«Fuori i Braith ha

«Sì», disse Dirk. «Ma Jaan ed io non parlavamo dei Braith che erano fuori. Parlavamo delle bande di cacciatori che erano dentro, quelli che andavano in giro per la strada ad ammazzare la gente!».

Improvvisamente lei capì ed il viso le si illuminò. Rise. «Sì», disse lei selvaggiamente ed allungò la mano verso il cruscotto della manta che ruggì e fece uscire scintillanti colo

Gwen rimase sollevata per mezzo metro dal suolo e Dirk saltò al di là delle ali, andò verso la porta che aveva forzato ed usando la spalla ferita cercò di abbattere un secondo pa

Poco dopo si trovavano sulla strada, galleggiando sopra il viale, vicino al punto dove giaceva il veicolo apalloni rovesciato. I raggi luminosi dei fari sciabolavano sui marciapiedi mobili ormai fermi ed i negozi vuoti da tempo e puntavano in avanti, lungo il percorso che sempre girando attorno all’alta torre di Sfida, li avrebbe portati fino a terra.

«Ti rendi conto», disse Gwen prima di partire, «che siamo nella corsia di salita. Il traffico in discesa dovrebbe essere dall’altra parte della linea mediana». Lei la indicò con un dito.

«Indubbiamente una cosa del genere è proibita dalle norme di di-Emerel». Dirk sorrise. «Ma non penso che la Voce ci faccia caso».

Gwen gli ritornò un leggero sorriso, toccò gli strumenti e la manta scattò in avanti, prese velocità. Poi per un bel po’ seguirono la strada facendo un gran vento mentre volavano nella luce grigia, sempre più veloci. Gwen, pallida e con le labbra serrate, era ai comandi, Dirk, accanto a lei osservava oziosamente il numero dei livelli mentre i vari corridoi baluginavano per un istante.

Udirono i Braith parecchio tempo prima di vederli… ancora l’ululato, un selvaggio abbaiare diverso da quello dei cani che Dirk aveva fino ad allora sentito. Il rumore pareva anche più selvaggio per gli echi che andavano su e giù per la strada nella loro scia. Quando Dirk udì per la prima volta la muta, allungò una mano e spense le luci della macchina.

Gwen lo guardò interrogativamente.

«Non facciamo molto rumore», disse lui. «Non riuscira

«Giusto», disse lei. Nient’altro. Gwen era intenta alla guida. Dirk la osservò nella pallida luce grigia che era rimasta. I suoi occhi erano di nuovo di giada, duri e levigati, irati come dovevano essere a volte quelli di Garse Janacek. Alla fine lei aveva trovato il suo fucile ed i cacciatori Kavalari erano da qualche parte proprio davanti a loro.

Vicino al livello 497 superarono una zona piena di pezzi di abiti stracciati che si sollevarono e si mossero al vento provocato dal loro passaggio. Un pezzo, più grande degli altri, rimase quasi immobile nel punto in cui si trovava in mezzo al viale. I resti di un mantello bruno, strappato in tante strisce.

Davanti gli ululati si facevano sempre più forti.

Un sorriso passò per un momento sulle labbra di Gwen. Dirk lo vide, se ne meravigliò e si ricordò della sua gentile Je

Poi videro le figure, piccole ombre nere sulla strada oscurata, ombre che si ingrandirono rapidamente e si trasformarono in uomini e cani, mentre la manta scivolava in avanti verso di loro. Cinque dei grandi cani saltellavano liberamente lungo il viale, alle calcagna di un sesto, più grande di tutti loro, che tendeva due pesanti catene nere. Al fondo di ogni catena c’erano due uomini, che incespicavano dietro la muta mentre il gigantesco cane guida li tirava avanti.

Crebbero. Quanto velocemente crebbero!

I cani sentirono per primi la macchina. Quello che era davanti cercò di voltarsi e una delle catene si liberò dalla stretta di un cacciatore e sferzò l’aria. Tre dei cani liberi si girarono, ruggendo, ed un quarto si lanciò sulla strada verso la macchina che scendeva velocemente. Gli uomini parvero confusi per un momento. Uno era aggrovigliato nella catena che teneva quando il cane guida aveva cambiato direzione. L’altro, con le mani vuote, aveva cominciato ad abbassare la mano verso il fianco.

Gwen accese le luci. Dopo la semioscurità, gli occhi della manta apparvero accecanti.

La macchina piombò su di loro.

Le sensazioni si abbatterono su Dirk una dopo l’altra. Un lungo ululato si trasformò improvvisamente in un urlo di dolore; l’impatto fece sobbalzare la manta. Selvaggi occhi rossi brillarono orribili vicinissimi, una faccia da ratto e denti gialli umidi di saliva, poi un altro impatto ed un altro sobbalzo, un colpo. Altri impatti, impressionanti rumori di carne maciullata, uno, due, tre. Un grido, un grido molto umano, poi comparve un uomo illuminato dai fari della macchina. Ci volle un’ora per raggiungerlo, o almeno così sembrò. Era un uomo grosso e squadrato, uno che Dirk non aveva mai visto, vestito con pantaloni spessi di tessuto camaleontino che parvero cambiare colore quando loro furono più vicini. Aveva le mani alzate davanti al viso, in una c’era un’inutile pistola a laser del tipo da duello. Dirk riuscì a distinguere il metallo brillare spuntando fuori dalla manica dell’uomo. Capelli bianchi gli cadevano sulle spalle.

Poi, improvvisamente, dopo un’eternità di movimento congelato, l’uomo scomparve. La manta sobbalzò ancora una volta. Sobbalzò con la macchina anche Dirk.

Davanti c’era un grigio vuoto, il lungo viale curvo.

Dietro — Dirk si voltò a guardare — c’era un cane che li stava inseguendo, trascinandosi dietro due catene rumorosissime. Ma diventava sempre più piccolo mentre Dirk lo osservava. Figure scure ingombravano il pavimento di plastica della fredda strada. Non appena Dirk aveva cominciato a contarle, le forme scomparvero. Una pulsazione luminosa si accese per un istante in alto, proveniente dal nulla che li circondava.