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Si sentì molto soddisfatto dopo questo discorsetto. Di certo, pensò lui, lei capirà che era molto più facile che lui abbandonasse Je

Poi lei uscì dalla macchina. «Quando noi quattro dovemmo scegliere dove abitare qui su Worlorn, Garse e Jaan votarono per Larteyn e Arkin per Dodicesimo Sogno», disse lei. «Io non votai per nessuno dei due posti. E nemmeno per Sfida, con tutta la sua vita. Non mi piace vivere in una piccionaia. Tu vuoi sapere cosa sia morto e cosa sia vivo? Vieni, allora, ti farò vedere la mia città».

Poi si trovarono di nuovo fuori, con Gwen che teneva le labbra strette seduta dietro i comandi e l’improvviso freddo dell’aria che li circondava. Sfida era un fuso scintillante che spariva dietro di loro. Ormai l’oscurità era profonda, come era stata la notte in cui il Tremito dei Nemici Dimenticati aveva portato Dirk t’Larien su Worlorn. C’erano soltanto dieci o dodici stelle nel cielo e la metà almeno era nascosta dalle nubi rotolanti. Tutti i soli erano tramontati.

La città della notte era vasta e intricata, con poche luci sparse qua e là che foravano il buio e pareva incastonata, come un gioiello incastrato nel velluto nero. Unica tra le città, era sistemata nella foresta al di là delle montagne ed apparteneva a questi luoghi, alle foreste di soffocatori, alberi spettrali e vedovi azzurri. Dall’oscurità della foresta si alzavano le sottili torri bianche come fantasmi che si lanciassero verso le stelle, collegate una con l’altra da graziosi ponti girevoli che scintillavano come ragnatele ghiacciate. Cupole basse stavano come sentinelle solitarie tra una rete di canali le cui acque catturavano le luci delle torri ed il bagliore di rare stelle cadenti ed attorno alla città c’erano molti edifici strani che parevano mani scarnite, piegate ad angolo, che volessero aggrapparsi al cielo. Gli alberi, da quel che si vedeva, erano alberi di un altro mondo; non c’era erba, ma un tappeto spesso di muschio debolmente fosforescente.

E la città aveva una canzone.

Non somigliava a nessuna delle musiche che Dirk aveva sentito. Dava i brividi ed era selvaggia e quasi inumana. Si impe

Dirk fissò Gwen con lo stupore dipinto in faccia. «Ma come?».

Lei ascoltava mentre volavano, ma la domanda riuscì a strapparla alla melodia che galleggiava attorno e sorrise un poco. «La città è stata costruita da Cupalba ed i Cupoli sono delle strane persone. C’è un’apertura tra le montagne. I loro Controllori del Tempo vi ha

«La musica… la sinfonia fu scritta su Cupalba, secoli fa, da una compositrice che si chiamava Lamiya-Bailis. Si dice che sia suonata da un computer che fa funzionare le macchine a vento. La cosa strana, però, e che i Cupoli non ha

«È come…», Dirk era perduto nelle ondate della melodia e non riusciva a trovare le parole. «È perfettamente adatta, direi», riuscì alfine a dire. «Una canzone per Worlorn».

«È adatta adesso», disse Gwen. «È una canzone che parla di crepuscoli e della notte che deve arrivare, dice che non ci sarà mai più un’altra alba, mai più. È una canzone definitiva. Nei giorni ruggenti del festival questa canzone era fuori posto. Kryne Lamiya — la città si chiama così, anche se a volte la chiamano la Città Sirena, nello stesso modo in cui Larteyn è anche chiamata Fortezza di Luce — bene, non è mai stata una città molto popolare. Sembra grande, ma in realtà non lo è. È stata costruita per alloggiare solo un centomila persone e non è mai stata riempita per più di un quarto. Come la stessa Cupalba, immagino. Quanti sono i viaggiatori che si spingono fino a Cupalba, fino al limite del Grande Mare Nero? E quanti sono quelli che ci va

Dirk non disse niente. Stava guardando le spirali incantate e le sentiva cantare.

«Vuoi atterrare?», chiese Gwen.

Lui a

Dalla zona di atterraggio si avviarono lungo una galleria dove c’era una luce bianco-grigia che roteava e girava formando pallide forme sui muri a seconda del suono della sinfonia. Poi si arrampicarono su di un terrazzo che avevano visto mentre si avvicinavano.

All’esterno la musica li circondava da tutte le parti e li chiamava con una voce ultraterrena, li toccava, giocava con i loro capelli, rombava e faceva loro ce

Gwen glielo lesse negli occhi. Gli strinse la mano e quando lui la guardò lei disse: «Durante il festival, più di duecento persone ha

Dirk a

«Un’elegia della morte», disse Gwen. «Eppure, sai, la Città Sirena non è affatto morta, non come Musquel o Dodicesimo Sogno. Questa vive ancora, testardamente, anche se solo per esaltare la disperazione e la vuotezza della stessa vita a cui si aggrappa. Strano, eh?».

«Ma perché ha

«Io ho una teoria», disse Gwen. «I Cupoli sono dei nichilisti con un umorismo nero, Soprattutto, ed ho idea che Kryne Lamiya sia la loro battuta amara rivolta ad Alto Kavalaan, Lupania, Tober e gli altri mondi che ha

«E tu volevi abitare qui?», disse.

La risata di Gwen si interruppe improvvisamente, come era incominciata; il vento si era portato via le risa. Lontano sulla loro destra una torre ad ago suonò una breve nota penetrante che vagò come il lamento di un animale ferito. La torre dove loro si trovavano rispose con un triste basso lamento simile ad una sirena da nebbia, lento, lentissimo. La musica mulinava attorno a loro. Più lontano, Dirk credette di poter sentire il battere di un unico tamburo, brevi rombi sordi, regolarmente spaziati.

«Sì», rispose Gwen. «Io volevo abitare qui». Il suono di sirena svanì; quattro spirali di giunchi al di là del canale, tenute assieme da ponti ripidissimi, cominciarono ad ululare senza sosta, ogni nota era più alta di quella che la precedeva, finché diventarono inudibili. Il tamburo continuava senza cambiare: boom, boom, boom.

Dirk sospirò. «Capisco», disse con voce stanchissima. «Anch’io avrei voluto vivere quaggiù, immagino, ma mi chiedo quanto tempo avrei potuto vivere se lo avessi deciso. Braque assomigliava un po’ a questo posto, lo ricordava vagamente, soprattutto di notte. Forse era proprio per questo che io vivevo là. Sono molto stanco, Gwen. Molto. Penso di essermi arreso. Nei vecchi tempi, tu lo sai, ero alla continua ricerca di qualcosa… amore, tesori incantati, i segreti dell’universo, qualsiasi cosa. Ma quando tu mi hai lasciato… Non lo so, ma tutto mi è sembrato sbagliato, tutto ha cominciato ad assumere un sapore acido. E se c’era qualche cosa che in effetti andava bene, be’, io mi accorgevo che quella era una cosa poco importante, una cosa che non cambiava niente. Ero circondato di vuoto. Ho cercato a lungo di venirne fuori, ma tutto ciò che facevo mi rendeva più stanco, più apatico e cinico. Forse è proprio per questo che sono venuto qui. Tu… be’, allora ero migliore, quando ero con te. Ma non mi sono mai completamente arreso. Pensavo che forse mi potevo ritrovare ancora, se ti avessi rivista. Ma non è andata come speravo. Non so più che cosa possa funzionare ancora».