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Restava il cervello, la parte più difficile. Non è complicato mettere insieme un meccanismo che ricordi più o meno lo scheletro umano, ma se fra un orecchio e l’altro non c’è qualcosa che gli impartisca gli ordini di pulire, spazzare, rompere le uova (o non romperle), lavare, e così via, quel coso non è nemmeno un cadavere. Per fortuna io non avevo bisogno di un cervello umano, ma di un congegno capace di eseguire soltanto alcuni lavori.

Qui entravano in campo i tubi mnemonici Thorsen. I missili intercontinentali che avevamo lanciato nelle ultime guerre erano dotati di «pensiero» mediante le valvole di Thorsen e in città come Los Angeles il traffico era regolato da esemplari del genere. Non occorre entrare nella teoria di un tubo elettronico, che nemmeno i Laboratori Bell capiscono a fondo, l’importante è che si può inserire un tubo Thorsen in un circuito di comando, guidare la macchina nel corso di una operazione mediante controllo manuale, e la valvola in tal modo «ricorderà» quello che ha fatto, e in seguito sarà in grado di eseguire la stessa operazione, senza più bisogno di supervisione umana. Nel caso di un missile o del mio Servizievole Sergio, occorreva aggiungere anche circuiti secondari che permettessero all’insieme di «giudicare». In realtà non si trattava di un giudizio vero e proprio. Secondo me una macchina non potrà mai «giudicare». I circuiti secondari avevano il compito di scegliere, fra i tanti di cui erano capaci, il lavoro che conveniva fare date le circostanze. Le istruzioni fondamentali potevano essere numerose e complicate quanto lo era la capacità del tubo Thorsen, una capacità molto ma molto ampia. Bastava, come dicevo, averle fatte fare alla macchina una volta. Una valvola, e Sergio lavava tutti i piatti sporchi in cui si imbatteva. Un’altra, e lavava e ripuliva un bambino piccolo. Una terza, e stirava le camicie alla perfezione, senza mai sbagliare, posto che non si fosse sbagliato nel corso della prima prova. La facoltà di «giudizio», inoltre, dava la capacità di distinguere fra i lavori da eseguire, e scegliere quello più urgente e adatto alla situazione. Nel testone quadrato di Sergio si potevano facilmente inserire tubi Thorsen, ognuno con un «ricordo» diverso, e se cento mestieri non bastavano, mediante uno speciale dispositivo era capace di gridare aiuto quando si imbatteva in una cosa che non aveva mai fatto.

Costruii dunque il mio Sergio servendomi d’una poltrona a rotelle funzionante a elettricità, e una volta finito, il prototipo assomigliò a una piovra incrociata a una gru. Ma, gente, come lustrava bene l’argenteria!

Quando glielo mostrai la prima volta, Miles stette a osservare Sergio mentre gli mesceva un aperitivo, e poi girava a cercare un portacenere da ripulire (senza mai toccare quelli puliti), apriva la finestra, e infine passava a dare una spolverata ai miei libri. Sorseggiando l’aperitivo, Miles disse: — Troppo vermut.

— A me piace così. Però posso insegnargli a farli più leggeri per te — risposi. — Ha ancora parecchie valvole vergini in testa.

— Quando potremo produrlo in serie? — volle sapere il mio socio.

— Ritengo di doverci lavorare intorno per qualche a

— Che sciocchezze! Prenditi tutti gli aiutanti che vuoi. Tra sei mesi lo produrremo in serie.

— Un corno! Questo sarà il mio capolavoro, e non intendo farlo conoscere al pubblico finché non sarà perfettamente a punto. Dovrò ridurlo a un terzo circa delle dimensioni attuali, far sì che tutte le parti, salvo le valvole Thorsen, siano facilmente sostituibili, e che sia davvero tanto servizievole che non solo possa mettere il gatto fuori dall’uscio e lavare il pupo, ma anche giocare a ping-pong, se l’acquirente è disposto a pagare qualcosa in più per questa speciale prestazione.

— Sentimi bene, Dan — mi interruppe Miles — ti concedo un a

— Miles, quando vorrai capirla che il direttore tecnico sono io? Quando sarà pronto e te lo consegnerò potrai farne quello che vorrai, ma non un secondo prima!

Miles rispose: — Per me continua a esserci troppo vermut.

Lavorai giorno e notte intorno a Sergio, fin quando somigliò meno a una macchina spiaccicata contro un albero e più a un aggeggio che una massaia non avrebbe avuto paura di vedersi per casa. Miles veniva di tanto in tanto in laboratorio a constatare i progressi. Io lavoravo per lo più di notte, quando potevo essere solo e tranquillo, dopo aver accompagnato Belle a casa. Dormivo, poi, quasi tutto il giorno, arrivavo allo stabilimento nel tardo pomeriggio, firmavo tutte le carte che Belle mi metteva davanti, controllavo i lavori della giornata, e portavo Belle a cena, prima di rimettermi al lavoro.

Una sera, mentre stavamo finendo di cenare, Belle disse: — Torni allo stabilimento, caro?

— Certo, come sempre.

— Ah, bene, volevo esserne certa, perché verremo anch’io e Miles.

— Come mai?

— Miles ha detto che vuol fare una riunione degli azionisti.

— E perché mai?

— Non ti ruberemo troppo tempo. In realtà, caro, da un po’ di tempo in qua ti sei occupato molto poco degli affari della ditta. Miles vuole mettere in chiaro alcuni punti oscuri e parlare della situazione finanziaria.

— Io mi sono sempre occupato della produzione, che altro avrei dovuto fare?

— Niente, caro. Miles dice che sarà cosa di pochi minuti.

— Ma insomma di che cosa si tratta?

— Non ti arrabbiare, caro, finisci il caffè. Miles non me l’ha detto.

Miles ci stava già aspettando, mi diede una sole

— L’ordine del giorno, per favore — disse lui a Belle, e avrebbe dovuto bastare questo a farmi capire che Belle aveva mentito dicendomi di ignorare il motivo della riunione. Lei infatti andò dritta e sicura alla cassaforte, girò la manopola, e l’apri.

— A proposito, cara — dissi — ieri sera ho tentato di aprirla e non ci sono riuscito. Hai cambiato la combinazione?

Intenta com’era a scegliere fra un mucchio di carte, lei rispose senza voltarsi: — Come, non te l’avevo detto? Il poliziotto di ronda mi ha raccomandato di farlo perché ci sono stati parecchi tentativi di furto nei paraggi.

— Capisco, ma farai meglio a dirmi la nuova combinazione, se non vuoi che ti telefoni nel cuore della notte, qualche volta.

— Certo — rispose Belle chiudendo la cassaforte e venendo a deporre sul tavolo un mucchio di fogli.

Miles si schiarì la voce e disse: — Cominciamo.

Sorpreso dal suo tono formale e sole

— Desidero rivedere il sistema di gestione dell’azienda, presentare un programma per il futuro, e sottoporre all’assemblea una proposta di finanziamento.

— Una proposta di… Ma sei matto? Gli affari va

— Col nuovo programma di lavorazione occorrerà l’apporto di altro capitale.

— Quale nuovo programma?

— Ti prego, Dan. Mi sono preso la briga di mettere nero su bianco nei minimi particolari. Lascia che Belle ci legga il programma.

— E va bene.

Per farla breve (Miles adorava lo stile pomposo e le parole difficili), il suo programma si può riassumere in tre punti fondamentali: punto a) togliermi Sergio e affidarne la messa a punto e la lavorazione in serie a un gruppo specializzato in modo da metterlo in commercio al più presto. Feci appena in tempo a protestare, che Miles, senza scomporsi, m’interruppe: — Aspetta! Nella mia veste di Presidente e Consigliere delegato, ho la facoltà di esporre le mie idee. Risparmiati i commenti per dopo, quando Belle avrà finito di leggere.

— E va bene, ma su questo punto la mia risposta sarà sempre no!

Punto b) avevamo per le mani qualcosa di grande come l’automobile agli inizi del secolo, e perciò era nel nostro interesse mettere la lavorazione su un piano nazionale in modo che la produzione fosse pari alla richiesta, evitando eventuali concorrenze fin dall’inizio.

Io cominciai a tamburellare sul tavolo con le dita. Mi vedevo nelle vesti di direttore tecnico di un’azienda colossale come quella prospettata dal mio socio: non mi avrebbero nemmeno permesso di avere un tavolo da disegno.

Comunque, non interruppi la lettura dell’ordine del giorno. Il punto c), che era un corollario del b), asseriva che una produzione su vasta scala non poteva certo essere fatta contando il centesimo: occorrevano milioni. Siccome la Ma

— È tutto? — chiesi.

— Sì. Ora possiamo discuterne, poi passeremo alla votazione.

— Posso avere la parola?

— Parla pure.

Esposi un’idea che mi era venuta lì per lì: cedere la Domestica Perfetta e Vanda Vetrina a qualcun altro che le avrebbe prodotte e vendute dandoci una congrua percentuale, e buttarci a corpo morto su Servizievole Sergio.

Fu la volta di Miles di non lasciarmi finire: — Con il tuo progetto, caro mio, resteremo sempre dei pidocchi. Affiliamoci alla Ma

— Affiliandoci alla Ma

— Non è questo che voglio.

— E cosa allora?

— Dan — rispose Miles guardandomi — voglio che tu ti dedichi alle invenzioni, e col mio progetto potrai continuare a farlo senza pensieri e preoccupazioni materiali. Quanto a me, voglio dirigere una azienda conosciuta e importante. Ti assicuro che ho il talento per farlo. Non ho affatto intenzione — aggiunse dando un’occhiata a Belle — di finire i miei giorni nel deserto di Mojave, come direttore di un inventore solitario.

— Se è questo che vuoi — ribattei — sei libero di andartene quando ti pare, per quanto a me e a Belle possa dispiacere perderti. Troveremo certo qualcuno disposto ad accettare il tuo pacchetto azionario. Per carità, va’ pure, se qui ti senti legato e sminuito! — Le parole di Miles mi avevano colpito profondamente. Non avrei mai creduto che non fosse contento della sua condizione, tuttavia, se la pensava così, non avevo il diritto di tenerlo legato a me.

— Non voglio andarmene — disse lui. — Voglio che la nostra azienda si ingrandisca. Hai sentito la mia proposta, adesso mettiamola ai voti.

— Come vuoi — dissi perplesso. — Credo superfluo aggiungere che il mio voto è «no». Belle, fammi il favore di metterlo a verbale. Così — aggiunsi — per il momento le cose restano al punto di prima, parleremo un’altra volta della mia controproposta. Adesso mi fareste un favore andandovene, perché ho da lavorare.

Ma Miles non si mosse. — Voglio che le cose siano fatte in regola — disse, cocciuto. — Belle, appello nominale, per favore.

— Bene. Miles Gentry, pacchetto azionario numero… — e scrisse il numero delle azioni di Miles — vota… come hai detto?

— Sì.

Belle scrisse «sì» sul taccuino.