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Al loro rientro a Balliol appresero che altri due fra gli ospiti forzati del college avevano contratto il virus. Dunworthy mandò Colin a dormire e aiutò Finch a mettere a letto i malati, provvedendo poi a telefonare all'Infermeria.

— Le nostre ambulanze sono tutte in giro replicò l'addetta all'accettazione. — Ne manderemo una appena possibile.

Non appena possibile risultò essere mezzanotte, quindi Dunworthy non arrivò a letto prima dell'una.

Colin stava dormendo sulla branda che Finch aveva provveduto a installare per lui, con il libro sul medioevo posato accanto alla testa. Dunworthy avrebbe voluto spostarlo ma alla fine preferì non farlo per non correre il rischio di svegliare il ragazzo, e andò a letto.

Kivrin non poteva essere in mezzo all'epidemia di peste… Badri aveva detto che c'erano state quattro ore appena di slittamento e la peste non aveva colpito l'Inghilterra prima del 1348, mentre Kivrin era stata mandata nel 1320.

Dunworthy si girò su un fianco e chiuse con determinazione gli occhi. Kivrin non poteva essere in mezzo alla peste. Badri era in preda al delirio e aveva detto ogni sorta di cose, aveva parlato di coperchi e di porcellane rotte, oltre che di topi, e nessuna delle sue affermazioni aveva senso. Era la febbre a farlo parlare, come quando aveva detto a Dunworthy di ritrarsi o aveva immaginato di consegnare un messaggio inesistente. Nulla di tutto questo aveva un significato.

— Sono stati i topi — aveva detto Badri. La gente di quell'epoca non aveva saputo che a diffondere la peste erano topi e mosche, non aveva avuto idea di cosa fosse a provocarla e aveva accusato chiunque… gli Ebrei e le streghe e i pazzi… aveva assassinato gli scemi dei villaggi e impiccato vecchie inoffensive, e bruciato gli stranieri sul rogo.

Alzatosi dal letto passò in salotto senza far rumore e aggirò in punta di piedi il letto di Colin, sfilando L'Era della Cavalleria da sotto la sua testa. Il ragazzo si mosse ma non si svegliò.

Sedutosi sul divano sotto la finestra, Dunworthy cercò i riferimenti alla Morte Mera. L'epidemia era cominciata in Cina nel 1333 e si era spostata verso ovest a bordo delle navi dirette a Messina, in Sicilia, e di là era arrivata fino a Pisa, diffondendosi in tutta l'Italia e la Francia… ottantamila morti a Siena, centomila a Firenze, trecentomila a Roma… prima di attraversare la Manica. La peste era arrivata in Inghilterra nel 1348, «un po' prima della Festa di San Giova

Questo significava uno slittamento di ventotto a

Dunworthy si protese oltre la branda di Colin per prendere dalla libreria il libro di Fitzwiller, Panepidemie.

— Cosa sta facendo? — chiese Colin, con voce asso

— Sto leggendo qualcosa sulla Morte Nera — sussurrò Dunworthy, — Rimettiti a dormire.

— Non la chiamavano così — borbottò Colin, con l'o

Dunworthy tornò a letto portandosi dietro i due libri. Il volume di Fitzwiller poneva come data dell'arrivo dell'epidemia in Inghilterra il Giorno di San Pietro, il ventinove giugno del 1348. La peste era poi arrivata ad Oxford a dicembre e aveva raggiunto Londra nell'ottobre del 1349, spostandosi quindi a nord e riattraversando la Manica per dilagare nel Paesi Bassi e in Norvegia. Si era diffusa dovunque tra

Dove era arrivata, essa si era riversata sui centri abitati come l'Angelo della Morte, devastando interi villaggi senza lasciare vivo nessuno che somministrasse l'estrema unzione o seppellisse i corpi che marcivano. In un monastero, i monaci erano morti tutti tra

Quell'unico superstite, John Clyn, aveva lasciato una documentazione scritta dell'esperienza vissuta.

«E affinché le cose che devono essere ricordate non periscano con il tempo e svaniscano dalla memoria di coloro che verra

Quel monaco aveva scritto ogni cosa, rivelandosi un vero storico, e poi a quanto pareva era morto lui stesso in assoluta solitudine, perché sul manoscritto la sua calligrafia s'interrompeva e più in basso, con un'altra scrittura, qualcuno aveva aggiunto: «A questo punto, pare, l'autore è morto».

Bussarono alla porta. Era Finch, con indosso un accappatoio da bagno e con l'aria asso

— Si tratta di un'altra delle persone alloggiate qui, signore — disse. Dunworthy si portò un dito alle labbra e uscì sul pianerottolo con lui.

— Ha telefonato all'Infermeria?

— Sì, signore, ma ha

— Di cui suppongo siamo quasi a corto — commentò Dunworthy, in tono irritato.

— Sì, signore, ma il problema non è questo. La malata non vuole collaborare.

Dunworthy fece attendere Finch fuori mentre si vestiva e trovava la maschera per la faccia, poi attraversarono insieme il cortile fino a Salvin. Sulla porta era accalcato un gruppetto di persone che indossavano un assortimento di pigiami, cappotti e coperte. Pochi avevano la maschera protettiva, e nel guardarli Dunworthy si disse che entro l'indomani si sarebbero ammalati tutti.

— Grazie al cielo è qui — esclamò con fervore uno di essi. — Non riusciamo a farla ragionare.

Finch lo accompagnò dalla malata, che era seduta sul letto. Si trattava di una do

— Vattene! — strillò la do

— Vede cosa intendevo dire, signore? — commentò Finch.

— Sta

Era ormai mattina quando riuscirono a sistemare la do

— Il tuo papà adesso vuole che la sua brava bambina si sdrai.

Avevano appena finito di calmarla che arrivò l'ambulanza.

— Papà! — stridette la do

— Oh, povero me — gemette Finch, allorché infine l'ambulanza se ne fu andata, — l'ora della colazione è già passata… spero che non abbiano mangiato tutta la pancetta!

E si allontanò di corsa per razionare le scorte di viveri mentre Dunworthy tornava nel suo alloggio ad attendere la chiamata di Andrews. Sulle scale incrociò Colin che stava mangiando un pezzo di crostino e si stava infilando la giacca.

— Il vicario vuole che lo aiuti a raccogliere capi di vestiario per le persone bloccate qui dalla quarantena — a

— Andrews non si è fatto sentire?

— No.

— L'immagine video è stata ripristinata?

— No.

— Mettiti la maschera regolamentare — gli gridò dietro Dunworthy, — e anche la sciarpa!

Arrivato nel suo alloggio chiamò Mary e attese con impazienza per cinque minuti che lei venisse al telefono.

— James? — disse subito Mary. — Si tratta di Badri… chiede di te.

— Allora sta meglio?

— No. La febbre è ancora molto alta e adesso lui è agitato e continua a chiamare il tuo nome, insistendo che c'è qualcosa che ti deve dire. In questo modo sta peggiorando le sue condizioni, e forse si calmerebbe se tu venissi a parlare con lui.

— Ha detto qualcosa a proposito della peste? — chiese Dunworthy.

— La peste? — ripeté Mary, in tono seccato. — Non mi dire che sei stato contagiato anche tu da queste ridicole voci che cominciano a circolare, James… che si tratti di colera, o di febbre delle ossa o di un ritorno della Panepidemia…

— No — la interruppe Dunworthy. — Lo chiedo perché la scorsa notte Badri ha detto: «Sono stati i topi. Ha ucciso mezza Europa.»

— Sta delirando, James. Si tratta della febbre, le sue parole non significano nulla.

Ha ragione, si rimproverò Dunworthy. Stanotte quella do

Comunque garantì che sarebbe arrivato subito e andò a cercare Finch. Infatti Andrews non aveva precisato a che ora avrebbe chiamato e lui non poteva correre il rischio di lasciare il telefono sguarnito… rimpianse di non aver detto a Colin di aspettare ad andarsene che lui avesse parlato con Mary.

Pensando che molto probabilmente Finch doveva essere nella sala comune, intento a difendere la pancetta a prezzo della vita, staccò la cornetta dal ricevitore in modo che l'apparecchio desse segnale di occupato e attraversò il cortile per raggiungere la sala.

La Signora Taylor gli ve

— Stavo proprio venendo a cercarla — esordì. — Ho sentito dire che la scorsa notte alcune delle persone alloggiate qui si sono ammalate a causa del virus.

— Sì — confermò lui, scrutando la sala alla ricerca di Finch.

— Oh, santo cielo! Allora suppongo che noi tutti si sia stati esposti al contagio.

Dunworthy non riusciva a vedere Finch da nessuna parte.

— Quanto è lungo il periodo di incubazione? — continuò la do

— Da ventiquattro a quarantotto ore — replicò Dunworthy, allungando il collo per cercare di guardare oltre la testa delle persone presenti nella sala.

— È spaventoso — commentò l'Americana. — Che faremo se uno di noi dovesse sentirsi male nel bel mezzo della nostra esibizione? Il nostro è un gruppo tradizionale, sa, non siamo un Consiglio, e le regole sono molto esplicite.

Dunworthy si chiese per quale motivo i Suonatori Tradizionali, qualsiasi cosa fossero, avessero ritenuto necessario imporsi delle regole in merito all'eventualità che uno di loro contraesse l'influenza.

— Regola Tre — scandì la Signora Taylor. — «Ogni uomo deve restare alla sua campana senza interruzione». Questo vuol dire che non possiamo inserire qualcun altro a metà di un concerto se uno di noi improvvisamente crolla. Inoltre una cosa del genere rovinerebbe tutto il ritmo.

Dunworthy fu assalito dall'immagine spontanea di uno dei suonatori di campane in guanti bianchi che si accasciava al suolo e veniva spinto di lato con i piedi perché non alterasse il ritmo.

— Non ci sono sintomi di avvertimento? — domandò la Signora Taylor.

— No — replicò lui.