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Tirandosi il cappuccio sulla testa chiuse gli occhi, e perfino quel semplice gesto le causò sofferenza perché parve focalizzare maggiormente il dolore nella sua testa. C'era decisamente qualcosa che non andava, quelli non potevano essere soltanto i sintomi del dislocamento temporale, che avrebbe dovuto causarle disturbi di poca entità destinati a scomparire nell'arco di un'ora o due dal suo arrivo e non a peggiorare con il tempo. La Dottoressa Ahrens aveva parlato di un po' di mal di testa e di affaticamento, ma non aveva parlato della nausea o dell'essere tormentata dal freddo.
Aveva un freddo terribile. Per proteggersi maggiormente si tirò addosso le go
Morirò congelata, pensò in maniera confusa, ma non posso farci niente, Non sono in condizione di alzarmi e di accendere il fuoco. Non ci riesco, ho troppo freddo. È un vero peccato che lei si sia sbagliato sul conto della gente di quest'epoca, Signor Dunworthy, perché essere bruciata sul rogo mi sembra una prospettiva deliziosa.
Non avrebbe mai immaginato di potersi addormentare raggomitolata sul terreno gelato, e di certo non si era accorta di un qualsiasi senso di calore dilagante nella sua persona, perché se lo avesse registrato avrebbe temuto che si trattasse del torpore insidioso dell'ipotermia e avrebbe reagito per combatterlo. Invece doveva aver dormito perché quando riaprì gli occhi era ormai notte nella radura, con le stelle che spiccavano gelide nelle aperture fra i rami che la sovrastavano, e lei le stava contemplando distesa per terra.
Nel dormire era scivolata verso il basso fino a posare la sommità della testa contro la ruota del carro e stava ancora tremando per il freddo anche se aveva smesso di battere i denti. In compenso la testa le pulsava come una campana rintoccante e tutto il corpo le doleva, soprattutto il torace, contro cui aveva tenuto stretta la legna che aveva raccolto per accendere il fuoco.
C'è qualcosa che non va, pensò, questa volta con una sfumatura di panico effettivo. Forse si trattava di qualche tipo di reazione allergica ai viaggi temporali, ma esisteva una cosa del genere? Il Signor Dunworthy non aveva mai parlato di reazioni allergiche e tuttavia l'aveva messa in guardia contro qualsiasi cosa, dallo stupro al colera, dal tifo alla peste.
Girò la testa all'interno del mantello e si tastò il braccio nel punto in cui doveva esserci il gonfiore causato dal vaccino antivirale. Il gonfiore c'era ancora ma aveva smesso di dolere al tatto e di prudere. Forse però quello era un cattivo segno, forse il fatto che avesse smesso di prudere voleva dire che aveva anche smesso di avere effetto.
Cercò di sollevare il capo ma le vertigini tornarono immediatamente ad assalirla. Riadagiando lentamente la testa al suolo liberò le mani dalle pieghe del mantello, muovendosi con estrema cautela perché ogni movimento le causava un accesso di nausea, e le congiunse, premendole contro il volto.
— Signor Dunworthy — mormorò, — credo che farebbe bene a venirmi a prendere.
Si addormentò di nuovo e al risveglio le parve di sentire il tenue tinti
Bene, pensò, cercando di sollevarsi a sedere a ridosso della ruota del carro. Ha
— Oh, Signor Dunworthy, sono così contenta che sia venuto — disse, lottando contro la nausea. — Temevo che non ricevesse il mio messaggio.
Il tinti
— Ha acceso il fuoco — mormorò. — Aveva ragione riguardo al freddo. — Poteva avvertire il gelo della ruota del carro attraverso il mantello e i denti avevano ricominciato a batterle. — Anche la Dottoressa Ahrens aveva ragione: avrei dovuto aspettare che il gonfiore scomparisse. Però non sapevo che la reazione sarebbe stata così violenta.
Quello che stava vedendo non era però un fuoco ma una lanterna. Dunworthy la teneva in mano nel venire verso di lei.
— Questo non vuol dire che ho contratto un virus, vero? O la peste? — continuò, trovando difficile pronunciare le parole a causa della violenza con cui le battevano i denti. — Non sarebbe terribile? Avere la peste nel medioevo? Se non altro mi integrerei perfettamente.
Scoppiò in una risata acuta e quasi isterica che probabilmente dovette spaventare a morte il Signor Dunworthy.
— È tutto a posto — sussurrò poi, riuscendo a stento a sentire le proprie parole. — So che era preoccupato ma sto benissimo. Sono soltanto…
Lui le si fermò davanti, con la luce della lanterna che tracciava un cerchio ondeggiante sul terreno. Poteva vedere i piedi di Dunworthy, infilati in un paio di informi scarpe di cuoio come quelle che avevano lasciato le impronte. Cercò di fare delle domande riguardo alle scarpe, di chiedere se il Signor Gilchrist lo aveva obbligato a indossare autentici abiti medievali per venire a prenderla, ma il movimento della luce le stava causando di nuovo le vertigini.
Chiuse gli occhi, e quando tornò ad aprirli lo trovò inginocchiato di fronte a lei; aveva posato la lanterna, e la sua luce rischiarava il cappuccio del mantello da lui indossato e le mani congiunte.
— È tutto a posto — gli garantì di nuovo. — So che era preoccupato ma sto bene, davvero. Ho soltanto avuto un piccolo malessere.
— Certes, it been erlostub dayes forgott foreto getest hissabntes im aller — disse lui, sollevando il capo.
Aveva un volto duro e segnato, il viso crudele di un tagliagole. L'aveva osservata giacere lì distesa e poi se n'era andato e aveva aspettato che facesse buio prima di tornate indietro.
Kivrin cercò di sollevare una mano per tenerlo lontano ma si impigliò in qualche modo nel mantello.
— Vattene — tentò di dire, ma i denti le battevano al punto che non riusciva a parlare. — Vattene.
L'uomo disse ancora qualcosa, questa volta con un'inflessione interrogativa, e lei non riuscì a capire neppure una parola. Questo è inglese medievale, pensò. Io l'ho studiato per tre a
L'uomo ripeté la domanda… o forse ne formulò un'altra, ma lei non fu in grado di stabilire neppure questo.
È perché sto male, rifletté confusamente. Non riesco a capire perché sto male.
— Gentile signore — cominciò, ma non riuscì a ricordare il resto del discorso. — Aiuto — aggiunse, ma quando cercò di rammentare come si dicesse quella parola in inglese medievale tutto ciò che le affiorò nella mente fu il latino ecclesiastico. — Domine, ad adjuvandum me festina — mormorò.
L'uomo chinò il capo sulle mani giunte e mormorò qualcosa con voce tanto bassa che lei non riuscì a sentire nulla, poi dovette perdere di nuovo conoscenza, perché quando si riprese scoprì che lo sconosciuto l'aveva sollevata da terra e la stava trasportando. Poteva ancora sentire il tinti
— Sto male — ripeté, mentre l'uomo la caricava sul cavallo bianco, e quando si accasciò in avanti, aggrappandosi alla criniera per non cadere, lui le posò una mano contro il fianco per sorreggerla. — Non so come sia successo… ho fatto tutte le vaccinazioni.
L'uomo fece avviare lentamente l'asino, accompagnato dal sommesso tinti
Signor Dunworthy, credo che farebbe bene a venirmi a prendere.