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Judith Li, la perfezionista dal sangue freddo, conosceva la bestia in agguato dentro di lei: una calda, indomabile emotività che, a quel punto, poteva diventare tanto utile quanto da

Davanti al mondo era rimasta umile, tenendo per sé le opinioni personali sulle questioni politiche. Obbediva alle regole del gioco che si svolgeva tra politica ed esercito, appariva colta, affascinante e sicura di sé, sempre vestita correttamente, però mai rigida o spocchiosa. Le erano state attribuite — senza fondamento — una serie di relazioni con uomini assai influenti, ma lei ignorava elegantemente i pettegolezzi. Era impossibile farle perdere la calma. Ai giornalisti, ai deputati e ai sottoposti forniva bocconcini ben digeribili di certezze e convinzioni, era sempre organizzata e preparata al meglio, ricordava un'enorme quantità di dettagli, li richiamava come da un archivio e li riduceva in formule chiare e comprensibili.

Così, sebbene nemmeno lei sapesse cosa stava succedendo nell'oceano, anche stavolta riuscì a trasmettere al presidente un quadro esatto della situazione. Nel voluminoso dossier stilato dalla CIA mancavano solo pochi punti decisivi. Ecco perché Judith Li si trovava allo Château Whistler. E lei sapeva bene cosa significava.

Era l'ultimo, grande passo che le restava da fare.

Forse avrebbe dovuto chiamare il presidente. Così, semplicemente. A lui piaceva. Poteva raccontargli che gli scienziati e gli esperti erano riuniti, sottintendendo che avevano accettato l'invito informale degli Stati Uniti, benché nei loro Paesi avessero problemi a non finire. Poteva spiegargli che i satelliti della NOAA avevano riconosciuto alcuni tratti simili tra i rumori non identificati. Cose del genere gli piacevano, era un po' come dire: «Signore, abbiamo fatto un passo avanti». Naturalmente non si aspettava che il presidente sapesse cosa s'intendeva con termini quali bloop e upsweep, e perché la NOAA credeva di aver sciolto il mistero delle origini dello slowdown. Erano cose che andavano troppo nel dettaglio, cose inutili. Qualche parola ottimistica sul collegamento satellitare a prova d'intercettazione e il presidente sarebbe stato felice. E un presidente felice era sempre utile.

Decise di farlo.

Nove piani sotto di lei, Leon Anawak notò un bell'uomo coi capelli brizzolati e la barba. Stava attraversando lo spiazzo antistante l'hotel accompagnato da una do

Anawak rimase a fissare il punto in cui, fino a poco prima, c'era la do

L'hotel di lusso sorgeva in un panorama da sogno, che corrispondeva perfettamente all'immagine stereotipata del Canada. Da Vancouver si prendeva la Highway 99 lungo la Horseshoe Bay e si raggiungevano le montagne: lì si trovava il gigantesco hotel, che sorgeva in mezzo a una foresta su un dolce pendio circondato da imponenti cime, che splendevano di bianco anche durante i mesi estivi. Le montagne Blackcomb e Whistler formavano una delle zone sciistiche più belle del mondo. Ora, in maggio, gli ospiti venivano lì prevalentemente per giocare a golf e per fare passeggiate. Si poteva esplorare la zona con la mountain bike, oppure essere portati sulle nevi eterne con l'elicottero. Lo Château disponeva anche di un ristorante eccezionale e offriva ogni comfort immaginabile.

Ma tutto ciò era ovvio, dato che il luogo era così remoto. Meno ovvia era la dozzina di elicotteri militari che stazionavano nelle vicinanze.

Anawak era arrivato da due giorni. Aveva collaborato nella preparazione della conferenza di Judith Li insieme con Ford, che da ventiquattr'ore volava avanti e indietro tra l'acquario di Vancouver, Nanaimo e lo Château Whistler per visionare il materiale, analizzare i dati e riportare le ultime conoscenze acquisite. Il ginocchio gli faceva ancora male, ma non zoppicava più. La limpida aria di montagna aveva in qualche modo snebbiato i suoi pensieri e lo sconforto seguito all'incidente con l'idrovolante si era trasformato in un dinamismo nervoso.

Nel frattempo erano accadute così tante cose che la sua cattura da parte della pattuglia militare sembrava lontanissima. Eppure, da quando aveva incontrato Judith Li — in una situazione penosa, doveva ammetterlo — non erano ancora passate due settimane. Gli errori da dilettante compiuti da Anawak durante la sua «missione notturna» avevano divertito non poco Judith Li. Ovviamente l'avevano tenuto d'occhio fin dal suo arrivo in auto e lo avevano seguito mentre percorreva la banchina. Poi si erano limitati a osservarlo, cercando di capire cosa avesse intenzione di fare. Infine l'avevano catturato e Anawak si era vergognato a tal punto da convincersi che non avrebbe mai più avuto il coraggio di mettere piede fuori di casa.

Invece l'aveva fatto, eccome. Non doveva più gettare le sue conoscenze nel buco nero dell'unità di crisi, dato che adesso si trovava al centro del buco nero che inghiottiva tutto, come John Ford e, da poco, Sue Oliviera. Adesso poteva conferire anche con Roberts della Inglewood, il quale era stato il primo a protestare per il silenzio che gli era stato imposto in alto loco. Imbavagliato da Judith Li, Roberts era stato costretto a negarsi. In un paio di casi, era addirittura vicino al telefono, mentre la sua segretaria buttava fumo negli occhi ad Anawak.

La conferenza era pronta e Anawak non poteva far altro che aspettare. Così era andato a giocare a te

Anawak guardò l'orologio: si sarebbero trovati tra mezz'ora. L'hotel era chiuso ai turisti e strettamente controllato dal governo, tuttavia era pieno come in alta stagione. Dovevano essere arrivate alcune centinaia di persone. Oltre la metà apparteneva in un modo o nell'altro all'United States Intelligence Community. Erano in maggioranza collaboratori della CIA, che avevano trasformato in tutta fretta lo Château in una centrale di comando. Era presente un intero reparto dell'NSA, la National Security Agency, attrezzato per ogni possibile spionaggio elettronico, per garantire la riservatezza dei dati e per la cartografia. L'NSA occupava il quarto piano. Il quinto era riservato ai collaboratori del dipartimento della Difesa statunitense e ai servizi segreti canadesi. Al sesto alloggiavano gli esponenti del SIS brita

Anawak si massaggiò la gamba.

Sentiva ancora delle punture dolorose. Non avrebbe dovuto giocare a te

C'era gente ovunque. Tutti si muovevano in fretta, veloci ma senza frenesia, come in un complicato balletto messo in scena sotto il tetto a spioventi della hall, simile a quello di una chiesa. La metà delle persone sembrava costantemente impegnata al telefono. Gli altri erano di fronte ai loro laptop e stavano seduti su accoglienti gruppi di poltroncine sotto i pilastri di pietra naturale che dividevano la «navata» centrale della hall da quelle laterali: scrivevano o fissavano concentrati lo schermo. Anawak cercò di non urtare nessuno mentre si dirigeva al bar, dove c'erano John Ford e Sue Oliviera. Erano in compagnia di un uomo alto, coi baffi, che si guardava intorno con aria infelice.

Toccò a Ford occuparsi delle presentazioni. «Leon Anawak… Gerhard Bohrma

«Gomito del te

«Pe

«Credevo che si potessero usare i satelliti.»

«I satelliti sono sovraccarichi», gli fece notare Ford.

«Da domani dovrebbe essere tutto a posto.» Sue sorseggiò il tè. «Ho sentito dire che ha

«A Kiel non siamo sufficientemente preparati per il satellite», commentò Bohrma

«Nessuno è preparato a tutto ciò.» Anawak ordinò dell'acqua. «Quand'è arrivato?»

«L'altro ieri. Ho collaborato alla preparazione della conferenza.»

«Anch'io. Strano, evidentemente non ci siamo incontrati.»

«Possibile.» Bohrma

«Mammiferi marini. Ricerca sull'intelligenza.»

«Leon ha alle spalle un paio d'incontri non troppo piacevoli con delle megattere», interve

Tutti voltarono la testa verso la hall. Un uomo si stava dirigendo verso agli ascensori. Anawak riconobbe in lui il tizio visto pochi minuti prima insieme con la giovane do

«E chi sarebbe?» chiese Ford aggrottando la fronte.

«Non andate mai al cinema?» Sue scrollò la testa. «È quell'attore tedesco. Come si chiama? Scholl… no, Schell. È Maximilian Schell! È splendido, non trovate? Dal vero è ancora meglio che sullo schermo.»

«Controllati», borbottò Ford. «Che ci fa qui un attore?»

«Sue potrebbe avere ragione», disse Anawak. «Non ha forse recitato in quel film catastrofico… Sì, Deep impact! La Terra viene colpita da un meteorite e…»

«Tutti noi stiamo recitando in un film catastrofico», lo interruppe Ford. «Non dirmi che non te ne sei accorto.»

«Questo vuol dire che dobbiamo aspettarci l'arrivo di Bruce Willis?»

Sue strabuzzò gli occhi. «È lui o no?»