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Curiosamente, a ogni passo sembrava diventare più piccola. Quando finalmente gli fu davanti, lui valutò che doveva essere alta un metro e sessantacinque. Aveva una corporatura solida: i jeans si tendevano sulle gambe muscolose e, sotto la giacca di pelle, si delineavano larghe spalle. Per quello che Johanson poteva vedere, non era truccata. Però sembrava attraente. L'abbronzatura era dovuta alla vita all'aperto, era frutto del sole cocente… Lo stesso sole che aveva fatto emergere anche le numerose lentiggini, distribuite sugli ampi zigomi e sulla fronte. Il vento smuoveva una cascata di riccioli castani.
Lei lo fissò, interessata. «Lei è Sigur Johanson», esordì con sicurezza. «Com'è stato il volo?»
«Orribile. Mi sono dovuto aggrappare alla rassicurante compagnia di Walt Whitman.» Guardò verso l'elicottero. «Ma il pilota sostiene che sono un duro.»
Lei sorrise. «Vuole mangiare qualcosa?»
Strana domanda da fare subito dopo i saluti, pensò. Poi si rese conto che aveva fame. «Volentieri. Dove?»
Lei fece un ce
Johanson la guardò e si accorse che i suoi occhi erano di un insolito blu intenso. Il blu del mare profondo. «Perché no?» disse. «Gli scienziati sono in mare?»
«No, è troppo mosso. Sono al villaggio per fare provviste. Qui sono libera, anche se il massimo della mia arte culinaria è aprire una scatoletta. Venga.»
Johanson la seguì sullo spiazzo sassoso dell'eliporto verso la stazione. L'edificio non appariva così sghembo come gli era sembrato visto dall'alto. «Dove sono le barche?» chiese.
«Preferiamo non lasciarle fuori», spiegò Karen, indicando la baracca più vicina all'acqua. «L'insenatura non è molto protetta, perciò, dopo averle usate, le riportiamo nella baracca vicina al mare.»
Il mare…
Dov'era il mare?
Johanson sobbalzò e si fermò. Là dove, fino a poco prima, i frangenti avevano sferzato la spiaggia, adesso si stendeva una piana fangosa da cui spuntavano rocce piatte. Il mare si era ritirato. Doveva essere successo nel corso degli ultimi minuti. In ampie zone si vedeva solamente il terreno.
Neppure un terremoto avrebbe provocato un effetto simile in così breve tempo. L'acqua si era ritirata per centinaia di metri.
Karen Weaver avanzò ancora di qualche passo, poi si voltò verso di lui. «Che c'è? Non ha più fame?»
Lui scosse la testa. Nelle sue orecchie risuonò un rumore, crebbe, dive
Improvvisamente capì.
Karen Weaver seguì il suo sguardo. «Che diavolo è quello?»
Johanson stava per rispondere, poi però vide l'orizzonte scurirsi. E anche lei lo vide.
«All'elicottero!» gridò.
La giornalista sembrava impietrita. Poi si mise a correre. Insieme corsero verso l'elicottero. Johanson vide la cabina di guida e il pilota che testava gli strumenti. Ci volle qualche secondo perché l'uomo si accorgesse delle due figure lanciate verso di lui. Johanson gli fece segno di abbassare la scaletta. Sapeva che il pilota non poteva vedere quello che stava arrivando dal mare. L'elicottero era girato con la cabina verso l'entroterra.
L'uomo aggrottò la fronte, poi a
Il rimbombo si avvicinava. Era come se tutto il mondo stesse avanzando verso l'isola.
Ed è proprio così, pensò Johanson.
Il posto sbagliato. Il momento sbagliato.
Atterrito e affascinato, si bloccò sulla scaletta, guardando il mare che tornava a ricoprire la piana fangosa. Mio Dio, non è possibile! Non può succedere nella nostra epoca, a persone civili. Era una cosa da libro di storia. Tutti sapevano che, nel corso di milioni di a
«Johanson!»
Qualcuno gli diede un colpo. Lui si riscosse e si affrettò a salire gli scalini, seguito da Karen Weaver. L'elicottero aveva iniziato a vibrare. Poi Johanson scorse lo sbalordimento negli occhi del pilota e gridò: «Parta, subito!»
«Che razza di rumore è? Che succede?»
«Via, sollevi questa carcassa!»
«Non posso fare i miracoli. Cosa devo fare? Verso dove devo volare?»
«Non ha importanza. Bisogna prendere quota.»
I rotori si misero in moto, scoppiettando. Il Bell si staccò dal suolo e salì di un metro, poi di due metri. Ma la curiosità del pilota ebbe il sopravvento sulla paura. L'uomo girò l'elicottero di centottanta gradi, in modo da vedere il mare. Sul suo volto si dipinse il terrore.
«Oh, santo cielo», esclamò.
«Là!» Karen indicò le baracche. «Là fuori!»
Johanson girò la testa. Un uomo in jeans e T-shirt stava uscendo di corsa dall'edificio principale. Correva a perdifiato, gesticolando e teneva la bocca spalancata.
Johanson guardò Karen, perplesso. «Credevo…»
«Anch'io.» La do
Johanson scosse energicamente la testa. «Non ce la può fare.»
«Non possiamo abbandonarlo.»
«Guardi là fuori, maledizione. Non ce la può fare. Non ce la facciamo neanche noi…»
Karen lo spinse da parte e gli passò davanti, diretta al portellone. Ma il pilota inclinò l'elicottero sulla striscia di sabbia, verso l'uomo che stava correndo, e lei perse l'equilibrio. Il velivolo fu colpito da una serie di violente raffiche che lo fecero vibrare. Il pilota imprecò ad alta voce. Per un attimo persero di vista lo scienziato, poi se lo ritrovarono vicinissimo.
«Ce la può fare», gridò Karen. «Dobbiamo scendere!»
«No», sussurrò Johanson.
Lei non lo sentì. Non poteva sentirlo. Anche il frastuono dei rotori spariva nel rimbombo del mare che si rovesciava verso la costa. Johanson sapeva che non avrebbero potuto salvare lo scienziato. Oltretutto avevano perso tempo prezioso e ormai dubitava che loro stessi riuscissero a cavarsela. Si costrinse a distogliere lo sguardo dalla figura che stava correndo e a guardare dritto davanti a sé.
L'ondata era gigantesca. Doveva essere alta trenta metri. Una parete verticale scrosciante di acqua grigio-nera. Poche centinaia di metri la separavano dalla riva, ma si avvicinava con la velocità di un treno. Restavano solo pochi secondi prima della collisione. Non c'era tempo sufficiente per prendere a bordo l'uomo e sfuggire alla massa d'acqua. Tuttavia il pilota provò ancora una volta ad avvicinarsi allo scienziato in fuga. Forse sperava che potesse saltare all'interno dal portellone aperto, oppure che riuscisse ad afferrare uno dei pattini… Insomma a fare una di quelle cose che al cinema riuscivano sempre, a patto di essere Bruce Willis o Pierce Brosnan. L'uomo inciampò e cadde.
È finita, pensò Johanson.
Tutto dive
In un momento di lucidità, Johanson si chiese come potesse osservare quella massa d'acqua senza perdere la ragione. Poi fu riportato bruscamente alla realtà da una manovra del pilota… l'unica manovra giusta. L'uomo spinse all'indietro l'elicottero e contemporaneamente lo fece alzare. Il muso del Bell si abbassò e tutti loro si ritrovarono a fissare il terreno. Però non stavano cadendo, anzi si stavano allontanando dal suolo e dall'ondata incombente. Il Bell ruggiva come se gli ingranaggi volessero esplodere. Johanson non avrebbe mai creduto che un elicottero potesse compiere una simile manovra — forse non lo credeva nemmeno il pilota -, eppure funzionò.
L'ondata incombeva su di loro, sbavando come un animale affamato. Turbinò sulla spiaggia e cominciò a ripiegarsi su se stessa. Montagne di schiuma inseguivano il Bell nella sua fuga pazzesca. Lo tsunami ruggiva e urlava. Un attimo dopo, l'elicottero prese un colpo terribile e Johanson fu scagliato contro la parete laterale, appena di fianco al portellone aperto. L'acqua lo colpì sul viso, sbatté la testa contro la parete e vide lampi rosso scuro. Poi le sue mani toccarono una sbarra di metallo e vi si aggrapparono. Fu percorso da un dolore lancinante. Non era più in grado di dire se lo spaventoso scroscio che sentiva nelle orecchie provenisse dall'onda o dalla sua testa, se stesse aumentando o calando. Il suo unico pensiero era che sarebbero stati travolti e a
Poi la luce tornò. La cabina era piena di acqua vaporizzata. Sopra l'elicottero correvano nere nubi frastagliate.
Ce l'avevano fatta.
Erano scampati allo tsunami, riuscendo a superare di un pelo la cresta.
L'elicottero continuò a salire e intanto virò, in modo che si potesse vedere la costa. Ma la costa non c'era più. Si scorgeva soltanto una violenta ondata, che, senza aver perso velocità, si spingeva verso l'interno e ingoiava la campagna. La stazione, i veicoli e lo scienziato erano spariti. Alla loro destra, dove la costa si alzava in verticale, esplodevano sugli scogli fontane di schiuma che schizzavano verso il cielo, molto più in alto del Bell, come se volessero unirsi alle nuvole.
Karen si rialzò a fatica. Quando il getto d'acqua aveva colpito il Bell, lei era caduta sulla fila di sedili. Guardava fuori e continuava a ripetere: «Mio Dio!»
Il pilota taceva. Era terreo e gli tremava la mandibola.
Ma ce l'aveva fatta.
Inseguirono l'ondata. La massa d'acqua procedeva sullo sfondo a una velocità molto più elevata di quella dell'elicottero. Una collinetta entrò nel loro campo visivo; l'ondata ci passò sopra e si riversò, schiumando, nella pianura retrostante, senza quasi rallentare Il terreno era così pianeggiante che l'acqua si sarebbe spinta all'interno per chilometri. Johanson vide una serie di macchie bianche… Erano pecore, che fuggivano disperate. Poi sparirono anch'esse.
Una città costiera sarebbe stata rasa al suolo, pensò. No, sbagliato. Sarà rasa al suolo. Non una sola, ma praticamente tutte le città sulla costa del mare del Nord sarebbero sprofondate nel maelstrom. Lo tsunami, ovunque si fosse generato, in quello stesso istante si stava diffondendo a cerchio, com'era tipico delle onde provocate da un impulso. La sua furia distruttrice avrebbe raggiunto la Norvegia, l'Olanda, la Germania, la Scozia e l'Islanda. Quando Johanson si rese conto della catastrofe in atto, si piegò su se stesso, come se qualcuno gli avesse versato del metallo fuso in grembo.
Allora rammentò chi c'era a Sveggesundet.
Sveggesundet, Norvegia