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«In malora. Dopo che metà dei membri ha perso la vita durante l'aggressione delle balene, l'altra metà si è dispersa al vento.» Greywolf aggrottò la fronte. Sembrava quasi che stesse ascoltando una voce dentro di sé. Poi tornò a posare lo sguardo su Anawak. «Leon, sai qual è il problema della nostra epoca? Gli uomini perdono importanza. Tutti sono sostituibili. Non ci sono più ideali e senza ideali non c'è nulla che ci possa rendere più grandi di quello che siamo. Ciascuno cerca disperatamente la prova che il mondo senza di lui sarebbe un po' diverso. Io ho fatto qualcosa per quel bambino. Forse era una cosa priva di senso. Forse mi ha dato un po' d'importanza.»

Anawak a

Zona portuale, Vancouver

Poche ore dopo la visita a Greywolf, Anawak guardava il molo alla luce del tramonto.

Deserto.

Come tutti i porti del mondo, anche quello di Vancouver era un cosmo autonomo di dimensioni enormi in cui sembrava non mancare nulla, se non la possibilità di orientarsi.

Alle spalle di Anawak c'era il deposito dei container con le montagne spigolose delle casse dai colori irreali. Gru ferme si stagliavano contro il cielo blu argenteo della sera. I profili dei cargo per le automobili si delineavano come gigantesche scatole da scarpe. E poi navi portacontainer, cargo ed eleganti navi frigorifero bianche. Alla sua destra, si allineavano i magazzini. Un po' più avanti vedeva tubature che scorrevano l'una sull'altra, lamiere e parti di sistemi idraulici. Ancora più avanti iniziava la zona dei bacini di carenaggio e, oltre, c'era quella dei bacini galleggianti. La brezza portava fin là l'odore delle vernici.

Evidentemente si stava avvicinando alla meta.

Senza un'automobile, in quel luogo si era perduti. Anawak aveva dovuto chiedere ad alcune persone e per un bel pezzo aveva fatto domande vaghe, perché non riusciva a definire l'oggetto della sua ricerca. Gli avevano detto dove si trovavano i bacini galleggianti perché da lì doveva prendere le mosse per trovare quello che cercava. Nel porto di Vancouver c'erano bacini di tutte le dimensioni, compreso il secondo più grande bacino galleggiante del mondo, capace di sollevare oltre cinquantamila to

Davanti a lui c'era un'area acciottolata, circondata da baracche. Subito dopo, sembrava che, dal terreno, salissero le sovrastrutture di una gigantesca nave. La Barrier Queen. Si trovava in un bacino lungo almeno duecentocinquanta metri. Ai lati si levavano gru su rotaie. La zona era illuminata da potenti riflettori. In giro non si vedeva nessuno.

Mentre osservava attentamente lo spiazzo illuminato, Anawak si chiedeva se quello che si accingeva a fare non fosse inutile. La barca era in secca da settimane; probabilmente le incrostazioni erano state tolte e, con esse, tutto ciò che vi era nascosto dentro. Eventuali residui negli interstizi e nelle fessure dovevano essersi seccati ormai da tempo. Della cosa nascosta tra i mitili non era sicuramente rimasto nulla. In fondo, lui non sapeva cosa voleva ottenere dall'ispezione alla Barrier Queen. Era un tentativo fondato sulla fortuna, su una vaga speranza. Se avesse trovato qualcosa che potesse essere utile al laboratorio di Nanaimo, l'avrebbe preso con sé. Se invece non avesse trovato niente, avrebbe sacrificato una sera all'avventura.

La «cosa» dello scafo.

Era piccola, grande al massimo come una razza o una seppia. L'organismo aveva emesso una luce a lampi. Lo facevano molti abitanti del mare: cefalopodi, meduse, pesci degli abissi… Tuttavia Anawak era convinto di aver rivisto quel lampo quando aveva osservato con Ford le riprese dell'URA. La nuvola luminosa era molto più grande della «cosa», ma quello che era avvenuto al suo interno gli aveva ricordato in maniera sorprendente l'esperienza fatta sotto lo scafo della Barrier Queen. Se si trattava davvero della stessa forma di vita, allora la faccenda si faceva emozionante. Perché la sostanza nella testa delle balene, la materia sullo scafo della nave e l'essere che era fuggito sembravano identici.

Le balene sono soltanto la parte del problema che ci è concesso vedere.

Osservò lo spazio circostante con maggiore attenzione e, un po' in disparte, vide diversi fuoristrada parcheggiati davanti a una delle baracche. Le finestre erano illuminate. Rimase immobile. Erano veicoli militari. Che ci facevano lì i militari? Improvvisamente si rese conto che si trovava nel mezzo di uno spiazzo illuminato e si mise a correre, chino in avanti. Si fermò solo al bacino di carenaggio. Era così concentrato sulla presenza dei militari che, per qualche secondo, rimase a fissare il bacino senza rendersi conto di quello che vedeva. Poi spalancò gli occhi per la sorpresa. Dimenticò i veicoli e si avvicinò.

Il bacino era pieno.

La Barrier Queen non era in secca. Dove si sarebbe dovuta vedere la nave sostenuta da impalcature, s'increspavano minuscole onde. Il livello dell'acqua era a otto-dieci metri dal fondo del bacino.

Anawak si mise in ginocchio e fissò l'acqua nera.

Perché l'avevano riempito? Avevano finito di riparare il timone? Ma allora avrebbero potuto portare fuori la Barrier Queen.

Rifletté.

E improvvisamente comprese.

Per l'eccitazione, fece scivolare a terra la borsa così velocemente che provocò un gran rumore. Spaventato, guardò lungo il molo deserto. Il cielo si scuriva a vista d'occhio. Fasci luminosi rischiaravano il bacino con una fredda luce verdastra. Anawak si mise in ascolto, in attesa di sentire dei passi, ma udì solo i rumori della città, portati fin lì dal vento.

Poi, scrutando il bacino pieno, fu assalito dai dubbi. A spingerlo fin lì era stata la rabbia scatenata dalla reticenza dell'unità di crisi, ma chi era lui per mettere in discussione quelle decisioni? Stava facendo un'azione da Rambo, probabilmente troppo grande per lui. Prima non ci aveva pensato.

D'altra parte, ormai era lì. Cosa poteva mai succedere? Nel giro di venti minuti sarebbe sparito, portandosi appresso qualche informazione.

Anawak aprì la sacca sportiva. C'era tutto. Non aveva escluso la possibilità di doversi immergere. Se la Barrier Queen fosse stata nel bacino galleggiante, sarebbe stato meglio avvicinarsi dal mare aperto. Ma lì era più facile.

Era perfetto!

Si liberò dei jeans e del resto del vestiario, prese la maschera, le piane, la torcia elettrica e un contenitore che si fissò ai fianchi. La custodia del coltello, legata a una gamba, completava l'attrezzatura. Non avrebbe avuto bisogno dell'ossigeno. Nascose la sacca sotto un blocco per gli ormeggi. Con l'equipaggiamento stretto sotto il braccio, si affrettò lungo il bacino, finché non raggiunse una scaletta che conduceva verso il basso. Lanciò un'ultima occhiata al molo. Le finestre della baracca erano sempre illuminate. Non si vedeva nessuno. Veloce e silenzioso, scese la scaletta, s'infilò maschera e pi

Un freddo tagliente gli arrivò fin nelle ossa. Senza la tuta di neoprene doveva fare in fretta; a ogni buon conto, non aveva intenzione di restare a lungo sott'acqua. Con potenti colpi di pi

Solo pochi metri più avanti, la parete spariva sotto una spessa incrostazione di cozze.

Affascinato, continuò a nuotare. La carena era incrostata esattamente come prima. Dopo aver percorso circa la metà della distanza dalla prua, gli sembrò addirittura che le incrostazioni fossero aumentate. Allora non le avevano staccate! Avevano studiato il materiale e quello che poteva nascondersi dentro direttamente sulla nave. Ecco perché la Barrier Queen si trovava nel bacino di carenaggio: a differenza del bacino galleggiante, in caso di emergenza esso poteva essere chiuso ermeticamente, in modo che nulla finisse in mare. La Barrier Queen era stata trasformata in un laboratorio. E avevano riempito il bacino affinché quello che c'era attaccato e ciò che ci viveva dentro rimanesse in vita.

Improvvisamente Anawak comprese anche il motivo dei veicoli militari. Se Nanaimo, come istituto civile, era stato tagliato fuori, ciò significava una cosa sola. L'esercito aveva avocato a sé le ricerche. Tutto il resto procedeva a porte chiuse.

Anawak esitò, di nuovo assalito dai dubbi. Era ancora in tempo per lasciar perdere. Poi scacciò quel pensiero. Non gli sarebbe servito molto tempo. Estrasse velocemente il coltello e cominciò a staccare alcune cozze. Faceva attenzione a non da

Il bisogno di respirare dive

Mentre si stava preparando a immergersi, sentì alcuni passi leggeri.

Si voltò, sbirciando oltre il bordo del bacino. Due figure lo stavano percorrendo ed erano a metà strada tra due lampioni.

Guardavano in basso.

Senza far rumore, si lasciò sprofondare sotto la superficie dell'acqua. Probabilmente erano guardiani. O lavoratori che avevano fatto tardi. Sicuramente c'erano molte persone con un buon motivo per passare di lì a quell'ora. Avrebbe dovuto fare molta attenzione nel lasciare il bacino.

Poi gli ve

La spense. Fu circondato dall'oscurità.

Che stupido. Da che parte stavano andando quei due? Verso poppa… Forse poteva nuotare verso la prua e riprendere le ricerche da lì. Si mise in movimento con colpi regolari di pi

All'altezza dell'ancora, si lasciò di nuovo sprofondare e toccò prudentemente la parete. Anche lì i mitili formavano bizzarre incrostazioni. Cercava una fessura o una grande cavità, ma non trovò nulla del genere. L'ideale sarebbe stato prenderne altri e poi sparire velocemente. A causa della fretta, staccò gli animali con minor cura. Le mani gli tremavano. Si rese conto che il suo era un piano da dilettante. Aveva un freddo terribile e la punta delle dita era quasi insensibile.

La punta delle dita…

Improvvisamente si rese conto che riusciva a vederla. Si guardò. Scorgeva anche le braccia e le gambe. Splendevano… No, era l'acqua che aveva iniziato a risplendere. Era fluorescente, di un colore blu scuro.

Mio Dio, pensò.