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«Sì. Ne abbiamo ancora qualcuno. Forse sfrutteremo anche l'occasione per dare un'occhiata sul posto. Credo che la Statoli ci darà il benvenuto. Nelle prossime settimane, la So
Johanson guardò la gigantesca cisterna e pensò ai vermi morti al suo interno. Alla fine mormorò: «Sì, è una buona idea».
Più tardi, Johanson andò al suo hotel per cambiarsi. Cercò di raggiungere telefonicamente Tina Lund, ma non ci riuscì. La immaginò tra le braccia di Kare Sverdrup e riagganciò.
Bohrma
Frugò nella valigia e scelse un pullover con la cerniera, si mise la giacca e si avvolse una sciarpa attorno al collo. Non era vestito bene, ma a lui piaceva così. Coltivava la propria trascuratezza e gli piaceva infischiarsene della moda. Solo nei momenti di profonda sincerità era disposto ad ammettere che il suo aspetto trasandato costituiva anch'esso una moda, che lui seguiva in modo non dissimile da come facevano gli altri, pronti ad adottare ogni nuova tendenza. E, sempre in quelle rare occasioni, ammetteva pure che dedicava più tempo alla sua chioma in disordine di quanto non facesse la maggior parte dell'umanità per mantenere una pettinatura perfetta.
Dopo aver sorriso alla propria immagine riflessa, uscì dalla stanza, lasciò l'hotel e prese un taxi per raggiungere il luogo dell'appuntamento.
Bohrma
Durante il dessert, come per caso, Bohrma
«Solo a grandi linee. Non sono un esperto di questioni petrolifere.»
«Che cosa stano progettando? È difficile che vogliano costruire una piattaforma così al largo…»
«Non è una piattaforma», lo corresse Johanson.
Bohrma
«Non c'è problema. Sono un noto chiacchierone. Se mi confidano qualcosa, non può essere un segreto.»
Bohrma
«Sta
«Qualcosa del tipo SUBSIS?»
«Cos'è il SUBSIS?» chiese Johanson.
«SUBSIS è l'acronimo di Subsea Separation and Injection System. Una stazione sottomarina. Ci lavorano da qualche a
«Non ne avevo mai sentito parlare.»
«Chieda al suo committente. Il SUBSIS è una stazione d'estrazione. Si trova a trecentocinquanta metri di profondità sul fondale oceanico, dove separa acqua e gas dal petrolio. Al momento, questo processo ha ancora luogo sulle piattaforme e l'acqua di produzione viene dispersa in mare.»
«Ma certo!» esclamò Johanson, ricordando che Tina aveva fatto ce
«Il SUBSIS potrebbe risolvere questo problema. L'acqua inquinata viene immediatamente compressa nei pozzi di trivellazione, così spinge verso l'alto il petrolio, che a sua volta viene separato dall'acqua che viene ricompressa nel pozzo e così via. Il petrolio e il gas arrivano alla costa tramite oleodotti. In sé, è una cosa davvero raffinata…»
«Ma…»
«Non so se c'è un ma. A quanto pare il SUBSIS può lavorare senza problemi fino a cinquecento metri di profondità. Il costruttore sostiene che non ci sarebbero problemi neppure a duemila metri e i colossi petroliferi sperano nei cinquemila.»
«È realistico?» chiese Johanson.
«A medio termine, sì. Tutto ciò che funziona su scala ridotta funziona anche su grande scala, ne sono convinto, e i benefici sono a portata di mano. Ben presto le stazioni automatizzate fara
«Mi sembra però che lei non condivida l'euforia generale», osservò Johanson.
Bohrma
«La stazione sarebbe telecomandata?»
«Sì, completamente. E da terra.»
«Ciò vuol dire che le riparazioni e la manutenzione sono fatte dai robot», osservò Johanson.
Bohrma
«Capisco», disse Johanson.
«La questione ha pro e contro. Quando ci si addentra in un territorio sconosciuto, ci sono sempre dei rischi. E nessun luogo è più sconosciuto delle profondità abissali. È giusto automatizzare gli strumenti anziché rischiare vite umane. Va bene mandare un robot per osservare gli avvenimenti e fare qualche esperimento. Ma qui la questione è completamente diversa. Come pensano di riuscire a riportare sotto controllo un incidente a cinquemila metri di profondità, col petrolio che esce dal pozzo ad altissima pressione? Il terreno non si conosce. Gli unici dati noti sono quelli delle misure. Nelle profondità abissali siamo ciechi. Con l'aiuto dei satelliti, di sonar speciali o con le onde sismiche, possiamo disegnare una carta morfologica del fondo oceanico, precisa fino al mezzo metro. Col BSR — il Bottom Simulating Reflection — possiamo investigare la presenza di giacimenti di gas e di petrolio, in modo che si possa dire: 'Qui puoi trivellare', oppure: 'Qui c'è il petrolio, là gli idrati, e laggiù bisogna fare attenzione…' Ma che cosa ci sia là sotto — che cosa ci sia davvero — non lo sappiamo.»
«Quello che ho sempre detto», mormorò Johanson.
«Non vediamo gli effetti delle nostre azioni», mormorò Bohrma
«Ma arriveremo alle stazioni automatizzate?» chiese Johanson.
«Senza dubbio. Sono economiche, rendono accessibili i giacimenti cui non arriverebbero gli uomini. E prossimamente tutti si buttera
«Ma come ci riuscira
«Anche per questo entrano in gioco le stazioni automatizzate. Si sciolgono gli idrati a grande profondità, per esempio riscaldandoli; s'imprigiona in imbuti il gas liberato e lo si convoglia in superficie. Sembra fantastico, ma chi ci garantisce che lo scioglimento non provochi una reazione a catena e che non si ripeta una catastrofe come nel Paleocene?»
«Crede davvero che sia possibile?»
Bohrma
«Vermi», mormorò Johanson, pensando alle riprese che Victor aveva fatto sul fondale oceanico. E alla sinistra creatura che era sparita così velocemente nell'oscurità.
Vermi. Mostri. Metano. Catastrofe climatica.
Doveva assolutamente bere qualcosa.